Intervista a Vieri Razzini

Intervista a Vieri Razzini

Abbiamo intervistato Vieri Razzini, fondatore insieme a Cesare Petrillo della Teodora Film, che negli anni ha distribuito in Italia film come Amour, Sister, Tomboy e Lo sconosciuto del lago.

Il mondo della distribuzione cinematografica appare ai più governato da meccanismi spesso poco comprensibili e, in generale, è raramente oggetto di approfondimento. In questo panorama, sono pochi i distributori indipendenti che riescono a muoversi in maniera proficua nel ristretto mercato nostrano, portando in Italia pellicole che altrimenti rischierebbero di restare invisibili. Una delle società capace di distinguersi nel corso degli anni è la Teodora Film, fondata nel 2000 da Cesare Petrillo, che vi svolge il ruolo di amministratore unico, e da Vieri Razzini, che ne è il direttore artistico. In quasi quindici anni di attività, la Teodora ha distribuito in Italia film come Lo sconosciuto del lago di Alain Guiraudie, Tomboy di Célina Sciamma, Home e Sister di Ursula Meier, Tutti per uno di Romain Goupil, il vincitore della Palma d’Oro 2012 Amour di Michael Haneke, Il caso Kerenes di Calin Peter Netzer, oltre abitualmente ai film di Susanne Bier e François Ozon (almeno fino al 2010, con Il rifugio) e ad alcuni interessanti titoli italiani come Viaggio sola di Maria Sole Tognazzi e Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni. Ma la vera scommessa vinta dalla Teodora, e che ha aperto nuove possibilità distributive fino ad allora insperate, è stato il caso cinematografico della scorsa stagione: To Be or Not to Be di Ernst Lubitsch, film del ’42 fatto uscire nel circuito regolare che ha totalizzato quasi mezzo milione di euro di incasso.
Abbiamo perciò incontrato Vieri Razzini per parlare della sua attività alla Teodora e per cercare di capire quali sono le maggiori difficoltà che incontra un distributore indipendente nel nostro paese. Tra i vari discorsi affrontati vi è stato, ovviamente, anche il passaggio dalla pellicola al digitale – già oggetto nel recente passato di alcune nostre interviste, come quella a Paolo Cherchi Usai –, il 3D e, più in generale, lo stato delle cose nel sistema cinematografico italiano.

Vorremmo iniziare partendo dalle novità e cioè dai film che avete comprato come Teodora allo European Film Market che si tiene ogni anno nel corso della Berlinale. In particolare, abbiamo letto che distribuirete il prossimo film di Wenders, Everything Will Be Fine.

Vieri Razzini: Sì, per quel che riguarda il film di Wenders il lavoro di acquisizione in realtà era iniziato da tempo. Avevamo già letto la sceneggiatura e l’avevamo trovata ottima. Il protagonista sarà James Franco e Wenders ha avuto questa idea molto bella, ovvero di fare in 3D alcune parti del film, quelle in particolare che riguardano i momenti in cui il protagonista riesce a vedere la realtà in maniera più distesa, come un mondo a lui non ostile. Il tentativo – mi pare di poter dire – è di giocare con il 3D un po’ come negli anni passati alcuni registi, all’interno di uno stesso film, passavano dal bianco e nero al colore. Devo dire che sono molto contento di questa acquisizione perché sono stati i venditori internazionali a cercarci.

A leggere da quel poco che si sa di Everything Will Be Fine – uno scrittore che vive nel rimorso di aver provocato incidentalmente la morte di un bambino – sembra un film molto differente dalle ultime opere di Wenders.

Vieri Razzini: Sì, è vero. È molto diverso sia rispetto a Pina 3D, per ovvie ragioni, sia rispetto a Palermo Shooting che a dire il vero non era un granché. Mi sembra che Wenders voglia fare un film più sostanzioso rispetto ai suoi ultimissimi lavori. È una storia molto articolata e anche molto tragica. Poi, tra gli altri titoli che abbiamo preso a Berlino, c’è anche un film norvegese, In Order of Disappearance. È diretto da Hans Petter Moland e ha per protagonista Stellan Skarsgård. È molto divertente, un film d’azione, un po’ noir e un po’ black comedy. Si tratta perciò di un titolo abbastanza insolito rispetto alle cose che distribuiamo di solito, ma ci crediamo molto. I giornalisti italiani poi, con la loro ossessione per la semplificazione, hanno parlato di “commedia nera alla Tarantino” e il che ovviamente ci fa gioco perché hanno già individuato il pubblico di riferimento. Perciò non si tratta assolutamente di un film come Molière in bicicletta [il film più recente distribuito dalla Teodora, uscito nelle sale lo scorso dicembre, n.d.r.], ma lo stesso tipo di pubblico di quel film può divertirsi molto, a patto di “digerire” un po’ di sangue e violenza.

