Tonnerre

Tonnerre

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Amour fou e perdono sono al centro di Tonnerre, esordio al lungometraggio di Guillaume Brac, presentato in anteprima italiana al Rendez-vous.

Ama e perdona

Maxime è un musicista rock parigino temporaneamente rifugiatosi a comporre nella cittadina di Tonnerre, in Borgogna, dove risiede il padre. Inizialmente oppresso dalla vita di provincia, Maxime cambia completamente atteggiamento quando si innamora della giovane giornalista Melodie. Ma, dopo un weekend trascorso separati, la ragazza inizia a negarsi al telefono e per Maxime la passione cede il passo alla gelosia e all’ossessione. [sinossi]

Una graziosa ma tediosa cittadina di provincia, un amore folle, un trauma familiare da superare. Prende le mosse da temi e ambientazioni assai familiari, almeno per chi frequenta il cinema d’oltralpe, l’interessante Tonnerre, esordio nel lungometraggio per Guillaume Brac, approdato a Roma grazie alla IV edizione del Rendez-vous, Appuntamento con il nuovo cinema francese. Protagonista e mattatore quasi assoluto della scena è Vincent Macaigne, vero e proprio volto simbolo del cinema francese odierno, già visto e apprezzato dalle nostre parti in La battaille de Solferino e 2 automnes 3 hivers, due delle pellicole più convincenti presentate in concorso all’ultimo Torino Film Festival.
Questa volta l’attore incarna un musicista folk–rock parigino rifugiatosi, per sfuggire alla vita “violenta” della capitale, nella cittadina natale di Tonnerre, in Borgogna. Il monotono menage domestico, animato dalla presenza di un padre piuttosto vivace e del cane Cannibal, dall’orecchio sensibile alla metrica poetica, viene animato dall’arrivo di una giovane giornalista locale, Melodie, che diventa ben presto oggetto, per il nostro menetrello solitario, di una bruciante passione. Ma l’inverno è alle porte e la relazione tra i due subisce una brusca svolta quando la ragazza parte per un weekend e non dà più notizie di sé. Per Maxime è l’inizio di una montante discesa negli inferi, che porterà alla luce i suoi lati oscuri e un dramma del passato rimasto irrisolto.

Con una grazia accorata e affidandosi quasi completamente alla spontaneità dei suoi interpreti, Brac si cimenta nella prima parte del film con le dinamiche classiche del “boy meets girl”, costruendo passo passo il nascere di un amore inatteso, in grado di restituire nuova linfa al nostro protagonista, distogliendolo dalla penombra della sua stanzetta, dove hanno gioco facile cupe ansie di stampo adolescenziale. E forse poi Maxime dall’adolescenza non è mai uscito completamente, come emerge, con sempre maggior chiarezza, dai dialoghi con il padre, dove il cameratismo virile non riesce a celare ancestrali rancori pronti ad esplodere.
Sterzando bruscamente dai toni tenui della commedia romantica, Tonnerre si trasforma improvvisamente in una sorta di noir intimo di vaga ispirazione chabroliana, dove attorno alla classica pistola che, checovianamente, prima o poi dovrà trovare il suo utilizzo, si costruisce anche una disamina quasi scientifica delle dinamiche amorose, tra seduzione e insicurezze, abbandono e relativo rimorso. Per meglio amplificare la valenza universale di queste riflessioni sull’amore, Brac lascia scorrere parallela alla vicenda dei due amanti (la cui unione è contrastata oltre che dalla giovane età di lei anche dalla presenza di un ex fidanzato aitante promessa del calcio locale), la liason extraconiugale vissuta nel passato dal padre, altrettanto appassionata e dolente.
Proprio la messa in relazione di queste storie d’amore rende via via sempre più chiaro il fatto che Tonnere, più che una storia d’amore è una parabola di crescita che vede il proprio protagonista evolversi grazie all’apprendimento della nobile arte del perdono, in questo caso degli errori paterni, per lui l’unico possibile viatico verso la vita adulta

Tutto procede dunque per sbalzi e inversioni di rotta in Tonnerre, dove l’utilizzo di topoi collaudati  è continuamente oggetto di aggiornamento e rilettura. Ma non sempre questo meccanismo sembra funzionare a dovere e si passa così da momenti in cui tutto è molto naturale ad altri in cui ogni cosa si rivela molto scritta, ragionata, persino strumentale. Si veda l’esempio già citato della pistola o la confessione finale di Melodie, utile solo a condurre la storia verso la sua chiosa.

Nel complesso la spaccatura in due differenti tronconi e rispettivi generi non nuoce più di tanto allo svolgimento della storia, né al nitore del suo messaggio, eppure qualcosa in Tonnerre va perduto e non tutto torna. Ad esempio l’ispirazione creativa di Maxime, che costituisce la vera ragione della sua presenza in loco, viene per larghi tratti del racconto messa da parte, per poi essere recuperata nel – a dire il vero assai toccante – finale. Nel suo complesso però il plot risulta assai esile e non sufficiente a riempire la durata di un lungometraggio, seppur sovvenzionato da personaggi di contorno a tratti geniali, a partire dal padre, incarnato con acume stralunato da un eccellente Bernard Ménez, per proseguire con l’apparizione di una sua eccentrica amante, di un viticoltore indiscreto e quella di un altrettanto singolare venditore di alberi di Natale.
Ma se la storia latita è forse anche perché, e in questo risiede sia il difetto che il maggior pregio del film, essa è costruita su misura su Vincent Mascaigne, istrionico, irresistibile, dalle sorprendenti doti attoriali e sempre pronto a fare sfoggio del suo sguardo inquieto e sensibile, ora rabbioso, ora inebriato d’amore. La sua è una maschera che racchiude, tra tradizione e aria di nuovo, tutte le pulsioni vitali del nuovo cinema francese.

INFO
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Il trailer ufficiale di Tonnerre.
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