I Manetti Bros: sul sentirsi liberi

I Manetti Bros: sul sentirsi liberi

Terza parte dell’intervista con Antonio e Marco Manetti: da due loro film poco conosciuti, Torino Boys e Cavie, alla divisione del lavoro fino alla libertà di accettare delle commissioni apparentemente lontanissime, come Rex e un documentario sull’omosessualità in Sicilia.

Leggi la prima parte dell’intervista, dedicata a Song’e Napule, al produttore Luciano Martino e al cinema di genere.
Leggi la seconda parte dell’intervista, dedicata alla musica e al passaggio dalla pellicola al digitale.

L’esordio: Torino Boys

Nella vostra filmografia vi sono dei film difficili da reperire. Il primo è proprio il vostro esordio, Torino Boys (1997), una vicenda che vede per protagonisti dei ragazzi nigeriani trapiantati in Italia. Quale è la storia produttiva di questo film? Ho visto che figura come produttore Pier Giorgio Bellocchio.

Antonio Manetti: Pier Giorgio Bellocchio è un nostro amico da tanti anni. Avevamo lavorato con lui già nel ’94, quando girammo il film a episodi DeGenerazione (1994) e lo convincemmo a dirigere uno dei corti. All’epoca era giovanissimo e stava anche cominciando a lavorare in produzione. Tempo dopo, Renata Crea e Roberto Giannarelli portarono a Marco Bellocchio un progetto dal titolo “Un altro paese nei miei occhi”, un’idea di fare delle storie di stranieri che vivevano in Italia. A Bellocchio piacque questa proposta, la portarono a Rai Fiction e finirono per produrre una collezione di quattro film autonomi per la TV. Il progetto era supervisionato da Rulli e Petraglia e noi, su consiglio di Pier Giorgio, che sapeva che avevamo amici nigeriani, abbiamo scritto un soggetto che è stato poi uno di quelli scelti per essere realizzati. Quindi è così che Pier Giorgio ha prodotto il nostro primo lungometraggio. È un film che ci ha dato tanto e, anche se era televisivo, è stato selezionato sia a Locarno che a Torino. Anzi, a Locarno vennero selezionati tutti e quattro, mentre al Festival di Torino di quello stesso anno venne selezionato solo il nostro, in concorso, e avemmo anche una menzione speciale, con Mario Martone presidente di giuria. Nel fare questo film, tra l’altro, Marco ha conosciuto Juliet, che poi è diventata sua moglie. Il suo personaggio è quello della ragazza che, morta la zia, decide di lasciare la Nigeria e di venire in Italia.

Ma avete girato davvero in Nigeria?

Antonio Manetti: No, è considerata troppo pericolosa e quindi non ti fanno l’assicurazione. In realtà è il Sud Africa. E comunque anche lì abbiamo assistito a delle cose incredibili, abbiamo visto delle sparatorie, andavamo in giro scortati…un paese assurdo.

Come considerate Torino Boys nell’ambito della vostra cinematografia?

Antonio Manetti: Lo riteniamo un film molto personale. Vi sono delle tematiche a cui siamo molto legati e probabilmente non è l’unica volta che le abbiamo toccate, non solo per l’argomento stranieri. Con Torino Boys si raccontava per la prima volta lo straniero in Italia non come un disperato o come un clandestino che scappa. E questo però senza nascondere nulla, perché si parla di persone che non fanno nulla, quindi probabilmente guadagnano con lo spaccio, con delle cose illegali o con la prostituzione. I protagonisti si frequentano solo tra di loro, a parte qualche eccezione come i personaggi di Luca Laurenti e Massimo Sarchielli, descritti comunque come dei disadattati. I problemi ci sono e li facciamo vedere, però pensiamo che ci sia sempre un’altra faccia, persone che vivono, chiacchierano, si divertono, passano le serate a parlare del nulla. Prima di Torino Boys c’era stato Terra di mezzo di Garrone, che ci piacque molto ed era un po’ così. Nel senso che, nonostante parlasse di argomenti scomodi, ne parlava con il sorriso. Rendeva umani i suoi personaggi; la prostituta parlava con altre prostitute di cose assurde, ridendo e scherzando e non piangendo per forza. Vedevi il lato gioioso del suo quotidiano. Perché il lato gioioso, la dignità del vivere, c’è in ogni persona. Nel film di Garrone c’è anche il tema dell’accettazione del diverso, un tema a cui siamo profondamente legati e che lì è trattato in un modo che sentiamo molto. A proposito di Terra di mezzo, che è riuscito a creare quel misto particolare tra documentario e fiction, Garrone ci aveva consigliato una delle sue attrici per Torino Boys. Con lui era stata bravissima, con noi invece non si è dimostrata altrettanto brava. Questo per dirti quanto sia bravo Garrone a dirigere i non attori.

Torino Boys, al di là del fatto che non è un film di genere, sembra molto diverso dagli altri vostri film, perché ha una narrazione lasca. È diviso in capitoli, con una serie di situazioni.

