Nymphomaniac – Volume I

Nymphomaniac – Volume I

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Nymphomaniac parla evidentemente d’amore, di sentimenti, di passione e fortunatamente anche di sesso. Non c’è un ordine d’importanza, non ci sono percentuali, non c’è un (in)utile bilancino. Von Trier scherza con lo spettatore, ribalta le attese, costruisce un giocattolo per cinefili, tra split screen, flashback in bianco e nero, colori saturi, suddivisione in capitoli, inserti documentari, scelte musicali ben ponderate – la possente Führe mich dei Rammstein, la sempre efficace Born To Be Wild, Shostakovich, Bach. Nelle sale con Good Films.

Che resta di un sogno erotico se al mattino è diventato un poeta…

Una fredda sera d’inverno, il vecchio e affascinante scapolo Seligman (Stellan Skarsgård), trova in un vicolo Joe (Charlotte Gainsbourg), svenuta e malconcia. La porta a casa, cura le sue ferite e le chiede di raccontargli la sua storia. Joe, come lei stessa si definisce, è una ninfomane: inizia così la narrazione della sua vita, dall’infanzia fino a oggi, tra incontri, avventure erotiche, amori, drammi… [sinossi]

Anche gli ultimi denigratori dovranno arrendersi: Lars von Trier è un genio.
Eppure non era difficile accorgersene già anni e anni addietro. No, non per L’elemento del crimine (1984), Europa (1991) o la serie televisiva Il regno (1994). Nemmeno per i successivi e acclamati Le onde del destino, Dancer in the Dark e Dogville, ma per l’innata capacità di sparigliare le carte, di prendere in giro tutto e tutti (Dogma 95!), di svilire con dell’inutile chiacchiericcio e al tempo stesso innalzare la settima arte, di farsi dare del nazista, del comunista, persino del glaciale misogino, quando in realtà è un romanticone che adora l’universo femminile.

Lars von Trier è un genio. Lo è, in un certo senso, come Takashi Shimizu, quello di The Grudge, e ancora The Grudge e sempre The Grudge in tutte le salse e in tutte le sale, fino ad arrivare alla versione live action di Majo no takkyūbin. Di Nymphomaniac volume 1 e 2, soft e hard, versione lunga e versione breve si parlerà a lungo, oltre la Berlinale, oltre Cannes. E il fatto che se ne parli così tanto, quattro decenni dopo Borowczyk (Racconti immorali, La bestia), Pasolini (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte), Ōshima (Ecco l’impero dei sensi) o Bertolucci (Ultimo tango a Parigi), è non solo un punto a favore del cineasta danese ma è soprattutto il segno inequivocabile di un mastodontico passo indietro culturale e sociale. La salutare trasgressione degli anni Sessanta/Settanta si è via via dissolta e il sesso, in qualsiasi sua forma, continua a essere un elemento destabilizzante, un nervo scoperto.

«Dove è finito tutto il sesso che ci aveva promesso Lars von Tier?» [1].
Nymphomaniac parla evidentemente d’amore, di sentimenti, di passione e fortunatamente anche di sesso. Non c’è un ordine d’importanza, non ci sono percentuali, non c’è un (in)utile bilancino. Von Trier scherza con lo spettatore, ribalta le attese, costruisce un giocattolo per cinefili, tra split screen, flashback in bianco e nero, colori saturi, suddivisione in capitoli, inserti documentari, scelte musicali ben ponderate – la possente Führe mich dei Rammstein, la sempre efficace Born To Be Wild, Shostakovich, Bach e via discorrendo. Una vivacità visiva e narrativa che non è mai fine a se stessa ma che è una fertile messa in scena della natura umana, del binomio amore/sesso, del rapporto diretto tra chimica e sentimenti, del discutibile confine tra moralità e immoralità. Nella contrapposizione tra la narratrice ninfomane Joe e l’apparentemente saggio Seligman, col reiterato gioco della parti uomo/donna, preda/cacciatore e passione/ragione, von Trier riesce a cogliere la complessità di ciò che ci anima, che ci spinge a cercare l’altro, a sperimentare, a vivere. Negli umori, nelle penetrazioni, nei giochi erotici più o meno sfacciati c’è una parte di ognuno di noi, c’è la nostra (a)normalità e (a)moralità. Il sesso che ci aveva promesso Lars von Trier è solo nella nostra testa.

Accusato a più riprese di misoginia, von Trier mette al centro di Nymphomaniac, come in buona parte delle sue opere precedenti, una figura femminile sfaccettata, affascinante, capace di scardinare le solide certezze della controparte maschile. La Joe di Charlotte Gainsbourg e dell’esordiente Stacy Martin è la variabile che scompagina i numeri di Fibonacci, è l’altare pagano della schiera di amanti di Nymphomaniac, è il centro gravitazionale del cinema del regista danese. Indecifrabile, misteriosa, imprevedibile, magnetica, la donna anima l’universo narrativo di von Trier, superando qualsiasi prova o ostacolo (Le onde del destino, Dogville), caricandosi sulle spalle la fine del mondo (Melancholia). Le metafore sessuali di Nymphomaniac, tra matematica, letteratura, musica e pesca alla mosca, come le acrobazie e le avventure di Joe/Stacy, non sono altro che l’ennesima dichiarazione d’amore, l’ennesima resa incondizionata.

Bildungsroman sentimentale ed erotico, Nymphomaniac – Volume 1 ci regala performance inattese (formidabile Uma Thurman, Mrs. H) e ci abbandona sul più bello. Ci innamoreremo anche del Volume II o è stata solo un’avventura?
I can’t feel anything…

Note
1. Questa era, più o meno, la domanda che si poneva anni addietro Natalia Aspesi su Eyes Wide Shut e sulle promesse mancate (?) di Kubrick.
Info
Il sito ufficiale di Nymphomaniac: Volume I e II.
La pagina facebook di Nymphomaniac.
Il trailer italiano di Nymphomaniac.
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