Di solito come avviene la scelta dei film da acquisire?

Vieri Razzini: A gusto. Deve piacere a me o a Cesare, di solito piace a tutti e due. Poi ci sono le occasioni in cui siamo separati e allora decide uno solo di noi, ma ci fidiamo molto l’uno dell’altro. Ci sono anche dei casi in cui devi però per forza rinunciare ad acquistare un film che ti è piaciuto perché sai che sarà una missione suicida, in quanto gli esercenti lo smonterebbero dopo una settimana. Questa cosa succede sopratuttto con i film della “disperazione contemporanea”.

A che film ti riferisci in particolare? Ci vengono in mente, ad esempio, tutti gli ultimi film di Tsai Ming-liang che purtroppo non hanno avuto distribuzione.

Vieri Razzini: Sì, vero, a quelli ma non solo. Penso anche ai lavori di Wang Xiaoshuai, un regista che noi abbiamo distribuito in passato con, ad esempio, Le biciclette di Pechino (2003) e Shanghai Dreams (2005). Beh, nel 2003 passò al Festival di Cannes un suo film bellissimo, Drifters, una storia di contadini cinesi che, attraverso una serie di peripezie, riescono a imbarcarsi su una nave per sfuggire alla povertà, ma quella nave, si scoprirà, è carica di scorie nucleari. Era un film magnifico, ma lì devi pensare che, se lo vai a distribuire, ti carichi di un peso davvero importante, una vera e propria patata bollente. Perciò, a malincuore, decidemmo di non prenderlo.

C’è qualche autore verso il quale senti un rapporto di filiazione, perché è stata una vostra scoperta? Pensiamo, ad esempio, a Susanne Bier.

Vieri Razzini: Beh, sì, abbiamo portato in Italia Susanne Bier che poi è arrivata all’Oscar. I suoi film li abbiamo distribuiti quasi tutti noi, a partire da Non desiderare la donna d’altri (2004), di cui poi è stato fatto il remake americano, Brothers (2009), piuttosto brutto direi. Tra le nostre scoperte recenti c’è Céline Sciamma, di cui abbiamo distribuito Tomboy e che adesso ha un nuovo film, Bande de filles, che parla di una gang di ragazze nere nella banlieue parigina. E, poi, sicuramente aspettiamo il nuovo lavoro di Ursula Meier, di cui abbiamo distribuito Home e Sister. Quest’ultimo in particolare era per me un film bellissimo. Lei è un vero talento e i talenti, se puoi, te li porti dietro. Nei primi tempi della Teodora, avevamo invece Lucrecia Martel, a cui io sono ancora molto legato, ma lei poi si è un po’ persa. Comunque ritengo La Ciénaga (2001) uno dei film più belli che abbiamo distribuito. Ha un talento indubbio e tra le sue colleghe cineaste so che è molto stimata. Tra l’altro anche La Niña santa era un gran film.

Il mondo della distribuzione sembra farsi sempre più complesso. Quali sono secondo te i problemi più gravi che un distributore deve affrontare? Ad esempio, il fatto che una società non può comunicare direttamente con l’esercente, ma deve passare attraverso dei circuiti di distribuzione? Questo perché non vi sono, a parte rarissime eccezioni, degli esercenti che possano agire in modo indipendente?

