Intervista a Bruno Bozzetto

Intervista a Bruno Bozzetto

Abbiamo intervistato Bruno Bozzetto, principale cantore del cinema d’animazione italiano, grazie a opere capitali come West and Soda e Allegro non troppo.

Non capita tutti i giorni di poter intervistare uno dei grandi maestri dell’animazione europea. Cogliamo dunque l’occasione al volo e ci catapultiamo a Milano, dove Bruno Bozzetto ci accoglie nel suo studio in via Melchiorre Gioia, a poche centinaia di metri dalla Stazione Centrale, con il piede fasciato. Mentre lavorava alla staccionata della sua casa nelle campagne attorno a Bergamo questa ha pensato bene di ricadere con tutto il suo peso sull’alluce di Bozzetto. Nonostante l’infortunio, l’intervista può iniziare. Dopo le presentazioni del caso e l’accensione del registratore, la chiacchierata inizia nel modo più inaspettato, parlando di Giappone, perché portiamo in dono i due volumi di Nihon Eiga – Storia del Cinema Giapponese e per pura casualità la prossima estate Bozzetto sarà ospite proprio nella terra di Yamato, visto che un festival gli dedica una meritata retrospettiva. Da qui partono alcuni ricordi e considerazioni.

Bruno Bozzetto: Io ero già andato a Hiroshima molti anni fa, ed è un altro mondo. Continuo a pensare che la differenza tra le nostre culture è che se noi dobbiamo costruire una casa la facciamo in cima alla collina, per dominare; loro la fanno nel bosco, per mischiarsi con il bosco. È una mentalità di vita totalmente diversa, e io propendo dalla parte loro… In più quello che amo del Giappone è il vuoto. Sia nel tratto disegnato che nei film danno valore al vuoto. Al contrario noi stiamo diventando sempre più barocchi, sempre più pesanti… ciò che amo è la linea, la semplicità.

Ti recherai in Giappone per il festival?

Bruno Bozzetto: Sì, sarò lì in agosto. Proiettano Allegro non troppo (1976), che abbiamo editato in alta definizione. Abbiamo anche rimasterizzato la colonna sonora partendo dai dischi originali…

C’è la speranza di rivederlo in sala anche da noi?

Bruno Bozzetto: In sala sarà dura. So che se la Cineteca di Milano riuscisse a trovare uno spazio a ridosso di Pasqua vorrebbe proiettarlo per qualche giorno, ma si tratta di un evento puramente cittadino. Rivedendolo devo dire che la qualità del digitale mi ha sorpreso, ha dei colori splendidi.

Dove è stata fatta la conversione?

Bruno Bozzetto: A Roma è stato fatto il lavoro dalla pellicola originale, poi in uno studio di Bergamo abbiamo affrontato il problema della colonna audio, perché rimasterizzando da disco basta saltare un fotogramma per perdere completamente la sincronia. È stato un lavoro faticoso, ma ne è valsa la pena.

Proprio partendo da Allegro non troppo potremmo iniziare ad analizzare il tuo percorso cinematografico, perché si tratta di un’opera di capitale importanza, non solo per l’animazione italiana, che rischia di essere sconosciuta alle nuove generazioni.

Bruno Bozzetto: Beh, sapete benissimo che all’inizio Allegro non troppo è uscito negli Stati Uniti e non in Italia, e questo già dice molto. Io conoscevo la Cineriz, lo presentai a loro e mi sentii rispondere: ‘Non è per bambini, non è per adulti perché non è né porno né sexy, e quindi non ha pubblico’. Semplicemente non avevano previsto il pubblico vero, reale, quello dei giovani: infatti quando poi alla fine è uscito anche in Italia, quando telefonavo al cinema perché ero interessato a capire se il film funzionava o meno mi descrivevano spettatori che sembravano fatti con lo stampino. Tutti più o meno della stessa età, vestiti quasi allo stesso modo, con lo stesso taglio di capelli. Però il cinema era pieno, e di giovani! Ancora oggi mi stupisce che una casa di distribuzione non abbia previsto quel pubblico.

In realtà è un problema che sussiste ancora oggi, soprattutto con l’animazione, perché…

Bruno Bozzetto: Perché non è capita! Il produttore italiano a Roma è nato con il cinema dal vero. Ho sempre pensato che se Fellini avesse sbagliato treno e invece di comprare un biglietto Rimini-Roma fosse arrivato a Milano avrebbe fatto animazione. Sarebbe stato Miyazaki, eh! Perché lui disegnava tutti i suoi personaggi, ed erano strepitosi… Una volta mi ha chiamato per fare i titoli di Ginger e Fred (1985) solo che ero terrorizzato perché se avessimo fatto un lavoro del genere alla fine avrebbe deciso tutto lui, non io, e mi sarei sentito fuori posto. Ma la mia convinzione è che lui con i personaggi dal vero creasse già dei cartoni, perché prendeva questi uomini alti, allampanati, li vestiva nei modi più bizzarri. Erano già cartoni! E quando gli dicevo che i suoi personaggi battevano i miei 100 a 1 era anche d’accordo. Poi perse il produttore, il film si fermò per un anno e quando lo riprese aveva abbandonato l’idea dei titoli animati… ma secondo me era giusto così.

