Last Hijack

Last Hijack, il documentario di Tommy Pallotta e Femke Wolting che mescola anche elementi di finzione e segmenti animati, non riesce però a convincere. Nella sezione Panorama alla Berlinale 2014 e al Festival dei Popoli di Firenze.

Pirati del Corno d’Africa

In Somalia la pirateria è socialmente molto meno accettata rispetto a pochi anni fa. Tuttavia le scarse condizioni di vita costringono molti pescatori a cadere nella rete dei reclutatori di pirati. Uno di questi è Mohamed, che ha scelto la via dell’illegalità per poter sopravvivere nel suo paese, nonostante ciò comporti il giudizio severo dei genitori della sua fidanzata… [sinossi]

Dovrebbe essere indispensabile usare molta accortezza quando ci si appresta a maneggiare del materiale documentario. Troppo spesso l’approccio alle riprese “dal vero” è accompagnato da un disordine concettuale (e morale) che non si muove in direzione di un anarchismo estetico, ma piuttosto di un accumulo privo di controllo di materiali più o meno eterogenei. Tra coloro che ancora inquadrano il documentario nelle riprese da National Geographic dei servizi naturalistici mandati in onda da Quark e quelli che al contrario mascherano dietro interviste e riprese paesaggistiche il desiderio di potersi confrontare prima o poi con il cinema di finzione, il panorama internazionale si divide nettamente tra maestri giovani e anziani – che sempre più spesso si muovono verso un utilizzo sperimentale e mai prono della realtà – e uno stuolo di registi di cui con molta difficoltà rimarrà traccia negli anni a venire.
Una delle delusioni più cocenti della sessantaquattresima edizione della Berlinale è giunta proprio dal documentario: presentato nella sezione Panorama, Last Hijack poteva contare infatti su un progetto che univa il documentario alla finzione, fino ad arrivare all’animazione. E proprio la parte animata di Last Hijack è affidata a Tommy Pallotta, tra i maggiori sperimentatori del rotoscope negli ultimi venti anni, già al lavoro su Waking Life e A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare di Richard Linklater, suo amico dai tempi in cui Pallotta frequentava l’università di Austin (l’amicizia con Linklater lo portò anche a interpretare un piccolo ruolo nel capitale Slacker del 1991).

Peccato che la vena artistica di Pallotta, indiscutibile come sempre (sarebbe anche da recuperare un’opera come High Road, con cui esordì alla regia nel 1996), venga messa a dura prova dall’utilizzo quantomeno discutibile degli inserti animati presenti in Last Hijack: suddividendo in maniera fin troppo logica il senso delle riprese dal vero, della parte di scrittura fiction e dell’animazione, Pallotta e la Wolting (autrice a sua volta di lavori come It’s the End of TV as We Know It) finiscono per sterilizzare completamente le potenzialità espressive di Last Hijack. Il racconto del pescatore somalo Mohamed, costretto dagli eventi della vita a diventare un pirata – in una terra che ha fatto nel corso degli anni della pirateria una delle poche possibilità di fuga dalla miseria – avrebbe meritato infatti un trattamento più approfondito: invece, tra uno sguardo perso verso l’orizzonte, il racconto animato della pratica dell’abbordaggio marittimo e la riflessione sul ruolo di reietto assunto dall’uomo all’interno della società somala contemporanea, Last Hijack finisce per non raccontare davvero né la storia privata di quest’uomo né il dramma della pirateria somala, frutto deforme dello sfruttamento coloniale di una terra che non ha mai avuto diritto di parola, da sempre soggetta a privazioni e angherie.
Anche gli spunti di maggiore interesse – il reclutamento, passaggio fondamentale per riuscire a mettere insieme la squadra necessaria per affrontare il pericolo delle azioni in mare aperto – perdono forza inseriti in un calderone estetico e narrativo sbilanciato, che alterna alti e bassi senza soluzione di continuità. E le immagini più evocative partorite da Pallotta, su tutte l’aquila gigante che ghermisce la nave tra gli artigli, pronta a trascinarla via con sé, restano istanti di ottimo cinema d’animazione mai in grado però di ambire a raggiungere un senso ulteriore.

L’impressione è quella di un’opera accartocciata su se stessa, incapace di maneggiare una materia così complessa e destinata quindi, inevitabilmente, a perdersi nei propri stessi ghiribizzi estetici.

Info
Il progetto di Last Hijack sul sito della Submarine
La scheda di Last Hijack su IMDB
Last Hijack sul catalogo della Berlinale
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