Yves Saint Laurent

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Il biopic Yves Saint Laurent, firmato dall’attore Jalil Lespert per rendere omaggio al celebre stilista francese, ha aperto ufficialmente la sezione Panorama alla Berlinale.

Il Mida della moda

Parigi, 1957. All’età di ventuno anni il talentuoso designer Yves Saint Laurent viene assunto come assistente per il fashion designer Christian Dior. Dopo l’improvvisa morte di Dior Saint Laurent diventa direttore artistico di una delle più rinomate case di moda del mondo. La sua prima collezione ottiene un successo trionfale e il suo genio viene celebrato ovunque. In Pierre Bergé, Yves Saint Laurent trova l’amore della sua vita e insieme fondano l’etichetta ‘Yves Saint Laurent’… [sinossi]

Ad aprire la sezione Panorama della 64.a edizione del Festival di Berlino è il biopic Yves Saint Laurent, firmato dall’attore Jalil Lespert per rendere omaggio al celebre stilista francese. Negli intenti dell’autore quello di celebrare il genio creativo nel mondo dell’alta moda raccontandone al contempo la grande storia d’amore che lo ha visto unito, nella vita come negli affari, al mercante d’arte Pierre Bergé. Raccontare l’uno senza l’altro è missione impossibile dal momento che, fin dal loro primo incontro, i due sono stati inseparabili fino alla scomparsa dello stilista avvenuta nel 2008. L’avventura comincia nel 1957 in Algeria, lasciata poco più che ventenne per approdare a La maison Dior di Parigi, di cui il giovane e talentuoso Yves Saint Laurent (interpretato da Pierre Niney, attore della Comédie Français straordinariamente somigliante al fashion designer) diventa in pochissimo tempo direttore artistico. Durante la prima sfilata l’incontro con colui che sarebbe per sempre rimasto al suo fianco, fondando insieme e dopo soli tre anni, la Yves Saint Laurent Company, che lascerà un segno indelebile grazie alla straordinaria capacità di interpretare la figura femminile e di comprenderne (talvolta anticipandone) il cambiamento nella società per almeno i successivi tre decenni. Il celebre inventore della linea “trapezio”, dotato di capacità creative fuori dal comune e di un fascino sottile, elegante e seduttivo, era al tempo stesso vittima di importanti disturbi dell’umore che hanno gettato non poche ombre sulla sua vita privata. L’argomento era stato già affrontato nel 2010 nel documentario di Pierre Thoretton L’amour fou, dove hanno trovato spazio sia i successi che i momenti più cupi della vita dell’artista della moda, tormentato da un demone diagnosticato come sindrome maniaco-depressiva che ha trovato sfogo in ricorrenti periodi di isolamento e da altre fasi segnate da una tendenza autodistruttiva culminata nell’abuso di alcol e stupefacenti.

Bergè (che nel film ha il volto di Guillaume Galliene, anch’egli dalla Comédie Française) è rimasto sempre al fianco del compagno in un’unione lunga una vita, fatta di alti e bassi, in cui c’è stato un po’ di tutto, dal successo all’amore, dai tradimenti alle scenate. E Lespert è abile nel non eccedere nel filtro degli eventi che nel racconto conservano anche tratti di quel lato oscuro che era parte integrante del vissuto di Saint Laurent, evitando quindi il rischio di scadere nell’agiografia. Basato sulla biografia curata da Laurence Benaïm e su Lettres a Yves scritte e pubblicate dallo stesso Bergé, il film procede per blocchi temporali che corrispondono ai decenni degli anni ’60 e ‘70, legati dalla voce fuori campo di Guillame Galliene che attinge al materiale epistolare e ripercorrenti le stagioni creative che hanno coinciso con le collezioni più celebri dello stilista che ha di fatto rivoluzionato il mondo della moda. Gli anni ’60 della collezione “Mondrian”, esplosione del pop, il periodo tossico negli anni ‘70 contraddistinti da una visione completamente rinnovata della donna, vestita in smoking nella collezione “Liberation” o abbellita da suggestioni etnico/esotiche nelle successive “Ballet Russes” o “Marocco”.

Il racconto di Lespert è descrittivo e fonda su una sceneggiatura piana e senza pretese, che è al contempo il limite e la salvezza del film. Se infatti da un lato non si è travolti dalla storia che procede con ritmo cadenzato e un po’ monocorde, d’altra parte ne esce per lo meno un ritratto sincero che non ha l’ambizione di essere altro da sé. L’evoluzione del genere biopic negli ultimi anni si è progressivamente avvicinata a codici linguistici più popolari, forse guardando a maggiori possibilità di distribuzione attraverso i canali televisivi (A week with Marilyn, The Iron Lady, The Queen, Behind the Candelabra ecc.) e Yves Saint Laurent non fa eccezione, eppure Lespert realizza comunque un film curato (abiti e fotografia), non pernicioso, che riesce in extremis perfino a salvarsi dal rischio noia, quando all’ennesimo trionfo in passerella le possibilità del racconto erano ormai sature. Con una certa abilità Lespert mette in scena un finale fulmineo che chiude il film al momento opportuno, riportandoci al presente senza tuttavia lasciare nulla di inconcluso. Va assolutamente premesso che Lespert si rivolge soprattutto a un pubblico femminile, potenzialmente interessato al personaggio e incline al registro romantico adottato, ma soprattutto in grado di apprezzarne uno dei punti di forza che consiste nell’utilizzo degli abiti originali della maison YSL, messi a disposizione per l’occasione dalla Fondazione Yves Saint Laurent – Pierre Bergé per dar vita all’unica biografia fino ad oggi “autorizzata”. Verrà infatti presentato tra qualche mese, al Festival di Cannes, “l’altro” ritratto firmato da Bertrand Bonello intitolato Saint Laurent, duramente osteggiato da Mr. Bergè anche a suon di querele in sede legale.

Info
Il sito ufficiale dello store parigino di Yves Saint Laurent.
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