Tornando ad Allegro non troppo

Bruno Bozzetto: Ah, non è che Allegro non troppo volesse essere niente di troppo impegnativo, è nato perché amavo la musica classica e perché mi era venuta questa idea del Bolero. Strada facendo ci siamo poi resi conto che poteva ricordare Fantasia (1940), ma l’intento iniziale non era quello, doveva trattarsi solo di un unico segmento. Quando invece abbiamo deciso di allargare il progetto e trasformarlo in un lungometraggio, lì è scattata l’idea di fare non una parodia, ma di prendere in giro la parte che meno amavo di Fantasia, ovvero l’orchestra, che trovavo molto stucchevole, tutti così rosa e perfetti… E da lì è scaturita l’idea di Guido Manuli e Maurizio Nichetti che sono venuti da me e mi hanno detto “facciamo un’orchestra di vecchietti”, e l’ho trovata subito una proposta simpatica. C’è anche da dire che quando sei produttore di te stesso puoi decidere quello che vuoi e farlo, ed è spesso così che nascono le cose più belle. Quando invece si ragiona coi co-produttori tutto viene inaridito e alla fine si arriva al piattume.

Visto che si sta parlando di ingerenze produttive torniamo indietro di qualche anno, per capire se possibile cosa è successo esattamente con Vip – Mio fratello superuomo (1968), per il quale si è sempre parlato di un intervento della produzione…

Bruno Bozzetto: Fu una piccola ingerenza, sì. Allora, è nato tutto così: io avevo finito West and Soda (1965) e l’avevamo venduto negli Stati Uniti, ho scoperto solo in seguito per un mero motivo di tasse, non perché gli interessasse il film. L’hanno comperato perché potevano detrarlo dalle tasse, e ne hanno fatto poco o nulla. Probabilmente per lo stesso motivo, quando poco dopo ho iniziato Vip, gli americani, e in particolare questa Lady Robinson che era moglie di un premio Nobel, mi pare, si sono interessati al film. Lei era quella che seguiva tutto, ed era una rompipalle unica! Ogni tanto veniva a Milano, e visto che doveva giustificare la presenza si sentiva in diritto di parlare del film, e diceva delle cose allucinanti! Visto che avevo disegnato i giapponesi tutti gialli a lei non andava bene perché così il film non si sarebbe venduto in Giappone, per esempio, e voleva che li facessimo verdi con gli occhi a mandorla. Sulla nave c’erano due persone abbronzate che prendevano il sole e lei se ne uscì con un “no no, perché così sembrano di colore e non va bene”. Però tra tutte queste stupidate ne ha detta una giusta, e riguardava il fatto che io inizialmente avevo fatto solo MiniVip, ed era la parodia dell’Uomo Mascherato di Lee Falk, e lei giustamente mi fece notare che era un po’ troppo poco per un lungometraggio, e così è nato SuperVip.

A livello stilistico, invece, ci sono stati interventi?

Bruno Bozzetto: No, su quello neanche una parola. Ed è stato l’unico momento comunque in cui ho avuto dei problemi di co-produzione, perché per il resto sono sempre stato completamente libero. Parlando con i collaboratori, Guido Manuli in testa, si decideva quasi giorno per giorno, osservando lo storyboard che era piazzato al centro della stanza. Anzi, semmai il problema per me come regista era limitare le idee che nascevano durante quelle discussioni. Ma essere indipendenti è davvero la cosa migliore. Si rischia, certo, ma si rischia in qualcosa in cui si crede ciecamente.

A questo proposito, quando hai fondato la Bozzetto Film avevi già in mente di lavorare a dei lungometraggi?

Bruno Bozzetto: No, macché!

Pensavi di lavorare più che altro per la pubblicità?