Vieri Razzini: Sì, al di là delle major americane, c’è un solo circuito, in realtà, ed è il Circuito Cinema. Di questo veramente se ne occupa più Cesare Petrillo di me, in ogni caso posso dirvi che ci sono dei film importanti che il capo di Circuito Cinema già sa che saranno nel nostro listino per la stagione successiva. Ad esempio, se noi abbiamo il film di Wenders, Fabio Fefè [responsabile della programmazione di Circuito Cinema, n.d.r.] lo sa e sa anche che, se il film è probabile che vada a Venezia, l’uscita sarà programmata poco dopo il festival. E poi ci sono delle cose meno programmate, più improvvise. Ora, ad esempio, abbiamo una commedia italiana a metà aprile, Ti sposo ma non troppo di Gabriele Pignotta, che fino a quindici giorni fa non sapevamo neanche che esistesse. Ma l’abbiamo vista, ci è piaciuta e la facciamo uscire. Ed è stata scelta una data in cui non ci sarà una concorrenza troppo aggressiva. Se – come siamo noi di Teodora – sei presente con regolarità sul mercato e hai tot film l’anno, il circuito sa che ti dovrà assorbire. Comunque, per tornare alla domanda, non sono tanto i gangli dei circuiti il grosso problema del distributore oggi, quanto il fatto che la televisione ignora il cinema, compresa Sky. I palinsesti non programmano film e, se non creano degli appuntamenti prefissati che possano fidelizzare lo spettatore, il fatto di inserire un film così, come cattedrale nel deserto, è ancora più deleterio, perchè poi ti dicono: “Eh, hai visto come è andato male?”. Certo che va male, perché se lo piazzano in modo irrazionale nel palinsesto, allora è ovvio che vada male.

La moltiplicazione dei canali TV col digitale terrestre ha abbattuto i prezzi di mercato dei film?

Vieri Razzini: Sì, c’è stato un crollo dei prezzi e poi le TV generaliste dicono che il film non è più un prodotto privilegiato, però lo hanno sfruttato e continuano a sfruttarlo. Negli anni scorsi, ad esempio, abbiamo venduto dei film a La7, ma ora il Sig. Urbano Cairo [proprietario de La7 da marzo 2013, n.d.r.] ci ha fatto sapere che i film non li vuole più. Con Sky anche si fa una grande fatica, molti film che avevamo e che pensavamo potessero andare bene per loro sono rimasti invenduti. Questa è una difficoltà reale ed è una situazione davvero preoccupante. Perciò ora è tornato ad essere indispensabile per una casa di distribuzione guadagnare abbastanza dalla sala, anche perché l’home video è crollato visto che i film vengono allegramente scaricati da internet. Oggi la sala è il principale guadagno e non avere mai dei paracadute, o averli raramente, come ad esempio la vendita alle TV, questo davvero ci mette in difficoltà. Per cui si cerca anche di indirizzarsi su un altro tipo di film. È una cosa che fanno tutti e anche noi dovremo aggiustare il tiro. Per continuare a fare questo mestiere in maniera decente, infatti, devi pensare anche di avere un prodotto commerciale che quasi sicuramente puoi vendere a Sky o ad altri.

E già avete fatto acquisti in tal senso?

Vieri Razzini: Noi per ora cose che non ci piacciono per fortuna non le abbiamo prese. Ma, ad esempio, quando vi parlavo di In Order of Disappearance era proprio a questo che pensavo, a un film che può avere un successo che vada al di là del nostro pubblico abituale. E poi è un film che può piacere alle TV perché è un film di genere. Certo, è comunque indispensabile che prima vada bene in sala, perché non è che ci siano delle grandi star, ci sono Stellan Skarsgård e Bruno Ganz, che poi fa un ruolo stupendo, è il capo di una gang di serbi…

Ma, ad esempio, Un castello in Italia di Valeria Bruni Tedeschi lo avete venduto alla TV?

Vieri Razzini: Quello per me è una spina nel cuore. Non capisco perché non sia stato apprezzato come merita, nè dal pubblico nè dalla critica. La critica, poi, anche quando ne ha parlato bene lo ha trattato con sufficienza, come se fosse un filmetto. È un lavoro estremamente maturo, molto compiuto, la Bruni Tedeschi riesce a mettere in scena questi improvvisi cambi di tono, che sono difficilissimi da fare. È un film che allo stesso tempo fa commuovere ma che fa anche morire dalle risate, e sono delle qualità decisamente rare. Ad esempio, per dire quanto è stato frainteso secondo me questo film, Paolo De Agostini su Repubblica lo ha paragonato a Visconti perchè protagonista è l’alta borghesia. A me non sembra proprio che le due cose siano paragonabili e ne ho parlato con lo stesso D’Agostini quando l’ho incontrato. Se c’è una cosa che è sempre mancata a Visconti, infatti, è il sense of humour.

