Caníbal

Due sorelle, un’elegante sartoria e un serial killer cannibale. Manuel Martín Cuenca cerca di raccontare con Caníbal il complesso intreccio tra l’amore e il male, l’orrore e la normalità. Il film è stato presentato nella sezione After Hours del Torino Film Festival 2013.

Amore all’ultimo morso

Lo schivo e taciturno Carlos è un sarto di Granada che conduce una vita appartata. Nessuno sospetta che sia in realtà un cannibale spietato, un solitario che cerca la compagnia di donne dell’Est Europa per ucciderle, farle a pezzi, nasconderne le carni nel frigorifero e poi mangiarle. Quando alla sua porta bussa Nina, sorella gemella di una delle sue vittime in cerca di notizie sulla scomparsa, lentamente in Carlos emerge un sentimento inatteso. Per lui, abituato al più indicibile degli abomini, l’amore è un’esperienza difficile e pericolosa… [sinossi]

Ruota attorno a due sequenze esemplari il rarefatto thriller Caníbal di Manuel Martín Cuenca (La mitad de Óscar, Malas temporadas), presentato nella sezione After Hours del Torino Film Festival 2013. Nell’incipit, dominato da quadri fissi, la macchina da presa sposa il punto di vista del protagonista, in un campo lungo prolungato e inizialmente fuorviante. Solo lo spostamento di macchina (da presa e dell’automobile) ci svela la geometrica sovrapposizione di sguardi (la mdp, il serial killer, noi), chiarendo in un istante il destino già scritto della vittima e la metodologica precisione dell’assassino. Non ci saranno, già lo sappiamo, concessioni a una facile spettacolarità, scorciatoie splatter o eccessi granguignoleschi.

L’altra sequenza arriva nella seconda parte della pellicola, quando la normalità sfiora Carlos (Antonio de la Torre), quando persino la felicità sembra una scelta possibile. È notte, due amanti sono nudi tra le onde del mare, a pochi metri dalla battigia, immersi in un buio apparentemente romantico: i fari di una macchina rompono l’idillio, l’amore si trasforma in orrore. L’uomo, uscito dall’acqua, è investito dalla macchina. La ragazza, terrorizzata, tenta di fuggire a nuoto, mentre lo sguardo di Carlos la segue, camminando impassibile lungo la spiaggia, immerso in una notte nera come la pece. La normalità di Carlos è questa, è la ritualità dell’omicidio, di una sessualità malata, della necessità inspiegabile della carne.

Cuenca cerca col ritmo dilatato di Caníbal di scandagliare le ossessioni di Carlos, in un’alternanza tra la dannazione, per lo più notturna, quando l’animo oscuro prende il sopravvento e può scatenarsi, e la vana speranza, con quegli squarci di luce e solarità perfettamente incarnati dalle due sorelle gemelle (la bella ed elegante attrice rumena Olimpia Melinte già vista in Sette opere di misericordia di Gianluca e Massimiliano De Serio). Ma è nei tempi lunghi tra le sequenze più convincenti, nonostante il détour à la Vertigo, che Caníbal disperde parte dell’incisività della messa in scena, mentre l’asciuttezza del racconto a tratti sembra farsi sterile, la ripetitività dei gesti ridondante, alcuni snodi narrativi superflui. Tratto da un racconto di Humberto Arenal, Caníbal ci lascia comunque il retrogusto amarissimo di una storia d’amore impossibile e la percezione di come la follia possa sfiorarci, invisibile e inattesa, oppure trascinarci via, come vittime o come carnefici.

INFO
Il sito ufficiale di Caníbal: golem.es/canibal
La pagina facebook: facebook.com/CanibalLaPelicula
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