Presto farà giorno

Presto farà giorno

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Presto farà giorno, diviso tra romanzo di (de)formazione e percorso di redenzione, si segnala come un’opera prima discontinua e barcollante, tenuta a galla dalle sonorità magnetiche delle musiche di Boosta, dalle atmosfere claustrali, da una fotografia pregevole e da qualche sporadico guizzo registico di Giuseppe Ferlito.

Testa o croce

Tre personaggi con le loro fragilità e insicurezze rincorrono il bisogno di affermare la propria identità. Tenteranno di uscire dall’ombra e dalla solitudine interiore, affidandosi ad effimeri sogni e illusorie conferme. Sono i sentimenti a fare intrecciare le loro vite ma le diverse scelte e la diversa crescita individuale li spingeranno verso strade differenti… [sinossi]

In una notte come tante, in uno scenario non identificato, sotto una pioggia battente, si muove trascinandosi a fatica nel fango una sagoma umana. È il prologo scelto da Giuseppe Ferlito per dare il la alla sua opera prima dal titolo Presto farà giorno, presentata lo scorso febbraio al Los Angeles Italia Film, Fashion and Art Festival, per poi approdare nelle sale a partire dal 20 marzo con Mediterranea in una cinquantina di copie. Un’immagine, quella appena descritta, che diverrà un leit motiv chiamato a spezzare lo scorrere lineare degli eventi, irrompendo in modalità random nel racconto. Un’immagine che incuriosisce e strizza l’occhio allo spettatore, ma che a conti fatti si tramuta nell’illusione di un qualcosa che poteva essere e non è stato. Insomma, la classica bolla di sapone destinata a scoppiare quando iniziano a palesarsi in maniera chiara ed evidente tutti qui limiti strutturali presenti nel film.

Come la sagoma che anima il prologo, allo stesso modo Ferlito si muove a fatica nelle sabbie mobili di un cinema vagamente di genere, dal quale attinge a piene mani soluzioni estetiche, atmosfere claustrali e ansiogene, ma soprattutto spunti narrativi che, sinossi alla mano, fanno riaffiorare nella mente – con le distanze del caso e ben altri risultati – l’ultima fatica dietro la macchina da presa di John Carpenter, ossia The Ward. Ne viene fuori una sceneggiatura barcollante, che ha nella discontinuità e nella fragilità dell’architettura del plot, così come nella costruzione appena abbozzata dei singoli personaggi, i punti deboli dell’ingranaggio drammaturgico. È lo stesso regista, qui nella vesta anche di autore del soggetto e dello script, a tentare – per quanto ci riguardo invano – di dare spessore alla storia, iniettando nelle vene di quest’ultima una serie di temi e argomenti che hanno difficoltà a coesistere: dal conflitto generazionale al disagio esistenziale, dal problema della tossicodipendenza alla malattia mentale, dalla ricerca della propria identità alla disperata ricorsa di una seconda possibilità. Temi, questi, che Ferlito sfiora senza riuscire ad oltrepassare mai la mera superficie, perché incapace di scavare ed esplorare nelle dinamiche emotive e drammaturgiche a disposizione. Ciò genera un autentico “cortocircuito” narrativo, causato dal tentativo non andato a buon fine di portare sul grande schermo tanto un romanzo di (de)formazione quanto un percorso di redenzione. A pagare il prezzo più alto sono loro, i personaggi, vittime sacrificali immolate sull’altare dell’ambiguità e dell’incompletezza dei gesti e delle parole, nella maggior parte dei casi involuti e caratterizzati da scelte sbagliate, poiché perennemente al cospetto di un bivio di fronte al quale non riescono mai a prendere una decisione.

Il risultato è un film che respinge invece di attrarre, mal supportato da un cast che ha più prove incolore che performance da salvare (tra queste quella di Chiara Caselli nel ruolo di Laura), mantenuto a galla solo grazie alla pregevole fotografia, a qualche guizzo registico di Ferlito e alle sonorità metalliche e magnetiche delle musiche firmate da Boosta.

Info
Il trailer ufficiale di Presto farà giorno.
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