Pompei

Corruzione ed eruzione in un turbine montante di lapilli infuocati, agoni insanguinati e amori proibiti: è Pompei improbabile kolossal storico diretto da Paul W.S. Anderson.

Un’eruzione triste

Uno schiavo di origine celtica viene costretto a fare il gladiatore e dirottato sull’arena di Pompei. Qui si troverà ad ingaggiare una vera e propria lotta contro il tempo per salvare la donna che ama dalle grinfie di un corrotto senatore romano, proprio nel corso dell’eruzione del Vesuvio… [sinossi]

Si respira una strana aria di sadomasochismo a Hollywood, dove gli schiavi vanno per la maggiore e le fruste schioccano con un rinnovato vigore. A riportarle in auge è stato forse poco più di un anno fa l’ottimo Django Unchained di Quentin Tarantino, ma ora, nel medesimo weekend, le ritroviamo in sala, oltre che con il plurinominato agli Oscar 12 anni schiavo di Steve McQueen, anche nel kolossal pseudo-storico Pompei, diretto dal re del blockbuster usa e getta Paul W.S. Anderson. In questo rinnovato conflitto tra schiavi e padroni ambientato nella sodoma e gomorra partenopea, il ruolo del sottomesso lo incarna un giovane esponente della genia dei celti domatori di cavalli, Milo (Kit Harington), costretto dai perfidi legionari romani al ruolo di gladiatore e con questo scopo trascinato proprio nell’agone di Pompei, dove il Vesuvio ha già iniziato le sue polluzioni foriere di morte e distruzione. Giunto in loco, il tapino fa subito amicizia con la bella Cassia (Emily Browning), rampolla di una ricca famiglia locale, sedotta immantinente dall’aitante straniero e dalla sua rara capacità di comunicare con la razza equina. Ma a contrastare il loro nascente amore sono le mire politiche di un corrotto senatore romano (incarnato dal sempre luciferino Kiefer Sutherland) che non intende mollare la sua preda anche di fronte alla catastrofe naturale in corso. A dare una mano all’eroe innamorato ci penserà l’aitante collega gladiatore Attico (Adewale Akinnuoye-Agbaje ). Tra i due è nata infatti, proprio mentre erano in catene nelle prigioni sottostanti l’arena dei giochi, un’amicizia assai solida e pervasa dell’opportuno sottotesto omoerotico.

Che Paul W.S. Anderson non fosse un grande regista, lo sospettavamo da tempo, tuttavia la sua fortunata saga di Resident Evil procurava un intrattenimento videoludico sufficentemente funzionale. In Pompei però, se si eccettuano le sequenze di combattimento, tutto pare essere stato lasciato in maniera equanime o al caso o alla postproduzione. Appartiene al versante del “caso” la partitura improbabile dei dialoghi, ridondanti e a tratti risibili, specie quelli assegnati alle protagonista femminile (una Emily Browning più scialba del solito), mentre per quel che riguarda l’effetistica e il 3D, si viaggia su un appiattito grigiore con pochi guizzi di fantasia (l’unico è forse lo tsunami con principio di naumachia per le vie cittadine), mentre l’incessante scrosciare prima di lapilli e poi di cenere incandescente, discende a piombo sul centro abitato riecheggiando quelle piogge di asteroidi tipiche del disaster movie anni ’90.
Anderson procede dunque col pilota automatico e la sua carenza di idee la dichiara dopo tutto con una certa onestà fin dall’incipit, quando per illustrarci il trauma vissuto dal suo protagonista da bambino fa ricorso esplicitamente al ben più coriaceo Conan il barbaro di John Milius, citato in maniera fedele e quasi passo passo, se si eccettua per il fatto che, dati i duri tempi censorii odierni, questa volta la testa della madre del piccolo non viene più divelta, ma riceve solo un colpo neanche troppo tonante.

Per quel che pertiene poi la raffigurazione della città di Pompei, le cui vestigia odierne rifulgono ancora di lussi e agi mai più riconquistati, essa appare piuttosto deludente e sottotono. Nessuna allusione viene fatta d’altronde a tutti quei reperti a sfondo erotico rinvenuti nel sito e oggi raccolti nel Gabinetto Segreto presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’unica trasgressione qui è riservata a una matrona intenta a rimirare, nel corso di una festa a casa di Cassia, le “attrezzature” fronte-retro dei nostri due prodi gladiatori, esibiti al banchetto su appositi piedistalli.
La storia d’amore tra Milo e Cassia è dunque opportunamente de-sessualizzata e i due innamorati non si scambiano più di un casto bacio, perfetto per un pudico blockbuster romantico indirizzato in tutta evidenza alle adolescenti orfane della saga di Twilight. L’assenza dell’erotismo va a braccetto con lo scarso impeto rivoluzionario che caratterizza la missione dei protagonisti: Attico vuole la libertà sì, ma solo per sé, e Milo non è certo Spartacus, ha i riccioli ben definiti e phonati e pensa prevalentemente a vendicare la morte dei genitori. Per fortuna a fare da sfondo a mancati ribelli e tiepidi innamorati ci pensa il Vesuvio, è il suo l’unico vero gesto rivoluzionario, rivolto in maniera ecumentica e democratica su buoni e cattivi.

Info
Il tumblr di Pompei.
La pagina facebook di Pompei.
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