Lone Survivor

Lone Survivor

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In Lone Survivor di Peter Berg torna senza falsi pudori, la retorica dell’eroe valoroso e super-addestrato.

Tutti per uno

Afghanistan, giugno 2005, quattro Navy Seals sono inviati in missione per catturare e uccidere Ahmad Shah, famigerato leader talebano. La squadra di soldati super-addestrati si ritroverà bloccata tra le montagne e preda di un esercito nemico molto più scaltro, veloce e meglio equipaggiato di loro. [sinossi]

Non è più tempo di ufficiali gentiluomini o top gun volteggianti nell’aere, i protagonisti del nuovo cinema bellico statunitense sono indubbiamente loro: gli iper-addestrati Navy Seals. Vere e proprie macchine da guerra progettate per portare a termine le loro missioni in qualsiasi condizione (l’acronimo indica che sono in grado di agire per mare, terra e aria), questi gruppi speciali dell’esercito statunitense sono nati al principio degli anni ’60 e sono stati impiegati largamente già nel conflitto in Vietnam, ma a garantire loro imperitura gloria è stata senz’altro la cattura e uccisione del leader di Al-Qaeda Osama bin Laden. Sul grande schermo furoreggiano pertanto relativamente da poco tempo, ma di recente abbiamo avuto modo di ammirarli all’opera in una serie di pellicole dalla riuscita eterogenea, come i poco convincenti Code Name: GeronimoAct of Valor, l’ambiguo ma pluri-osannato Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow e l’altrettanto sopravvalutato Captain Phillips – Attacco in mare aperto di Paul Greengrass.
Tocca ora a Peter Berg, già autore dell’interessante e sottostimato Battleship, eternare questi super soldati con Lone Survivor, ruspante war movie ispirato, come recita la frase di lancio a una “vera storia di coraggio”.

Tratto dall’omonimo libro firmato dal reale protagonista delle vicende Marcus Luttrell insieme a Patrick Robinson, il film vede quattro addestratissimi Navy Seals di stanza in Afghanistan (incarnati da Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Emile Hirsch e Ben Foster) alle prese con un incarico apparentemente poco preoccupante: individuare e uccidere Ahmad Shah, pericoloso capo talebano responsabile della morte di un cospicuo numero di soldati statunitensi. I quattro, però, si ritroveranno bloccati su un’arida montagna, circondati da un esercito nemico molto più numeroso e meglio equipaggiato di loro.

Se si eccettuano le immagini che scorrono sui titoli di testa, dove seguiamo alcune fasi dell’addestramento dei Navy Seals dense di prove fisiche e psicologiche che rasentano la tortura e risultano dunque alquanto spiazzanti, la pellicola firmata da Berg si configura come un crescendo di glorificazione ed esaltazione di questi supersoldati, la cui dimensione umana è riservata a pochi, ma ben calibrati dettagli.
C’è il soldato (incarnato da Hirsch) alle prese con la scelta a distanza della tinta con cui ridipingere il soggiorno di casa e quello (Taylor Kitsch) che invece dovrà adempiere a un dovere coniugale ben più oneroso: acquistare per la sua sposa un cavallo arabo da vero principe azzurro. Prima di immergerli nell’azione dura e pura, Berg tratteggia infatti i suoi soldati con rapide e funzionali pennellate, documentandone la quotidianità nella base militare sperduta nel deserto afghano, tra cameratismo, goliardia e nostalgia per gli affetti lontani.
Ma il montaggio rapido e serrato di inquadrature in perenne movimento, prediletto dal regista, trova la sua massima espressione nella lunga sequenza sulla montagna, dove i nostri eroi si ritrovano alle prese – a causa di una difficile scelta dettata da ragioni prettamente umanitarie – con un’imboscata senza via di scampo.

Berg non risparmia i colpi, inferti e soprattutto subiti da questi soldati-terminator, fatti per resistere fino alla fine. La durata della sequenza amplifica il loro martirio, sovvenzionato da gesti di altruistico eroismo e dal ritorno qua e là di lacerti (fa capolino la già citata tinta del soggiorno) appartenenti a quella dimensione domestica, forse per sempre perduta. Perfettamente a suo agio con l’orchestrazione della serrata guerriglia montana, Berg si sofferma sui dettagli, la carne dilaniata dai colpi, i passi falsi, le esitazioni, la vista sempre più offuscata, mantenendosi a ridosso dei suoi personaggi, ma conservando sempre intatto l’intero arco evolutivo dell’azione. Siamo nel cuore del film, in una lunga scena madre che non inganna l’occhio né fa sconto alcuno sulla violenza, pur senza mai demonizzare il nemico, anzi, esaltandone le doti acrobatiche.
Sfortunatamente però, Lone Survivor procede oltre questa magistrale battaglia, e cede con fin troppo gusto a un crescendo di retorica non sempre convincente. Si parte con l’incontro provvidenziale con un “buon selvaggio” munito di bambino dagli occhioni neri, evento salvifico per il nostro sopravvissuto, incarnato con paternalistico pathos da Mark Wahlberg, anche produttore del film.
La permanenza del soldato in un villaggio di civili avversi ai talebani apre il film dunque a una vena di patetismo che cozza inevitabilmente con il realismo scarno della battaglia appena conclusa: è il momento dell’amicizia e della reciproca conoscenza, dell’etica del soccorso e anche di una certa alterigia, quando il Navy Seal mostra (seppur senza eccedere) il desiderio di “salvare” il bimbo indigeno, magari portandolo con sé negli States.
Può piacere o meno, ma di certo Lone Survivor non si nasconde, al contrario del già citato film della Bigelow, dietro un’ostentata tecnica documentale pur di non esprimere il proprio giudizio su ciò che mostra; quello di Peter Berg, come ci conferma la galleria di immagini che chiude il film – sulle note tra l’altro di Heroes nella versione cantata da Peter Gabriel -, è esplicitamente e senza mezzi termini un film su – ma soprattutto per – i Navy Seals.

Info
Il sito ufficiale di Lone Survivor: lonesurvivorfilm.com
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