Berlinale 2014 – Bilancio

Berlinale 2014 – Bilancio

La sessantaquattresima edizione della Berlinale si è divisa tra un pugno di opere destinate a rimanere incastonate nella memoria e un resto della selezione dispersivo e poco convincente.

Gli occhi di un bambino che fissano il cielo, gli occhi dello stesso bambino dodici anni dopo che non hanno il coraggio di incontrarsi/fissarsi su quelli di una coetanea. Questi due istanti, contrappuntati da due ore e quaranta minuti di pura elegia della vita, avrebbero dovuto a detta della stragrande maggioranza del popolo festivaliero accaparrarsi l’Orso d’Oro della sessantaquattresima edizione della Berlinale. C’è sempre un momento, durante un festival cinematografico, in cui ci si rende conto di essersi imbattuti nella visione “definitiva”, il punto di svolta che dà un senso all’intero palinsesto della kermesse: a Berlino è toccato a Boyhood di Richard Linklater. Grande è stata dunque la sorpresa quando la giuria capitanata da James Schamus gli ha conferito “solo” il premio alla regia preferendogli il pur ottimo Black Coal, Thin Ice del cinese Diao Yinan, che smarca la cinematografia della Mainland China dai cliché cui è spesso ridotta a livello internazionale, attraverso un noir di grande spessore. Quali che siano i motivi che abbiano spinto la giuria a non considerare il film di Linklater per il premio principale, siamo da sempre fautori dell’idea che il giudizio su di un festival non possa e non debba mai essere corrotto e condizionato dal mero elenco di vincitori e vinti.
I problemi della Berlinale 2014, in effetti, hanno ben poco a che vedere con le discussioni in seno alla giuria, e sono rintracciabili assai più a monte: fin dai primi giorni è apparso chiaro che si avesse a che fare con un’edizione in tono minore del primo tra i principali festival europei dell’anno. Se il concorso berlinese da sempre regala un saliscendi emotivo e critico non indifferente, con opere dimenticabili e piccoli gioielli che si alternano senza una particolare coerenza nella selezione (a fianco dei film di Linklater e Diao, tanto per fare un paio di esempi, ci si è imbattuti nei trascurabili, quando non indifendibili, Praia do Futuro di Karim Aïnouz e Inbetween Worlds di Feo Aladag), di solito era possibile trovare requie nelle sezioni collaterali, Panorama e in particolar modo Forum.

Ma se il programma di Panorama sembra essersi sclerotizzato, girando ossessivamente intorno ai medesimi punti (i film a tematica omosessuale, una certa propensione all’indie statunitense di matrice Sundance) senza più riuscire a indagare con forza la realtà che lo circonda, anche Forum quest’anno sembra aver smarrito parte delle proprie peculiarità. A deludere è soprattutto una selezione asiatica meno ricca e “puntuale” che in passato. Elementi che costringono a una riflessione sulla macchina festivaliera berlinese, che dovrebbe forse impegnarsi a muovere qualche passo in direzioni finora poco tentate o troppo presto abortite.
Anche perché i punti di forza della Berlinale restano sempre gli stessi: un’organizzazione per molti versi impeccabile, a partire da uno stuolo di sale e di schermi che rasentano la perfezione visiva e uditiva; una cittadinanza pronta a rispondere presente anche di fronte alle opere più ostiche o dirette da emeriti sconosciuti; una forza economica che permette ancora oggi, in un periodo di vacche non magre ma scheletriche, di allestire uno festival/festa/mostra che riesce a unire il cinema popolare a quello di ricerca, le retrospettive alle ultime novità, i grandi divi alle cinematografie più distanti e misteriose. Per molti versi quello di Berlino è l’esempio a cui dovrebbero guardare anche molti festival nostrani, e anche per questo dispiace dover sottolineare lo squilibrio evidente all’interno di una selezione forse troppo poco (o troppo) ragionata.

Non sono comunque mancanti i colpi al cuore: di Linklater si è detto, ma come tacere del doloroso The Little House di Yoji Yamada (all’ultimo film!), dello straripante Journey to the West di Tsai Ming-liang, dello spassoso Aimer, boire et chanter di Alain Resnais e del sarcastico e cinico Stations of the Cross di Dietrich Brüggemann, della versione integrale del primo capitolo di Nymphomaniac di Lars Von Trier, del sorprendente esordio Güeros di Alonso Ruizpalacios, del Fruit Chan fuori di testa e bowieano di The Midnight After, di Triptyque di Robert Lepage e Pedro Pires? Ma l’immagine più forte e duratura, forse, rimarrà quella di una partita di calcio sotto la neve, venticinque anni fa, commentata oggi da colui che la arbitrò e da suo figlio, regista: il film, visto in Forum, si intitola The Second Game e il regista in questione è il rumeno Corneliu Porumboiu, forse l’esponente più maturo, consapevole e completo della ricchissima scena cinematografica di Bucarest.
In attesa di sapere tra dodici mesi cosa sarà diventata la Berlinale, l’immagine di calciatori strenuamente decisi a combattere sul campo nonostante siano impantanati nella neve è forse la fotografia più precisa di questa edizione 2014…

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Il sito della Berlinale

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