Quando c’era Berlinguer

Quando c’era Berlinguer

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Enfatico, nostalgico, lacrimevole, migliorista, auto-assolutorio, pop: è lo schizofrenico – e per lunghi tratti fastidioso – documentario di Walter Veltroni su Enrico Berlinguer.

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Walter Veltroni – mettendosi in scena in prima persona con la sua voice over – ricostruisce la vicenda politica e umana di Enrico Berlinguer, con interviste a vecchi dirigenti del PCI – tra cui Giorgio Napolitano – e ricordi personali di figure che gli sono state vicine nelle ultime ore a Padova, l’11 giugno del 1984, dopo il drammatico comizio dell’allora segretario del Partito Comunista. [sinossi]

Di fronte a Quando c’era Berlinguer, esordio alla regia di Walter Veltroni, sembra impossibile non pensare al celebre anatema di Nanni Moretti quando in Aprile accusava i giovani dirigenti del PCI degli anni Settanta – i componenti della FGCI, Federazione Giovanile Comunista Italiana – di essere cresciuti vedendo Happy Days e dunque di essere politicamente e culturalmente inadatti a condurre una politica di sinistra. Che poi lo stesso Moretti abbia dimostrato di avere posizioni politiche quantomeno discutibili è un altro discorso, quel che importa è che ora il più cinefilo di quella generazione di nuovi dirigenti ex-PCI, vale a dire Walter Veltroni, ha finalmente realizzato il suo sogno: dopo una serie di romanzi e soprattutto dopo essere stato il principale promotore del Festival di Roma, è passato alfine dietro la macchina da presa, per quanto oramai l’appellativo di “macchina da presa” appaia, purtroppo, desueto.

Un’altra definizione divenuta forzatamente desueta è poi proprio quella di “comunista” ed è innegabile che Veltroni – il quale in passato ha dichiarato di non essere mai stato comunista – cerchi di dimostrare in ogni modo in questo suo documentario che anche Berlinguer, segretario del PCI dal 1972 al 1984, non era davvero comunista, o almeno che lo sia stato solo per un “errore” dei tempi, per un disguido storico. Insomma, era semplicemente Berlinguer. La dimensione auto-assolutoria (giustificare quel che è diventato poi il partito leggendo a posteriori le scelte politiche di Berlinguer come premessa di quanto è accaduto in seguito) appare forse uno degli assunti più fastidiosi di Quando c’era Berlinguer, secondo l’idea – sempre insopportabile, seppur inevitabile – che la storia la facciano i vincitori. E, oggi, con Renzi in sella a un partito “a vocazione maggioritaria” (senza averne i numeri), Veltroni evidentemente si sente autorizzato a considerarsi un vincitore.

Così come insopportabilmente “leaderistica” – di nuovo in ossequio alla gestione personalistica del PD, prima dello stesso Veltroni e oggi di Renzi – appare la lettura che emerge nel documentario della segreteria Berlinguer: questi viene visto infatti come l’artefice di una serie di successi elettorali con tanto di grafico – ed è vero, ci mancherebbe, ma si dimentica anche la forza territoriale del Partito, così come la potente educazione politica e culturale di un Paese che, gramscianamente, negli anni Settanta era giunta alla sua maturazione – ma, soprattutto, Berlinguer viene identificato nelle parole di Lorenzo Cherubini – ebbene sì, Jovanotti è una delle figure intervistate all’interno del documentario, uno dei volti che appare più spesso – come colui che ha inventato e incarnato la parola comunista (omettendo in questo modo tutta una tradizione politica e resistenziale); una aberrazione – seppur detta probabilmente con il gusto del paradosso – che però non può non far rabbrividire chi in quella parola ha identificato molto di più che una parabola umana. Si depriva così la parola comunista del suo senso e lo spunto del cantante è condiviso da Veltroni tanto da aver inserito la frase di Jovanotti all’interno del pressbook consegnato alla stampa, tra le note di regia.

