La luna su Torino

La luna su Torino

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Con La luna su Torino Davide Ferrario cerca di replicare il successo di culto che arrise quasi dieci anni fa a Dopo mezzanotte, smarrendo però l’immaginario cinefilo del prototipo.

Prima di mezzanotte

Ugo, quarantenne tutt’altro che splendido, non ha mai combinato niente di serio, potendo contare sull’eredità ricevuta da adolescente alla morte dei genitori, ricchi borghesi di sinistra. Ma i soldi stanno finendo e quindi ha cominciato a subaffittare parte della villa in collina dove vive. I suoi inquilini sono Maria, 26 anni, impiegata in un’agenzia viaggi; e Dario, ventenne, studente di lettere che sbarca il lunario lavorando allo Zoom, un singolare bioparco, tra animali e bagnanti. I tre convivono in modo imprevedibile, alternando momenti comunitari a momenti in cui ciascuno si isola nella propria solitudine, alla ricerca della ricetta per la felicità. E le cose sono complicate dal fatto che Ugo si è preso una cotta per Maria, anche se la natura dei suoi sentimenti è alquanto incerta… [sinossi]

Il cinema di Davide Ferrario, ed è una gran fortuna, continua anche a distanza di venticinque anni dal suo esordio (avvenuto con La fine della notte nel 1989) a non assomigliare a niente e a nessuno. Il percorso autoriale intrapreso dal cineasta lombardo si muove tutt’ora su binari imprevedibili, ma se con Tutta colpa di Giuda si era tentato il passo ulteriore, con l’approccio al musical carcerario, La luna su Torino sembra al contrario intenzionato a guardarsi alle spalle, cercando di recuperare squarci, intuizioni e frammenti poetici che componevano il mosaico di Dopo mezzanotte.
Nonostante non rappresenti la summa del cinema di Ferrario, Dopo mezzanotte traccia una linea di demarcazione netta, quasi autoritaria, tra un ipotetico “prima” e “dopo”: se gli anni Novanta avevano portato con loro la strafottente carica eversiva e visionaria del triangolo scaleno composto da Tutti giù per terra, Figli di Annibale e soprattutto l’incompreso e malgiudicato Guardami, il decennio successivo porta con sé un approccio estetico ben più minimale, per quanto mai troppo incline alla “normalizzazione”. Dopo mezzanotte, con la sua cinefilia gentile e sorridente, in contrasto con un noir urbano volutamente quasi atrofizzato e impossibile, è dunque l’opera spartiacque della carriera di Ferrario, il punto (finora) di non ritorno.

Viene istintivo pensare che nella mente di Ferrario anche un’opera come La luna su Torino dovesse svolgere un compito simile: a indirizzare in una simile direzione non è solo l’ambientazione, né il modo in cui sono tratteggiati i protagonisti della vicenda, ma più che altro lo sguardo con cui Ferrario ne osserva ironicamente e in maniera affettuosa distonie, ossessioni, apatie e follie improvvise. La storia del quarantenne Ugo che, dopo una vita passata nella bambagia e nel dolce far niente grazie alla cospicua eredità ricevuta da adolescente in seguito al decesso simultaneo dei genitori, è costretto a far fronte all’evidente verità che le risorse a disposizione si stanno esaurendo, ha più di un tratto in comune, a ben vedere, con l’eremitico viaggio nel cinema del Pasotti/Charlot/Keaton di Dopo mezzanotte. Ad accomunare i due personaggi è la stolida naiveté con cui affrontano un mondo in cui si aggirano minacciosi pescecani bipedi, ben più pericolosi dei loro omonimi muniti di branchie.
Il tutto potrebbe anche funzionare, se non fosse per una sceneggiatura piuttosto stanca: laddove Dopo mezzanotte reggeva gran parte del suo fascino su sequenze tratteggiate con intelligenza e dialoghi tutt’altro che superflui, La luna su Torino inizia ad arrancare già dopo le prime immagini, quando la voce fuori campo prende possesso e dominio della scena, donando al film una patina di fiaba contemporanea che poco si lega allo stile di Ferrario.

Il soccorso agognato non arriva neanche dal cast scelto per la bisogna: Walter Leonardi ed Emanuela Parodi non riescono a donare profondità ai loro personaggi, e il solo a trovare la chiave di volta per rendersi credibile sembra essere Eugenio Franceschini. In queste condizioni anche il mondo descritto ne La luna su Torino finisce per perdere inevitabilmente spessore e fascino: per quanto le bordate anarcoidi di Ferrario non manchino, acquistano più che altro il senso di uno sberleffo senza troppe pretese, linguaccia al potere che non lo offende e non lo sconvolge. Rimane allora solo il profondo amore di Ferrario per la città sabauda, quello sì incrollabile, sincero e teneramente buffo. Ma non basta, purtroppo.

INFO
Il trailer de La luna su Torino.
Una clip de La luna su Torino.
La luna su Torino sul sito del Festival di Roma.
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