Devil’s Knot – Fino a prova contraria

Devil’s Knot – Fino a prova contraria

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Torna Atom Egoyan con Devil’s Knot – Fino a prova contraria, un social-thriller legale poco incisivo che pecca di eccessiva fedeltà agli eventi reali restando perennemente incerto sulla strada da intraprendere. Già Presentato in anteprima al Courmayeur Noir in Festival 2013.

Dei delitti e delle pene

Quando tre bambini di circa otto anni vengono barbaramente uccisi a West Memphis, Arkansans, le accuse ricadono su tre adolescenti “difficili” che amano il metal e si interessano di rituali satanici… [sinossi]

Efferati omicidi e omertose comunità rurali apparentemente idilliache sono un binomio classico del thriller così come del dramma sociale statunitense. Non sempre però tutto va per il verso giusto, soprattutto nella realtà, e lo scoprirà a sue spese anche il protagonista di Devil’s Knot – Fino a prova contraria di Atom Egoyan, un investigatore privato mosso da nobili ideali e incarnato da un poco incisivo Colin Firth. Al centro della pellicola, già presentata in anteprima italiana al Courmayeur Noir in Festival, vi è la terribile vicenda umana e processuale de “I tre di Memphis”, ovvero tre adolescenti – uno dei quali affetto da ritardo mentale – che per via del loro comportamento asociale (ma quale teenager non può fregiarsene?), la passione per l’heavy metal e l’interesse per il satanismo e la magia bianca, furono accusati dell’omicidio di tre bambini, in una quieta cittadina del Tennessee. Condannati praticamente senza prove, questi “ribelli senza causa” hanno poi svernato a lungo in carcere (circa 11 anni) provocando la mobilitazione pubblica e quella di star di alto lignaggio quali Eddie Vedder, Wynona Ryder e Johnny Depp. La scarcerazione dei presunti colpevoli, uno dei quali condannato alla pena capitale, è infine avvenuta solo di recente e, paradossalmente, in seguito a un’ammissione della loro colpevolezza.

Cercando di rispolverare i toni plumbei ma anche fiabeschi di quello che tutt’oggi resta il suo capolavoro, Il dolce domani (Gran Premio della Giuria a Cannes nel 1997), Atom Egoyan si concentra a lungo sulla varia umanità che popola la graziosa cittadina squassata dall’efferato dal triplice omicidio (per uno dei bimbi si parla anche di mutilazione genitale), seguiamo infatti nell’incipit i tre fanciulli scivolare al ralenty in bicicletta nel bosco degli orrori, vediamo i pii genitori intenti in attività domestiche, scorgiamo le classiche villette monofamiliari con giardino e station wagon in garage, ingredienti immancabili in qualsiasi rappresentazione della provincia americana.
Ma qualcosa sin da subito non funziona in Devil’s Knot – Fino a prova contraria, la voice over angelica viene presto archiviata per non ricomparire più, i sospetti non vengono né fugati né confermati, tutto procede per addizione, per poi sfociare una lunga fase processuale (che costituisce la porzione più corposa della pellicola) dal ritmo stanco e per nulla teso. Alcuni personaggi vengono poi completamente tralasciati, a partire da una delle tre giovani vittime, che si aggiunge in corsa alla fatale scampagnata su due ruote senza venire affatto presentata, per proseguire poi con gli avvocati, mere presenze da tribunale, senza alcuna identità. Poco si sa d’altronde anche dell’investigatore incarnato da Colin Firth e quello che ci viene rivelato, ovvero che sta affrontando un mesto divorzio, poco interessa e nulla aggiunge al caso.

Accanto alla sua detection sembra poi scorrere quella di una delle madri delle vittime, incarnata da un’imbolsita Reese Witherspoon, ma alle sue indagini manca l’innesco e l’unica scoperta, quella della probabile arma del delitto, è risolta in maniera assai poco convincente. L’attrice premio Oscar è inoltre conciata e agghindata in maniera oltremodo impietosa, tutta Bibbia e abiti a fiorellini, il classico accappatoio usato come vestaglia e persino una felpa dalla vistosa patacca; tutte le sue mise sono poi condite da una messa in piega sempre perfetta nella sua funambolica immobilità. Forse per lei, come per la letale salopette da vero bifolco indossata dal sempre inquietante Kevin Durand o per quegli insistiti dettagli sugli adesivi che dal retro delle auto inneggiano al Signore, vige quell’ostentata volontà, da parte dell’autore, di attribuire a questa galleria di paesani un che di inquietante, che risulta sì funzionale ad allargare il range dei sospettati, ma che sortisce anche l’effetto di un insistito e in fondo gratuito freak show rurale.
Eppure non sembrava questo il vero obiettivo di Egoyan, che a ben vedere tenta di affrontare un discorso più complesso, appaiando la straziante fine dei tre bambini alla lunga e altrettanto dolente “passione” dei tre accusati. Ma il paragone ha ben poco respiro in questa sorta di docufiction [1] che con troppo pudore nei confronti dei fatti reali rinuncia ad ogni afflato romanzesco e con esso a qualsiasi interpretazione di secondo grado, sia essa etica, politica, sociologica o morale. Lo dimostrano ulteriormente le lunghe didascalie che chiudono il film raccontando gli sviluppi successivi del caso giudiziario, ma anche lo stesso baluginare qua e là di discorsi di ben altro spessore, che vanno dal ragionevole dubbio alla pervasività del male. Tutte questioni che restano però tutte da rintracciare tra le pieghe di un racconto che non sa bene che direzione prendere né con quale spirito avventurarvisi.

Note
1. A questa storia sono tra l’altro già stati dedicati dedicati due documentari firmati dai registi Joe Berlinger e Bruce Sinofsky (Paradise Lost: The Child Murders at Robin Hood Hills nel 1996 e Paradise Lost 2: Revelations nel 2000) mentre un altro, dal titolo West of Memphis, è stato prodotto tra gli altri da Peter Jackson e presentato al Sundance Film Festival 2012.
Info
Devil’s Knot sul sito del Courmayeur Noir in Festival.
Il trailer italiano di Devil’s Knot.
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