Il passaggio dalla pellicola al digitale ha facilitato le cose sul piano della distribuzione? Nel senso, adesso avete meno spese perché non dovete più stampare le copie su 35mm?

Vieri Razzini: Finchè dovremo pagare la nostra quota alle sale che si sono attrezzate per il digitale, ovvero la Virtual Print Fee, non ci sarà un grosso divario. Anzi, diciamo che la spesa è la stessa di quando stampavamo le pellicole. Ma, quando finiremo di pagare questa tassa, il vantaggio economico lo vedremo. Ho dei dubbi invece sulla qualità della visione con il digitale e cioè se tutte le sale potranno essere tarate allo stesso modo. Secondo me non sarà così e ho avuto già qualche esempio in tal senso. Faccio un esempio di film che ho visto come semplice spettatore e cioè Nebraska, il film in bianco e nero di Alexander Payne: quando l’ho visto, al Nuovo Olimpia a Roma, all’inizio ho avuto l’impressione che ci fosse troppa luce, che fosse troppo chiaro. Mi dava addirittura fastidio agli occhi.

Alla proiezione al festival di Cannes al contrario era molto scuro, molto contrastato. Mentre invece siamo andati a vederlo anche a Roma, al Mignon, e l’immagine sembrava fatta di un grigiolino poco acceso.

Vieri Razzini: Sì, ecco, quest’ultima è la stessa impressione che ho avuto io.

Ad esempio, anche il nuovo film di Scorsese, The Wolf of Wall Street, l’abbiamo visto in due diverse occasioni e aveva una fotografia diversa. Nella seconda c’era un’immagine più slavata.

Vieri Razzini: Eh, allora, probabilmente è irrisolvibile questa cosa. Cioè rischiamo di non vedere mai, se non raramente, il film così come è stato concepito. Con il digitale perciò ci troviamo in fin dei conti ad avere lo stesso problema che c’era con la pellicola in 35mm, un problema con cui abbiamo dovuto fare i conti tutta la vita. Pensate che ad esempio il pomeriggio, per spendere di meno, alcuni proiezionisti abbassavano la lampada e così il film era tutto scuro e poi, ovviamente, a seconda di come erano stampate le pellicole si avevano deii colori e una luminosità diversi.

Qualche anno fa al Festival di Torino hai partecipato a una tavola rotonda sul 3D – era poco prima dell’uscita di Avatar. In quell’occasione avevi espresso opinioni molto nette contro il 3D. È cambiato il tuo giudizio? Non pensi che in fondo il 3D – il cui percorso sembra già agli sgoccioli – sia stato semplicemente un cavallo di Troia per spingere – e forse costringere – le sale a passare al digitale?

Vieri Razzini: Dite? Non l’ho mai vista così. Però può darsi. Devo dire comunque che forse un po’ il 3D è migliorato. Ad esempio, recentemente, mi è piaciuto Gravity che sembrava quasi un film sperimentale. Avatar invece non mi colpì per nulla. E poi, nel recente passato, mi ha fatto una certa impressione – negativamente – la piattezza di Hugo Cabret. Mi è sembrato che lì ci fossero tante file di figurine, in cui le varie profondità erano staccate tra di loro e i personaggi erano in realtà molto piatti. Era come se fosse una sostituzione dei volumi veri e propri con qualcosa di molto appariscente ma anche molto cartoon. Sembravano tanti piani piatti, anche – mettiamo – sei piani tutti perfettamente a fuoco e magari anche in movimento, ma straordinariamente finti.

Forse è anche perché il 3D che si fa oggi, rispetto a quello degli anni ’50 ma anche degli ’80, è più di profondità dell’immagine, mentre in passato gli oggetti emergevano realmente dallo schermo.

Vieri Razzini: Quello era un meccanismo divertente. Era un baraccone, ma tanto il cinema può essere anche baraccone. Ora fanno queste cose più raffinate per non lanciarti contro il vaso, ma invece quella era una cosa che funzionava. E poi c’è questa cosa che, siccome gli occhiali sono grigi, tutto diventa scuro e questo non è sempre funzionale. Per esempio, per tornare a Pina 3D di Wenders, ho trovato che fosse bellissimo il sipario iniziale che era come se partisse dalla platea, messo in obliquo. Dopo di che, nel resto del film, il 3D non l’ho trovato utile.

