47 Ronin

47 Ronin

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All’esordio Carl Rinsch porta in scena, con 47 Ronin, la più conosciuta (e raccontata) storia del Giappone feudale. Massacrandola. Con Keanu Reeves, Tadanobu Asano, Hiroyuki Sanada e Rinko Kikuchi.

Storia del Giappone dei Tokugawa raccontata da un hollywoodiano

Dopo che un infido signore della guerra ha costretto il loro maestro a fare seppuku e li ha esiliati, 47 ronin (samurai senza un padrone) giurano di vendicarsi e di restituire l’onore all’uomo che li guidava. Cacciati dalle loro case e sparpagliati in tutta la regione, questi ronin devono cercare l’aiuto di Kai – un mezzosangue che un tempo loro stessi avevano trattato con durezza – mentre si fanno strada attraverso un mondo selvaggio di bestie mitiche, stregonerie che fanno cambiare forma alle cose e alle persone e incredibili terrori… [sinossi]

La perfetta composizione del quadro di Kenji Mizoguchi, la folle ibridazione con la storia di Yotsuya del Tokaido di Kinji Fukasaku, l’epica popolare di Kunio Watanabe, l’affresco tentato da Tatsuyasu Osone e riuscito a Hiroshi Inagaki, il mirabile colpo di coda di un maestro come Kon Ichikawa. L’immaginario cinematografico giapponese non ha mai potuto esimersi dal confronto diretto con la storia dei 47 ronin, quel Chūshingura che da più di trecento anni oramai rappresenta l’apice della narrazione nipponica. La storia dei 47 ronin, samurai senza padrone (Asano Naganori, daimyo di Akō, fu costretto a fare seppuku nel 1701) decisi a vendicarne la morte anche a costo della propria disfatta secondo i dettami del Bushidō, segna un punto di svolta fondamentale non solo nella tradizione del Sol Levante, ma anche e soprattutto da un punto di vista prettamente artistico. Chūshingura non sta infatti a testimoniare una pedissequa riproposizione della storia, ma piuttosto una sua continua rilettura, reinvenzione del reale attraverso tutti i campi della rappresentazione: dal teatro kabuki al bunraku, dal cinema in live action all’animazione, dalla drammatizzazione radiofonica ai fumetti fino all’esperienza videoludica, i 47 ronin sono tornati ciclicamente in vita, pronti a simboleggiare una volta di più la lotta della morale e della lealtà contro la turpitudine umana.

In tal senso un’esperienza cinematografica come 47 Ronin dovrebbe dunque essere accettata con interesse, viste le eresie storiche e narrative che affastella minuto dopo minuto. L’esordio alla regia di Carl Rinsch propone infatti un bizzarro (e, visti i miseri risultati, balzano) incrocio tra storia tradizionale, fantasy occidentale, miti giapponesi e action hollywoodiano: la sola presenza in scena di Keanu Reeves dovrebbe in qualche modo indicare la strada che si è tentato vanamente di intraprendere. Fagocitata dal moghul dell’industria statunitense, la storia dei 47 ronin ha finito inevitabilmente per perdere i connotati principali dell’opera originale (il giri-ninjō, conflitto morale su cui si basa buona parte dell’etica samurai, è qui quasi completamente abbandonato al proprio destino, se si eccettua la parte finale del film) prendendo le forme di un blockbuster privo di qualsivoglia identità culturale, in cui tutto si meticcia fino alle estreme conseguenze.
Anche in questo caso sarebbe possibile trovare interessante l’operazione se non fosse per l’evidente sciatteria con cui è trattato il materiale di partenza: mostri che insidiano le foreste, demoni che aspettano l’occasione per poter trarre in inganno gli umani (inutile sottolineare la barbarica semplicità con cui si è tratteggiato il microcosmo dei Tengu), navi olandesi dove si combatte in arene improvvisate, streghe capaci di trasformarsi in aria e in drago. Tutti gli elementi di 47 Ronin sembrano scontrarsi gli uni con gli altri per puro caso, vista l’esile struttura narrativa architettata da Chris Morgan e Hossein Amini (al primo si devono molti Fast & Furious e Wanted, al secondo il terribile Biancaneve e il cacciatore ma anche Drive di Nicolas Winding Refn), e la regia di Rinsch si limita a muovere la macchina da presa all’impazzata, cercando di trascinare lo spettatore in una sarabanda visiva – ma mai realmente visionaria – che dovrebbe impedirgli di focalizzarsi troppo sulla storia.

Non riesce a venire in soccorso neanche il cast, sia perché Reeves appare completamente fuori contesto, impacciato e stanco, sia perché gli attori giapponesi sono costretti a recitare in inglese, sfiorando in ben più di un’occasione il ridicolo involontario: anche grandi interpreti come Tadanobu Asano, Hiroyuki Sanada (sul set, venti anni fa, del già citato Crest of Betrayal di Kinji Fukasaku), la fedelissima del cinema di Sabu Ko Shibasaki, Min Tanaka, Shū Nakajima, nonché l’oramai arcinota Rinko Kikuchi, finiscono per dimostrarsi macchiette impacciate, incastrati come sono in un linguaggio che non padroneggiano e che non gli permette di esprimersi al meglio delle loro possibilità. Da questo disastro, appesantito da una sottotrama amorosa del tutto pretestuosa e per di più ben poco credibile e appassionante, si salva solo la memoria dei 47 ronin, per quanto martoriata e infangata dall’occhio occidentale.
L’unica speranza, a questo punto, è che gli adolescenti che andranno in sala per gustarsi due ore di effetti digitali e inseguimenti nei boschi perdano cinque minuti per cercare su google la vera storia. Magari, imbattendosi per caso ne I fedeli seguaci dell’epoca Genroku di Kenji Mizoguchi, potrebbero scoprire la vera grandezza del cinema e innamorarsene perdutamente. Chissà…

Info
Un’introduzione in inglese al testo teatrale dei 47 ronin
47 ronin, il sito ufficiale giapponese
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