In grazia di Dio

In grazia di Dio

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Dopo essere stato presentato alla Berlinale arriva in sala In grazia di Dio, ultimo (e poco convincente) parto creativo di Edoardo Winspeare.

Terra natia

Quattro donne si rifugiano in campagna in seguito al fallimento della piccola impresa a conduzione familiare, travolta dalla generale crisi economica. Il lavoro della terra e il baratto dei prodotti – contro ogni aspettativa – sono l’occasione per un nuovo inizio, la possibilità di una nuova vita. Un film ecologico, a impatto zero. Una piccola storia sulla felicità… [sinossi]

Gli accreditati stampa presenti lo scorso febbraio alla Berlinale interessati a prendere parte all’anteprima di In grazia di Dio hanno dovuto sfidare una collocazione a dir poco scomoda, perdendo gli ultimi quindici minuti del (dimenticabile) Praia do Futuro del brasiliano Karim Aïnouz, presentato in concorso. Un accavallamento simile era toccato in sorte all’epoca della sua anteprima berlinese anche a Daniele Vicari e al suo Diaz – Don’t Clean Up This Blood, e ha prodotto il medesimo risultato, la diaspora  collettiva di un buon numero di accreditati, tutti rigorosamente italiani, dalla sala del Berlinale Palast a quella del Cinestar in cui sarebbe stato proiettato In grazia di Dio. Al di là delle riserve sull’ultimo parto creativo di Edoardo Winspeare, dispiace che a uno dei talenti più interessanti del cinema italiano contemporaneo non venga concessa la possibilità di veder visionata la sua opera dalla maggior parte degli addetti ai lavori presenti alla kermesse germanica.

Anche perché viene naturale prendere preventivamente le difese di In grazia di Dio, piccolo esperimento di autarchia cinematografica che poco o nulla ha a che vedere con la macilenta macchina “industriale” che trova spazio a Roma. Mai come in questa occasione la scelta di Winspeare di ambientare la storia nella sua Puglia – regola non scritta alla quale finora il regista non ha mai consentito eccezioni di sorta – acquista un valore politico prima ancora che estetico o culturale. In grazia di Dio è una dichiarazione di intenti, quella di un regista che, interessato a portare a termine il racconto “al femminile” di una famiglia salentina, si fa beffe di tutto e tutti e decide di lavorare con amici e parenti. Come le quattro protagoniste del film che, dovendo far fronte al fallimento delle loro vite (e dell’economia capitalista nella quale sono incanalate), decidono di rinchiudersi idealmente nel vecchio casolare di famiglia, anche Winspeare abbandona – solo occasionalmente, almeno questa è la speranza – sotterfugi e compromessi del cinema industriale per concedersi una “vacanza artistica” nella propria casa.

Peccato che In grazia di Dio non sappia però sfuggire al demone del racconto, cadendo ben presto nella trappola ordita da una sceneggiatura troppo canonica e prevedibile per un progetto simile, affidato per di più in parte ad attori non professionisti: il meccanismo in più di un’occasione si inceppa, per colpa di una storia eccessivamente “scritta” e poco costruita (almeno all’apparenza) sulla realtà degli attori scelti per interpretare i vari ruoli. L’insieme risulta così completamente disomogeneo, come è giustamente inevitabile, eppure costretto in una prammatica del racconto che non può amalgamarsi con un’idea di fondo libera da vincoli nei confronti dello standard.
Per fortuna a risollevare – pur solo parzialmente – In grazia di Dio provvede la capacità innata di Winspeare nel tratteggiare l’umanità con cui si trova a relazionarsi: lo dimostrano alcune sequenze illuminanti (e illuminate), a partire dallo splendido finale che pur non chiude nulla. Perché anche se si trova alla fine dell’Italia, geografica ed economica, e nell’aria risuonano canti greci, la conclusione nel cinema di Winspeare non è mai realmente contemplata. Neanche in tempi di crisi, e di autarchia…

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