Un film che avete potuto distribuire in digitale e che è stata una delle sorprese positive della scorsa stagione è To Be or Not to Be, il recupero del film di Lubitsch del ’42, fatto uscire nel normale circuito distributivo. Una novità assoluta in Italia e un grande successo. Avete in progetto di distribuire altri classici al cinema?

Vieri Razzini: Sì, però abbiamo diversi dubbi. Lo scorso anno c’era la sorpresa, ma ora con l’iniziativa Il cinema ritrovato al cinema, curata dalla Cineteca di Bologna, lo spazio per queste iniziative si è un po’ ristretto. Lo avremmo potuto rifare a fine primavera con un altro film del passato, ma non ne siamo molto convinti. Innanzitutto è difficile trovare un altro film come quello di Lubitsch, che si è rivelato una sorpresa per tutti, noi per primi. Io pensavo che fosse un’occasione per andarlo a rivedere, invece ho scoperto che molte persone non lo conoscevano proprio. Ma quel tipo di iniziativa serve anche a quello, a scoprire dei film del passato per la prima volta. Non abbiamo idea di quanto il cinema in realtà sia sconosciuto. Anche gli apparati culturali continuano a considerare purtroppo il cinema come una cenerentola, semplicemente come uno “spettacolo”.

Il restauro chi l’aveva curato?

Vieri Razzini: Quello era stato fatto dai francesi perché i diritti li aveva presi Canal Plus. È stato un caso fortunato perché si trattava di un film americano ma a produzione indipendente, prodotto da Alexander Korda con la London Film. Non è mai appartenuto a una major, questa è stata la fortuna, perché in quel caso sarebbe stato molto più complicato distribuirlo. Insomma, non è facile trovare un altro caso simile a To Be or Not to Be.

Avete pensato di distribuirlo anche in pellicola?

Vieri Razzini: È uscito in pellicola in alcuni cinema che non erano digitalizzati. Quando abbiamo visto il successo che stava avendo, abbiamo aumentato le copie e fatto delle stampe in pellicola, che però non erano molto belle perché si trattava di riversamenti da digitale a 35mm.

Negli ultimi anni abbiamo notato che, come Teodora, state distribuendo un numero crescente di film italiani, da Viaggio sola a Il rosso e il blu, fino a Il primo incarico. Come mai?

Vieri Razzini: Perché è capitato che ci fossero dei film italiani che ci piacevano e che erano già pronti, solo da distribuire. Forse ora avremo presto anche il nuovo film di Alessandro Piva che si chiama I milionari ed è una storia di camorra ambientata negli anni ’80, il momento della trasformazione, quando irrompe la droga pesante sul mercato.

Ma per i film italiani siete mai intervenuti a sostenere economicamente il progetto già in fase di pre-produzione, assicurando perciò la distribuzione?

Vieri Razzini: No, finora non è mai successo. Ma questo dipende di norma dal produttore, dal momento in cui decide di contattarci per coinvolgerci. E poi, non bisogna dimenticare che in Italia c’è questa cosa difficile da gestire che è il cosiddetto “autorialismo”, per cui ai registi non puoi dire nulla, è difficile intervenire per proporre delle modifiche. Molti film stranieri invece, è vero, li abbiamo pre-acquistati sulla base della sceneggiatura, mentre in Italia i film che ci sono stati proposti erano già finiti. In realtà probabilmente ora ce n’è uno italiano, con cui siamo in trattative e che è ancora in fase di sceneggiatura, ma ovviamente non vi posso dire di cosa si tratta.

Abbiamo recuperato un articolo del 2007 di Cesare Petrillo sul Manifesto, in cui chiedeva che si facesse una nuova Legge Cinema. La sua richiesta veniva ad esempio dalla necessità di regolare le uscite nei multiplex che possono programmare in più sale uno stesso film senza diversificare la programmazione. Ormai, però, a distanza di sette anni e nonostante tutti i problemi del settore, non solo in campo distributivo, praticamente nessuno osa più chiedere una Legge Cinema. Ciò dipende ovviamente anche dall’incredibile instabilità – politica e non solo – che stiamo attraversando.