Bruno Bozzetto: No, no, niente neanche da quel punto di vista. Era un gioco, davvero solo un gioco. Studiavo all’università, e per divertimento mi tenevo del tempo a disposizione per portare a termine questi filmini, questi esperimenti con la cinepresa. Ma li facevo per gioco, ho iniziato con Tapum! – La storia delle armi (1958) e ho avuto il classico colpo di fortuna, perché vado al Festival e mi trovo il critico che esce dalla sala entusiasta… E vabbé, quelli sono eventi unici. Ma ci vuole anche la fortuna, in fin dei conti, e io l’ho avuta dalla mia. E questo caso fortuito ha costretto gli amici e le persone che avevo vicino (tranne mio padre, che già mi aiutava) ad accettare il fatto che forse non ero completamente matto a dilettarmi con migliaia di disegni. Grazie anche a questo ho proseguito, con mio padre che mi ha dato una mano con la prima macchina da presa: io davo le indicazioni basandomi sugli articoli che avevo letto all’estero e un tecnico assunto da mio padre ha costruito la macchina. Con il premio di qualità vinto e il film che iniziava a essere proiettato nei cinema prima dei lungometraggi, le ditte hanno iniziato a contattarmi. Il capo di un mio amico doveva preparare il lancio di una spider, e così è nato il mio primo carosello, e questo ha iniziato a portarmi soldi e a trasformare la mia passione in un lavoro. Con i primi soldi ho iniziato a cercare qualcuno che collaborasse con me, ragazzi che non sapevano niente di animazione e ai quali insegnavo il poco che avevo appreso da un libretto sull’animazione che era l’unico in circolazione all’epoca. Il primo carosello ha vinto un premio molto importante a Trieste e mi hanno subito chiamato per un secondo, e poi il terzo, ed è partita così. Ma senza nessuna intenzione iniziale: continuavo a studiare all’università pensando che sarei diventato avvocato. Perfino uno dei fratelli Pagot, che avevo contatto per chiedergli se il mio sarebbe potuto diventare un lavoro, mi aveva sconsigliato di riporvi troppa fiducia…

In realtà sei anche riuscito a realizzare il primo lungometraggio italiano di animazione, vale a dire West and Soda, a ben sedici anni di distanza dai precedenti…

Bruno Bozzetto: Sì, ma anche lì si è trattato di un caso. Un mio caro amico era Attilio Giovannini, professore di cinema che aveva anche collaborato con Pagot, forse proprio su I fratelli Dinamite (1949) Durante una vacanza con la sua famiglia a Taranto, sulla spiaggia, Attilio mi mette la pulce nell’orecchio: perché non tentare di girare un lungometraggio animato in Italia? Non ci avevo neanche mai pensato, perché era un progetto enorme e significava mettersi in competizione con un gigante come Disney. Però l’idea mi stimolava molto, ma non avrei mai preso a ispirazione delle fiabe, come faceva Disney, perché non mi interessavano. Continuando a ragionare ho pensato al western, che ho sempre amato molto e che per me è una favola moderna perché si sa subito dall’inizio chi è l’eroe, chi vince, chi muore, chi è il cattivo. E allora son partito con l’idea di West and Soda, e ancora mi chiedo come sia stato possibile realizzarlo. Avevamo tre o quattro animatori, roba da non credere!

Quanto è durata la produzione?

Bruno Bozzetto: Due anni circa… Però l’errore è stato che durante la produzione quel poco di pubblicità che facevamo l’abbiamo abbandonata del tutto, e quindi a lavorazione finita ci siamo trovati a zero, ancora con dei dipendenti ma senza una lira. In parte mi vergogno anche a dirlo, ma abbiamo affrontato queste avventure con uno spirito davvero artigianale, senza nessuna struttura alle spalle.

Erano anche anni in cui non c’era molto lavoro in questo campo…

Bruno Bozzetto: Ma non c’erano neanche specializzati! C’erano Guido Manuli, Giuseppe Laganà, e c’era Giovanni Mulazzani che lavorando in quel modo sulle scenografie di West and Soda mi ha fatto capire che in fin dei conti era possibile sperare di portare a termine un lungometraggio. Ma non sarei in grado di affrontare un progetto del genere adesso.

Quindi quando è partita la produzione non era ancora esploso il fenomeno degli Spaghetti western.

Bruno Bozzetto: Questo è stato un altro problema. Noi probabilmente abbiamo iniziato prima, ma Sergio Leone con i tempi di lavorazione di un film dal vero ha finito prima. Ma al di là del primato, che non mi interessa, questo sta a significare che era il periodo giusto per iniziare a “prendere in giro” il genere. Però, a riprova che non si tratta di un film pensato per i bambini, in West and Soda si prendono in giro tutti i cliché del western che può comprendere solo chi ha una conoscenza approfondita del genere. Ora, con la televisione e l’home video, lo possono probabilmente capire anche i bambini, ma sono cambiati molto i tempi…

Dopotutto è sempre stato il grande fraintendimento quello di pensare l’animazione come qualcosa per i bambini.

Bruno Bozzetto: Assolutamente, soprattutto in Italia, dove ti senti chiedere quando presenti un progetto “per quale fascia d’età l’ha pensato?”. Ma io non penso a dei progetti ragionando sull’età di chi dovrà vederli, mi preoccupo di fare un bel film che possa piacere a tutti. Credo che questo dipenda molto anche dal modo in cui ho esordito: giravo film che facevo poi vedere ai miei compagni di liceo, e in fin dei conti il mio riferimento è sempre rimasto quello. Il mio pubblico è composto ancora oggi in gran parte da giovani di una certa cultura e che sanno apprezzare l’ironia.

Leggi la seconda parte dell’intervista

Info
Bruno Bozzetto, il sito ufficiale.
Il canale Youtube di Bruno Bozzetto.
Il trailer di West and Soda di Bruno Bozzetto.
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