Da buon documentarista elogiativo, Veltroni non problematicizza e ci racconta un Berlinguer da cartolina, dalla lettera dal carcere in cui venne recluso per alcuni mesi nel ’44 – e Veltroni si perita persino di mostrarci i corridoi vuoti di quel carcere (!) con spirito fastidiosamente enfatico – alla condanna degli extra-parlamentari alla sinistra del PCI, ovviamente identificati come i colpevoli del crollo successivo del Partito, fino al drammatico ultimo comizio di Padova del giugno 1984, in cui si insiste in maniera davvero eccessiva nell’ascoltare le reazioni commosse di chi fu vicino a Berlinguer negli ultimi momenti. La commozione poi è inevitabilmente un leit-motiv del film, visto che colpisce persino Napolitano e Veltroni non ha avuto la lucidità necessaria – lucidità che un buon documentarista dovrebbe avere – per valutare se fosse davvero necessario mettere quel frammento.

Lacrimevole da un lato, eccessivamente tronfio dall’altro – con sottolineature nostalgiche à la Tornatore (si veda il bianco e nero su piazza San Giovanni deserta e invasa da giornali svolazzanti) -, pop dall’altro ancora (non si contano gli intermezzi cinematografici persino irriverenti, come quello di un film americano il cui protagonista, durante la guerra civile, esibisce una bandiera double face, da una parte sudista e dall’altra nordista, suggerendo involontariamente che Berlinguer, in relazione al compromesso storico, fosse un voltagabbana): non si contano i tentativi schizofrenici di Veltroni nel raccontare il suo Berlinguer, per un’operazione cui si vuole dare anche – ovviamente – dignità istituzionale: vanno lette in tal senso le interviste al già citato Giorgio Napolitano, ma anche a due vecchi militanti del PCI come Emanuele Macaluso e Aldo Tortorella.

Non si vuole certo negare il sincero amore e l’appassionato ricordo di Veltroni nei confronti di Berlinguer, come pure è inevitabile commuoversi rivedendo la folla enorme di Piazza San Giovanni nel giorno dei funerali del leader del PCI. Ma è la metodologia che qui si contesta, è l’operazione inevitabilmente ludica e giocosa che innerva il film, tipica per l’appunto, di un democratico cresciuto con Happy Days e che, non a caso, arriva persino a citare Peppone e Don Camillo tanto per non farsi mancare nulla. È quello sguardo sentimentale che si contesta, uno sguardo enfatico e sopra le righe nei confronti di un politico, come Berlinguer, che al contrario lavorava sui mezzi toni e la modestia, sulla timidezza e sulla questione morale, che significava non solo moralità pubblica ma anche giustezza degli accenti. Ed è quell’incipit sgradevole e fastidioso che si contesta, un incipit in cui vengono interrogati una serie di ragazzi che ignorano bellamente chi sia Berlinguer: se una panoramica siffatta su questa bella gioventù priva di memoria lascia allibiti, allo stesso tempo non può non venire in mente che chi quel documentario lo ha girato ha sempre preferito guardare più al modello politico statunitense che alla tradizione politica di cui faceva parte, rimuovendo dunque lui per primo la memoria storica di un Partito che nel suo insieme, nelle parole di Pasolini (queste sì citate giustamente), era “un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico”. Un partito dunque che era una sorta di Paese a sé stante, la cui unicità si è sbriciolata sotto la guida di una dirigenza post-berlingueriana purtroppo inadatta a gestirne l’eredità.

P.S. Un’ultima osservazione sembra necessaria, quella relativa alla scelta di intervistare anche Pietro Ingrao. Il vecchio leader dell’area più a sinistra del PCI viene interpellato solo per dire che a San Giovanni c’era tantissima gente. Era davvero necessario scomodare il quasi-novantanovenne Ingrao per fargli dire una cosa che avrebbe potuto dire chiunque?

INFO
Il trailer di Quando c’era Berlinguer su Youtube
La pagina di Quando c’era Berlinguer sul sito della Palomar
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