Vieri Razzini: Sì, purtroppo. Mi esimo da qualsiasi commento. Posso dire solo che siamo degli imbecilli a investire ancora in questo paese. Ora, restando alla programmazione delle sale, succede una cosa ancora peggiore, ed è uno dei difetti del digitale, perché come al solito la tecnologia ti dà l’occasione di comportarti male. Mi riferisco alla programmazione a puzzle per cui alle 16 hai un film, alle 18 un altro, alle 20 un altro ancora. Questo è grave perché gli spettatori magari vanno lì per vedere Topolino e invece trovano un sofisticato film svizzero. Ci sono dei cinema seri e altri no. Certo se il film è per bambini, la proiezione programmata solo alle 15 può anche andare. Ma a noi è successo di recente con Molière in bicicletta che il film in una sala, fin dal primo giorno, era stato messo in programmazione solo in due spettacoli. E noi non ne eravamo al corrente. Quando ce ne siamo accorti, l’abbiamo fatto togliere. Questa programmazione a puzzle crea una tarantella assurda e dannosa per il film, perché lo spettatore non sa mai cosa lo aspetta.

Ma i vostri film vanno nei multiplex?

Vieri Razzini: Di norma no, però forse questa nuova commedia italiana, Ti sposo ma non troppo, ci andrà.

Pensi che si debba puntare con maggior decisione sulla stagione estiva?

Vieri Razzini: Sì. Guarda, noi l’abbiamo sempre fatta. XXY di Lucía Puenzo nel 2007 uscì dopo Cannes e poi siccome andava bene lo tenemmo per tutto il mese di luglio in sala. Questo purtroppo è un paese in cui, appena esce un raggio di sole, la gente non va più al cinema. Io sto già iniziando a fare la danza della pioggia per Pasqua.

Per chiudere l’intervista ti vorremmo chiedere un ricordo della tua esperienza in RAI e sapere come mai è finita. È un’ esperienza che ha segnato la nostra generazione perché seguivamo regolarmente i cicli cinematografici che presentavi su RaiTre.

Vieri Razzini: Proprio pochi giorni fa mi hanno contattato i miei amici del cineclub storico L’officina che faranno una cosa per Rai Movie con contenuti d’archivio in occasione dei 60 anni della RAI. Faranno una serie di schegge dove ci saremo io, Enrico Ghezzi, Marco Giusti in contributi di ieri e di oggi. Certo, sarà strano rivedersi in filmati di epoche diverse! L’esperienza in RAI è finita perché mi ero stancato. Volendo si poteva resistere ancora un pochino di più, ma si andava su una brutta china, perché da un lato avevo dei riscontri molto positivi dall’esterno, dall’altro – all’interno, in RAI – sembrava che facessi per dispetto le retrospettive su Max Ophüls. Quindi insomma alla fine, appena ho potuto, sono andato via. Ed è stato giusto così.

INFO
Sito della Teodora
Pagina Facebook della Teodora
Pagina sulle acquisizioni Teodora su LattepiùMagazine
Pagina Wikipedia sul film di Wim Wenders, Everything Will Be Fine
Pagina della Berlinale su In order of Disappereance
Informazioni sul nuovo film di Céline Sciamma, Bande de filles
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3 Commenti

  1. Donato 08/03/2014
    Rispondi

    Vieri Razzini è un personaggio unico nel suo settore.Di rara erudizione.Come non ricordare le raffinate presentazioni delle serie di Lubitsch e Ophuls alla RAI,quando la RAI non era una rete commerciale come le altre.Quella sì che era cultura.

  2. Marco 23/05/2014
    Rispondi

    Sarò sempre grato a Vieri Razzini per avermi fatto conoscere ed amare un’enorme fetta di Grande Vero Cinema: Ophüls, Hawks, Lubitsch… o anche il già noto Scorsese, ma in lingua originale.
    Avrà sempre la mia stima ed il mio affetto.

  3. Paolo Spinelli 09/06/2014
    Rispondi

    Sarebbe bello , caro Vieri Razzini, organizzare in sala delle retrospettive ( anche di films relativamente recenti ma che non hanno sempre avuto successo, nonché capolavori del passato, qualche rarità semi introvabile in DVD ). Una volta lo si faceva nel periodo estivo, quando non uscivano ( o quasi ) novità. Perché non tentare ancora in modo da riportare tanti cinefili al grande schermo anche in periodi dell’anno in cui non escono films importanti? E i films di Cannes ? Quanto dovremo attendere per vederli ? Magari massacrati dal solito doppiaggio arruffone e semidialettale ( altro che i doppiatori di una volta, per quanto la v. o. sia sempre da preferirsi … )

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