Antonio Manetti: Sì, è vero, anche se un po’ di storia c’è. C’è la storia d’amore con i personaggi che non riescono a incontrarsi, ci sono i ragazzi che devono vedere la partita e non riescono…Visto che avevamo molti amici nigeriani, abbiamo raccontato quella vita là, fatta di momenti, in cui ci si sveglia la mattina, si vuole fare una cosa e poi si finisce per farne un’altra. Una vita africana probabilmente, molto diversa dalla nostra. Ne è nato un film minimalista, se vogliamo. Poi Torino Boys ha questa caratteristica di essere parlato sostanzialmente in una lingua inventata. I nostri amici nigeriani parlavano il pidgin-english, una mescolanza di lingue tra l’inglese e l’africano, ma non era possibile per la TV fare un film con i sottotitoli. Per cui ci siamo inventati una sorta di pidgin-italian, che ha funzionato, sia pur con delle ingenuità. E forse anche l’uso di questo pidgin-italian impediva un po’ di naturalezza alla recitazione. Era molto complicato per loro da recitare.

Marco Manetti: Forse Torino Boys paga il fatto di essere stato interpretato da non attori. È una commedia degli equivoci molto corale e piuttosto complessa, intrecciata,. Quello deve andare là, poi non va, poi lo portano lì e non pensano sia lì. È totalmente realistico e manca la fantasia che di solito caratterizza il nostro cinema. La trama c’è, ma va avanti con i ritmi dei protagonisti.

Cavie, il film invisibile

Tra tutti i vostri film però forse l’unico davvero invisibile è Cavie. Qual è la sua storia realizzativa e produttiva?

Marco Manetti: È nato da un corso alla Scuola di Cinema di Roma, diretta da Giancarlo Costanzi, che purtroppo poco tempo dopo è morto. Noi tenevamo un corso di recitazione con dodici partecipanti e alla fine del corso avremmo dovuto fare un corto. Quindi siamo stati un anno a pensare, ma come si fa in un cortometraggio a far recitare seriamente tutti quanti? E alla fine abbiamo pensato talmente tanto a questa cosa che abbiamo fatto un lungometraggio. A Costanzi, che ci pagava per il corso con gli attori, abbiamo proposto di farci fare gratis anche il corso di sceneggiatura, in modo che avremmo potuto scrivere il film con questi altri studenti. Solo che poi gli sceneggiatori non ce l’hanno fatta a stare nei tempi e a una settimana dalle riprese non sapevamo come fare perché avevamo già promesso agli attori che avrebbero recitato in un lungo. Insomma, alla fine il film l’abbiamo scritto in tre giorni io e Antonio. Mi ricordo che eravamo seduti in un bar: passa un camion dei traslochi e Antonio fa, pensa se adesso dentro questo camion ci fossero chiuse cinque persone che non sanno dove sono? E abbiamo scritto Cavie a partire da questo spunto. È chiaro che sarebbe meglio avere tre mesi, 150 milioni di dollari, dei consulenti che ti risolvono mille piccoli problemi. Avevamo tre giorni, zero lire e dovevamo far recitare dodici attori per forza ed è venuta fuori questa sceneggiatura. Forse nelle contingenze ideali non sarebbe venuta fuori. E quindi abbiamo fatto questo film che come budget non andava oltre i 5000 euro. Poi il film è stato proiettato pochissime volte, a Courmayeur, al Cineland di Ostia e a Nettuno. Ha delle punte di cattiva recitazione, ma secondo me non è male. Io e Antonio siamo stati molto favorevoli a venderlo all’estero. C’erano un paio di distributori di DVD inglesi che erano interessati, ma poi non se n’è fatto più fatto più niente. Io lo farei uscire dappertutto.

La divisione del lavoro

Come vi dividete il lavoro sul set?

Antonio Manetti: I primi tempi eravamo un po’ caotici e poi, visto che siamo fratelli, non abbiamo neanche mai avuto paura di offenderci. Perciò ci parlavamo sopra, discutevamo, facevamo confusione. L’idea consueta è che dovresti mostrare sicurezza, ma il regista che lavora da solo pensa per conto suo. Noi invece pensiamo ad alta voce. Però sentivamo che c’era bisogno di trovare un metodo. E la cosa è nata un po’ per caso. In alcuni videoclip a budget più basso ho fatto io l’operatore e poi con Piano 17 l’ho fatto di nuovo, per tutto il film. E questa cosa è riuscita molto bene e da allora in poi io sono diventato il nostro operatore. Marco è molto più bravo con gli attori, è molto più bravo a comunicare di me, quindi pensa a quell’aspetto mentre io penso di più all’inquadratura. Poi, è chiaro che tutte le decisioni le prendiamo insieme.

