Monuments Men

Monuments Men

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Alla sua quinta regia, George Clooney firma con Monuments Men un romanzone bellico polifonico inneggiante al coraggio degli uomini e al valore dell’arte, con qualche sermone di troppo. Presentato fuori concorso alla Berlinale 2014.

Recupera l’arte e mettila da parte

Durante la seconda guerra mondiale, un singolare plotone dell’esercito statunitense, composto da critici, esperti d’arte e direttori di musei, ha il compito di recuperare opere d’arte rubate dai nazisti per riportarle negli Stati Uniti e salvarle dalla mani di Adolf Hitler… [sinossi]

Convinto assertore del fatto che una rilettura della Storia del proprio paese sia inscindibile dai codici rappresentativi sedimentati della tradizione hollywoodiana, George Clooney, dopo essersi cimentato con la fantapolitica paranoica (Confessioni di una mente pericolosa), il dramma della caccia alle streghe (Good Night, and Good Luck), la screwball comedy (In amore niente regole) e gli esiziali intrighi di potere, politica e mass media (Le idi di marzo), giunto alla sua quinta regia, con Monuments Men, riporta in auge il cinema bellico e sceglie come nume tutelare il maestro Billy Wilder.
L’omaggio al grande e prolifico regista di origini austro-ungariche è evidente fin dalle prime scene del film ambientate a New York (pensiamo alla presentazione del personaggio di Bill Murray), location di tante deliziose e implacabili commedie firmate da Wilder, ma diventa ancor più cogente quando ha inizio l’avventura nel Vecchio Continente, dove i nostri sette cacciatori di tesori (i Monuments Men del titolo), proprio come i protagonisti di Stalag 17, si ritrovano tra goliardia e malinconia, dialoghi affilati, cinismo e disillusione a fare i conti con una situazione drammatica che riprogramma il valore delle loro esistenze.

Protagonisti di Monuments Men sono infatti sette esperti di storia dell’arte assoldati dall’esercito americano per recuperare le opere trafugate dai nazisti e destinate a un fantomatico museo del Führer. Giunto in Europa, lo scalcagnato plotone governato dal tenente Stokes (George Clooney) si dividerà in coppie malassortite, per meglio lanciarsi sulle tracce degli inestimabili tesori.

Anziché cimentarsi con i proverbiali panni sporchi della propria cultura, Clooney sceglie dunque questa volta il momento più glorioso della Storia degli Stati Uniti, ovvero quell’intervento militare nell’Europa della Seconda Guerra Mondiale dal ruolo salvifico e provvidenziale. Va da sé che in Monuments Men si perde quell’afflato di denuncia che, opportunamente stemperato da un’amara ironia, caratterizzava le opere precedenti dell’autore (pensiamo soprattutto a Confessioni di una mente pericolosa, Good Night, and Good Luck e Le idi di Marzo), mentre la pellicola finisce presto per abbracciare una facile retorica, che l’autore affida – ironia del caso- proprio al suo personaggio: leader e motivatore di una squadra di misfits con i suoi tronfi e poco originali sermoni a favore dell’arte.
Certo, di questi tempi sentire inneggiare così pervicacemente alla cultura e al suo portato transtorico fa indubbiamente piacere, il problema però è che nel film questi indottrinamenti, che il nostro proclama sovente al microfono (via radio o in occasioni uffciali), finiscono per fare capolino di quando in quando per tenere insieme una mistura di sequenze non sempre ben amalgamate tra loro.
C’è un po’ di antimilitarismo guascone alla M.A.S.H., un pizzico di cattiveria ruspante in stile Quella sporca dozzina, qualche geometria della messinscena che omaggia il Tarantino di Inglorious Basterds (pensiamo alla sequenza “a tavola” che segna uno dei più importanti ritrovamenti del film) e un pizzico d’avventura à la Indiana Jones. Ma Monuments Men non riesce a raggiungere in pieno il livello di nessuno dei titoli citati, restando fermo a un manierismo sterile, per quanto ben confezionato. L’ironia non graffia abbastanza, i legami tra i personaggi sono appena tratteggiati e dunque dati per scontati e si respira, inoltre, dato l’impianto corale del film, un’eccessiva episodicità narrativa. Eppure gli ingredienti sono ben approntati sotto i nostri occhi, i protagonisti sufficentemente diversificati, le loro vicissitudini intrattengono di gusto e la missione è perfettamente condivisibile, tuttavia Monuments Men non va oltre il suo assunto di partenza: l’arte è importante e va strappata dalle mani dei nazisti per essere restituita ai posteri.

Fa inoltre la sua comparsa qualche ellissi di troppo, forse dovuta a dei tagli in fase di montaggio, pensiamo in particolare all’arresto tenuto fuori scena del personaggio di Cate Blanchett, ai misteriosi problemi che affliggono il matrimonio del soldato incarnato da Matt Damon, alle circostanze in cui Clooney raccoglie un ferito malconcio per portarlo in infermeria o a che fine facciano i russi inseguitori nel corso della missione di recupero conclusiva. Assente è ovviamente la violenza, dato il target onnicomprensivo a cui Monuments Men si rivolge, mentre esplode di quando in quando un afflato melò, approntato all’uopo per catturare e compiacere il pubblico “family”. Pensiamo qui in particolare alla sequenza meno convincente del film, dove seguiamo in montaggio alternato l’ascolto di un disco inviato a Murray dalla figlia, nel quale lei e i nipoti intonano un canto di Natale, appaiato al momento ben più drammatico in cui Clooney e una sua giovane recluta conducono dal chirurgo il ferito sanguinante di cui sopra: si tratta di un’impennata di patetismo in salsa natalizia sin troppo preparato e poco sincero, al punto da sfiorare il cattivo gusto.

Presentato fuori concorso alla Berlinale 2014, Monuments Men è palesemente il più mainstream dei film firmati dal divo-regista, che tenta in ogni modo di occhieggiare a un pubblico più scafato, offrendogli in pasto un cast impeccabile galvanizzato da dialoghi sagaci, ma finisce vittima della sua altisonante idea di fondo, della bontà della quale bastava assai meno enfasi per convincerci.

Info
Il sito ufficiale di Monuments Men.
La pagina facebook di Monuments Men.
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