Felice chi è diverso

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Con Felice chi è diverso Gianni Amelio indaga il mondo omosessuale italiano e il modo in cui è stato trattato dai media nel corso dei decenni.

Fuori dal tempo

Viaggio in un’Italia segreta, raramente svelata dalle cineprese: l’Italia del mondo omosessuale così come è stato vissuto nel Novecento, dai primi del secolo agli anni ’80. Un viaggio fatto di storie raccolte dal Nord al Sud del Paese, di chi ha vissuto sulla propria pelle il peso di essere un “diverso”. Racconti di repressione, censura, dignità, coraggio, e felicità. [sinossi]

Presentato alla 64.a edizione della Berlinale nella sezione Panorama, Felice chi è diverso, il documentario di Gianni Amelio prodotto in collaborazione con Rai Cinema e Rai Trade che ha per tema centrale l’omosessualità in Italia, raggiunge dal 6 marzo le sale italiane.
Proprio a Berlino, a poche settimane dal “coming out” offerto alle pagine di La Repubblica, l’autore si era dimostrato ansioso di raccontare ai giornalisti presenti all’incontro, l’intero percorso di genesi del suo film. Fin dal momento in cui Roberto Cicutto dell’Istituto Luce gli propose di realizzare uno dei tre documentari che avrebbero voluto affidare rispettivamente alla sua regia, a quella di Ermanno Olmi e quella di Ettore Scola. Alla richiesta di un’idea, quindi, Amelio ha proposto senza esitazione un viaggio nell’Italia omosessuale così com’è stata vista e trasmessa dai media dell’epoca. E il progetto è stato accolto al volo.

Con pochissime risorse economiche e grazie alla collaborazione di Francesco Costabile che lo ha aiutato nelle ricerche, Felice chi è diverso ha preso quindi lentamente forma in una ventina di testimonianze raccolte tra persone diverse per esperienze ed estrazione (da alcuni perfetti sconosciuti fino a Ninetto Davoli e Paolo Poli), pronte a raccontare la propria esperienza omosessuale, soprattutto negli anni in cui l’accettazione, sia familiare che pubblica, era tutt’altro che scontata. Nelle intenzioni dell’autore Felice chi è diverso avrebbe dovuto concentrarsi sulla rappresentazione mediatica e sul conseguente impatto su chi era obbligato a vivere nell’ombra le proprie inclinazioni sessuali. Negli anni in cui parlarne era fuori discussione almeno quanto pronunciare la stessa parola “omosessuale”, al posto della quale veniva comunemente utilizzata “invertito”, “capovolto”, “finocchio” o “occhio-fino”, come faceva notare allusivo Gassman a Trintignan in una sequenza de Il sorpasso. Per effetto di questo “silenzio mediatico” imposto dalla censura che dal ventennio fascista si è protratta fino agli anni ’70, il materiale di archivio inserito nel documentario non è molto. Le poche immagini che Amelio ha recuperato sono tratte da cinegiornali, giornali, trasmissioni televisive e film, ma non aggiungono molto a quanto Giuseppe Bertolucci aveva già inserito tra gli extra de La Rabbia di Pasolini.

È piuttosto necessaria una conversazione con l’autore per comprendere ciò che Amelio avrebbe voluto descrivere ma che in Felice chi è diverso non trova spazio. La diffamazione sistematica operata da settimanali come Il borghese o Lo specchio, l’episodio emblematico di Fiorentino Sullo, quattro volte ministro della repubblica, praticamente costretto a un matrimonio di convenienza attraverso una campagna mediatica che lo ha infine portato a dimettersi dalla carica istituzionale, così come altri interessanti ragionamenti che offrirebbero un preciso ritratto dell’epoca e importanti riflessioni che purtroppo sono rimaste fuori dall’indagine. La scelta dev’essere stata evidentemente quella di restare sull’esperienza intima, o per meglio dire sugli effetti che l’opinione pubblica infliggeva nel privato, talvolta con esiti drammatici, altre volte con migliore fortuna. Da qui anche il senso del titolo tratto da un verso di Sandro Penna: “Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune”. Purtroppo, la decisione di affidare la complessità di un argomento così vasto e sfaccettato esclusivamente ad alcune testimonianze (di cui solo un paio lasciano il segno), senza che ci sia alcun intervento dell’autore, non ottiene l’effetto auspicato ma genera piuttosto l’impressione che l’operazione sia fallita nonostante le migliori intenzioni. La struttura ci riporta a quei vecchi viaggi-documentario realizzati dalla Rai negli anni Settanta, completamente privo di incisività e di un’impronta autoriale come sarebbe lecito aspettarci da un autore che al nostro cinema ha saputo regalare impressioni delicate e potenti come Il ladro di Bambini o Colpire al cuore. La mano di Amelio è invisibile e il racconto rimane sospeso come in assenza di coordinate. La stessa assenza di coordinate che faceva de L’intrepido, il suo ultimo film al Festival di Venezia, una raffigurazione dell’Italia fuori dal tempo, completamente avulsa dalla società che avrebbe voluto/dovuto raccontare. Siamo spiazzati. La riflessione in Felice chi è diverso si interrompe laddove avrebbe dovuto cominciare, omette del tutto un vasto arco temporale durante il quale molto è stato fatto per la rivendicazione dei diritti civili, anche a suon di battaglie; omette la testimonianza delle donne (che a suo parere non subiscono lo stesso tipo di discriminazione); tralascia completamente il presente e il futuro. E solo alla fine inserisce fuori contesto, come si trattasse di un miraggio o dell’apparizione di un santo, l’unica testimonianza di Aron Sanseverino, un ragazzo gay di diciotto anni di Bergamo, che nonostante la sincerità del suo contributo, non può, da solo, colmare il vuoto e rappresentare i giorni nostri.

Amelio dunque, si dimostra di nuovo fuori dal tempo, alla soglia dei settant’anni e intrappolato in un sistema che non rappresenta più nessuno se non alcuni pochi superstiti della vecchia Italia. Quei pochi superstiti che possono ancora permettersi il lusso di realizzare un film perché un produttore decide di assegnare a scatola chiusa la realizzazione di un documentario, spesso per ciò che il nome rappresenta o (peggio ancora) per ciò che ha rappresentato. Un universo oramai grottescamente ricurvo su se stesso, incapace di guardare al di là del proprio naso. Continuiamo così.

Info
La scheda di Felice chi è diverso sul catalogo della Berlinale
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1 Commento

  1. ociciornie 09/03/2014
    Rispondi

    Si dovrebbe semplicemente capire che non esistono solamente i gay medio-borghesi normalizzati di Ozpetek. Fuori dal tempo un corno. Il discorso di Amelio è questo. I gay sono oramai accettati in un contesto “normalizzato”, i reietti rimangono i reietti. Il senso del discorso di Amelio può essere riassunto in: non ci dimentichiamo che esistono Mary per sempre e Querelle de Brest, ci sono stati e ci saranno sempre. Ma, in pochi l’hanno capito perchè gli studi di genere in Italia non sono contemplati. Tanto è stato fatto in Italia per i diritti civili? La questione è che direzione sta prendendo questa battaglia, fino a che punto, in che misura (Noi, gay) vogliamo essere “normali” e cosa vuol dire “Normale”? Non dovremmo forse cambiare direzione e cercare di far capire che non è vero che siamo tutti uguali e menomale? Un documentario che pone tante domande, non da risposte ma non per questo va stroncato in questo modo.

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