Shadow Days

Shadow Days

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Zhao Dayong racconta in Shadow Days la Cina rurale, immobile nel tempo e ancora preda di superstizioni, in un film che sfiora in più di un’occasione il ridicolo involontario.

Il bambolotto insanguinato

Liang Renwei torna al suo paese natale tra le montagne per far partorire la sua compagna Pomegranate. Intende rimanere lì fino alla nascita del figlio per gettarsi alle spalle un passato ai limiti dell’illegalità e vedere quali opzioni gli presenterà il futuro. Ma il tempo sembra essersi fermato in questo piccolo villaggio rurale, che vive ancora di superstizioni ed è guidato dallo zio di Renwei, che mette in pratica la legge sul figlio unico costringendo le donne ad abortire. Anche Renwei inizia a collaborare con lui, nonostante sua moglie prosegua la gravidanza… [sinossi]

Prima ancora di mettersi in luce come documentarista e regista di opere di finzione, il quarantaquattrenne Zhao Dayong ha studiato pittura all’accademia d’arte di Shenyang. Questo dettaglio, che potrebbe anche essere considerato insignificante di fronte a un’opera come Shadow Days, dovrebbe al contrario essere tenuto in maggiore considerazione nell’avvicinarsi all’ultimo parto creativo di Zhao, presentato alla Berlinale 2014 all’interno della sezione Forum. Per quanto sia girato con mezzi a dir poco spartani, Shadow Days mostra un lavoro ben più che certosino sulla composizione, come dimostra in maniera palese l’incipit, rappresentato dapprima dal panorama delle montagne, campo lunghissimo in cui si nota l’incedere di un mezzo di locomozione lungo i tortuosi tornanti, e quindi la surreale inquadratura di tre uomini che camminano per strada trasportando una statua di Mao. L’approccio formale di Zhao, in realtà, andrà disperdendosi nel corso della messa in scena, alternando altre soluzioni visive degne di attenzione a riprese assai meno ispirate, quasi gettate via o improvvisate senza troppa convinzione.

Il problema principale che affligge Shadow Days è l’ambizione di Zhao di trasformare una semplice storia di fantasmi – veri o creati dalla mente – e sensi di colpa in un apologo morale fortemente metaforico sullo stato politico e sociale della Cina contemporanea, indecisa tra una sfrenata apertura alle logiche neoliberiste del Capitale e la conservazione vuota di riti e dogmi della Cina maoista: in questa coriacea volontà di raccontare un universo magmatico e difficile da maneggiare con sapienza (il discorso sull’aborto appare davvero troppo abbozzato), Zhao finisce per perdere le redini non solo del racconto – già piuttosto confusionario di suo – e, come già accennato, della messa in scena, ma anche del discorso politico. Tra incongruenze e cadute di stile, Shadow Days diventa anche una storia d’orrore, con apparizione piuttosto goffa e poco spaventosa di un bambolotto insanguinato, del classico fantasma femminile e di altre amenità di questo tipo. In un crescendo che non riesce ad allontanarsi con decisione dal crinale che divide l’angoscioso dal ridicolo involontario, Shadow Days finisce per disperdere anche le poche intuizioni davvero interessanti che aveva seminato fino a quel momento. Distante anni luce dal potere espressivo e dalla potenza di Ghost Town, fluviale documentario del 2008 che indagava lo stesso microcosmo umano presentato in Shadow Days, l’ultimo parto creativo di Zhao Dayong si rivela come una cocente delusione. Peccato.

Info
La scheda IMDB di Shadow Days

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