Manto acuífero

Manto acuífero

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Presentato in concorso al Festival di Roma, Manto acuífero di Michael Rowe è la dolente ricognizione di un’infanzia difficile, a rischio, in cui il pozzo isolato nel grande giardino di famiglia sembra rappresentare, per la piccola protagonista, un ultimo spazio di libertà.

Oltre il giardino

Caro ha otto anni. I suoi genitori divorziano e lei va a vivere con la madre e il patrigno. Nonostante la madre le abbia fatto capire a chiare lettere che non vuole più avere a che fare con il padre, Caro si sente abbandonata e non desidera nient’altro che il genitore ritorni. Giocando in giardino, si rifugia nei pressi del pozzo del cortile dietro casa, un luogo segreto che nutre la sua fervida immaginazione. Così, mentre si allontana sempre più dalla madre, Caro scopre un segreto sul padre. La sua vita non sarà più la stessa… [sinossi]

Non è certo il pozzo spaventoso che ha contribuito a rendere famosa la Sadako di Ringu, ma anche quello che si vede nel film di Michael Rowe, Manto acuífero (The Well), una certa angoscia riesce a infonderla. Magari non subito. Del resto è quel luogo, quantomeno all’inizio, insieme al corredo di fogliame, formiche, coleotteri e altri invertebrati dall’aspetto un po’ repellente, di cui abbonda l’ampio e rigoglioso giardino, a rappresentare per la piccola Caro un’estrema via di fuga; in altre parole il suo rifugio segreto, di fronte alle pressioni esercitate da una famiglia male assortita. Ed è lì che la bambina ha trasferito alcuni oggetti (e pensieri) che le ricordano la vita prima di traferirsi nella nuova casa, in una nuova città, lontana da quel padre naturale che né la madre né il patrigno vogliono più vedere, nemmeno in cartolina. Ma i metodi per farlo dimenticare anche a lei assumeranno la forma di una brutale guerriglia psicologica. Tant’è che anche la sacralità di quel pozzo, divenuto per Caro l’ultimo baluardo della memoria, verrà violata in una scena emotivamente assai disturbante, triste, dal genitore acquisito, uno che evidentemente conosce Von Clausewitz meglio delle opere di Piaget.

In questa immagine del pozzo, che abbiamo voluto isolare in primo piano, c’è l’epicentro tematico/simbolico del lungometraggio di Rowe, cineasta che è nato in Australia ma si è trasferito molto giovane in Messico. In essa si può scorgere il cuore pulsante di un’opera efficace e asciutta nella forma, per quanto ridondante sul piano verbale, discorsivo. Pare evidente che il regista, pur mirando a una condizione universale, si sia fatto carico per osmosi degli aspetti più opprimenti, autoritari, “machisti”, da lui riscontrati nell’assetto mai completamente bilanciato del nucleo famigliare chiuso, tradizionalmente poco recettivo, che la cultura messicana propone anche in ambienti della medio-alta borghesia.
Sia nei delicati equilibri a tre, posti secondo l’asse figlia/madre/patrigno, sia nei momenti in cui lo statico quadretto famigliare si apre alle visite di ospiti occasionali, l’impressione un po’ fastidiosa è che ogni dialogo debba rimarcare la totale incapacità della coppia di ascoltare la bimba, di rapportarsi per esempio a quella sua comprensione dell’elemento naturale di gran lunga più istintiva, aperta, matura. Dove la piccola vede vita, la madre e soprattutto il suo nuovo compagno scorgono soltanto brutture, schifezze. Ne deriva che il giardino per tutti loro diventi un campo di battaglia, il terreno dove si scontrano differenti modelli conoscitivi. Concetto interessante. Ma un po’ troppo insistito e ripetitivo, per come viene espresso nel film.

Manto acuífero assume pertanto connotati particolari, quelli di una pellicola in cui l’eccessivo richiamo alla tesi iniziale può venire a noia, ma l’approccio stilistico riscatta a tratti tali aporie. Non è soltanto la sobrietà del linguaggio cinematografico adottato da Michael Rowe a garantire un feeling, quantomeno parziale, con lo spettatore più sensibile alle lievi scosse telluriche di un microcosmo famigliare in crisi. L’altro elemento degno di nota è la coerente prosecuzione di una ricerca spaziale. Ecco quindi l’obbiettivo della m.d.p. come lente d’ingrandimento sugli oggetti e sui piccoli esseri scovati in giardino, la diversa rappresentazione dell’ambiente propriamente domestico e degli esterni, le peculiari scelte dei protagonisti riguardo agli spazi da abitare: tutto ciò contribuisce alla definizione di questo dolente percorso iniziatico, costellato da micro-drammi e destinato a concludersi nella mestizia più totale.

NOTE
Il sito di Canana, casa di produzione di Manto acuífero: canana.net
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