La gente che sta bene

La gente che sta bene

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A disastro si aggiunge disastro: dopo il fallimentare Cose dell’altro mondo, Patierno ci prova ancora una volta con una commedia, La gente che sta bene, ma i risultati purtroppo sono imbarazzanti.

Il punto di non ritorno

L’avvocato Umberto Dorloni è uno che ce l’ha fatta e ormai non guarda più in faccia nessuno. Per lui crisi, tasse e precarietà sono solo un altro titolo di giornale. Quello che conta sono i ricevimenti, le interviste, il successo ad ogni costo. Ad un passo dal trionfo, però, quel mondo così perfetto inizia a sgretolarsi… [sinossi]

Probabilmente questa stagione cinematografica si chiuderà per il cinema italiano con un filotto di sole commedie (con rarissime eccezioni), ormai evidentemente l’unica forma che i produttori (e i registi?) accettano di affrontare. Sempre più e sempre con maggior forza sembra di risentire in questi anni un sapor di telefoni bianchi, per una sorta di eterno ritorno del conformismo estetico, stilistico ed ideologico.
Perciò, anche quando si cerca di fare una commedia cattiva e cinica, come La gente che sta bene di Francesco Patierno, il tentativo fallisce, perché si è completamente persa la capacità di raccontare e deformare il reale. Anzi, il reale, sia pur una sua lontana forma fantasmatica, non esiste più. Paradigmatici in tal senso sono gli scenari clamorosamente finti del film di Patierno, il mood da gigantesco set televisivo – in cui anche se si è in esterni sembra comunque di essere in un interno.

Un tempo La gente che sta bene sarebbe stato interpretato da Ugo Tognazzi che avrebbe fatto di Umberto Dorloni una maschera cinica e grottesca e poi, infine, umana. Oggi invece quel ruolo viene interpretato da Claudio Bisio che ne fa una maschera inespressiva e gommosa, incapace di lavorare sullo scarto dei tempi richiesti da una commedia e stavolta ancor più evidente nei suoi limiti recitativi, visto che il film (non) si regge tutto sulle sue spalle. Ma il problema di La gente che sta bene è più ampiamente quello di un disinteresse totale verso la temporanea sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore: perché Bisio, che entra in un camerino dove c’è una donna completamente nuda, viene accolto da questa, invece che a schiaffi, da un invito a infilarle il vestito? Perché un premio che doveva essere assegnato a un’altra persona, come avvocato dell’anno, viene invece consegnato nelle mani di Bisio, solo perché lui ha rubato il bigliettino di chi era meritevole del riconoscimento? Un premio non dovrebbe essere basato su dei meriti accertati e certificati? Perché Margherita Buy viene costretta a fare un personaggio indegno delle sue capacità, costretta a recitare il ruolo della moglie di Bisio che accetta da lui ogni tipo di sopruso e di sgarbo? Perché si vede, dall’inizio alla fine del suo ruolo, che lei non c’entra nulla con questo film? Perché ogni sequenza dura almeno il doppio di quanto dovrebbe durare?

Domande neanche troppo retoriche che resteranno inevase e che ci conducono a una sorta di punto di non ritorno della commedia italiana contemporanea: posticcia, a-problematica, garbata e mai conflittuale. Vien da domandarsi per quanto ancora si riuscirà a sopportarla.

Info
Il sito della 01 Distribution, casa di distribuzione de La gente che sta bene.
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