Marco Manetti: Però c’è questa cosa particolare, che è l’esperienza di Rex [Marco e Antonio Manetti hanno diretto la settima stagione della serie TV di Raidue, in onda in queste settimane, n.d.r.] in cui per la prima volta abbiamo girato separatamente. La cosa è nata come esigenza produttiva, nel senso che dovevamo consegnare queste puntate in poco tempo. E, piuttosto che utilizzare registi di seconda unità, ci siamo divisi. E ci siamo resi conto che in realtà le cose sono un po’ diverse. Ovviamente, io non sono diventato operatore perché non sono proprio in grado. Quindi io avevo un operatore e Antonio no. E nelle scene girate da Antonio senza di me c’è a volte un livello di recitazione più alto di quello che c’è nelle scene girate da me senza di lui. E, viceversa: spesso, non direi che c’è una camera migliore, ma nelle scene girate da me ci sono più tagli che nelle scene girate da Antonio. Abbiamo notato insomma un risultato diverso rispetto a quello che ci aspettavamo. Ci siamo trovati diversi. Una volta proprio Antonio è venuto da me e mi ha detto, in effetti, Marco è meglio se tu giri le scene d’azione e io quelle di dialogo.

Queste considerazioni nate dal lavoro su Rex che significato possono avere in prospettiva futura?

Marco Manetti: In prospettiva, questo ci dà un valore aggiunto. Noi non sapevamo di poter fare i registi da soli. Ci siamo riusciti, abbastanza bene e siamo anche abbastanza simili. Sono difficili da distinguere le scene girate da me e quelle girate da lui.

Antonio Manetti: Ci tengo però a dire che il mestiere del regista non è solo sul set, quella è solo una parte. C’è la preparazione che è una cosa enorme. Scegli i collaboratori e gli attori, poi la parte del montaggio…e tutto questo continuiamo a farlo insieme.

Marco Manetti: Sì, però volevo entrare proprio su questo argomento, che noi diciamo sempre, e cioè sull’idea che Antonio abbia rispetto a me un approccio più estetico, mentre io ne avrei uno più narrativo e comunicativo. Vedo che invece siamo compatibili in modo strano. Ad un certo punto, a proposito del fatto che io sarei più bravo con gli attori, in questo Rex – che ci ha detto tanto di noi – la preparazione ci stava sommergendo. E nel sommergerci è venuto fuori che gli attori li ha scelti Antonio e io sceglievo le location. Se tu pensi a quanto abbiamo sempre raccontato, fa strano. E invece ci è venuto naturale fare così. E io sono ancora convinto che lui scelga gli attori meglio di me, e io le location meglio di lui. Sugli attori mi sono fatto un’idea: se scelgo io gli attori c’è il rischio che penso che siano tanto adatti per il ruolo da non accorgermi magari che non recitano troppo bene. A volte non lo capisco. Sulle location, invece, mi sono accorto che se io scelgo una location brutta, porto a casa delle riprese brutte. Lui no, perché va oltre la limitatezza della location, la supera. Io invece ho bisogno della bella location e magari la bella location la valorizzo meglio di lui.

Antonio Manetti: Da dopo Rex in poi abbiamo capito meglio le nostre caratteristiche individuali. Quando torneremo insieme sul set, se capiterà di dividersi si potrà fare, ma anche quando siamo insieme, sapendo queste cose, possiamo fare meglio certe cose, possiamo migliorare la qualità del lavoro.

Marco Manetti: Sì, per esempio vedo che, anche delle scene molto intense di dialogo, le hai girate meglio di me. Io non sarei stato in grado, non ci sarei riuscito. Ho capito che a volte la scena d’azione viene meglio a me che a lui proprio perché dirigo di più gli attori in realtà. Perché l’attore tende a non recitare la scena d’azione, ma a farla. Così ti accorgi che non è detto che un regista che ha maggiori capacità comunicative con gli attori fa meglio le scene di dialogo, magari no. Magari fa meglio la scena di passaggio. Quindi siamo molto compatibili, difficile definirla al momento questa cosa. Ci sono dei giorni che mi sono anche divertito a girare da solo. Prima avevo paura e invece mi sono divertito.

Essendo venuti a trovarvi spesso sui vostri set, abbiamo notato che c’è sempre un’aria rilassata e divertita. Non siamo mai stati però sul set di film più drammatici, come ad esempio Paura 3D. Cambia qualcosa? Dico questo perché ricordo che Welles nell’intervista che gli fece Bodganovich raccontava che lui voleva sempre mantenere un’atmosfera rilassata sul set dei suoi film, tanto che i primissimi tempi, quando ancora poteva permetterselo, aveva persino un pianista che intratteneva i membri della troupe.

Marco Manetti: In effetti Paura 3D è stato il film più cupo che abbiamo fatto, però allo stesso tempo c’è stata anche l’atmosfera più allegra in assoluto su un nostro set. In realtà, in fase di scrittura ma forse anche al montaggio, abbiamo lavorato veramente – potrebbe sembrare un vezzo, ma è così – sui nostri lati oscuri. Scrivendo eravamo più cupi. Invece sul set eravamo allegri. Non c’era il pianista, no, c’era di più. Spesso, dato che troppa troupe ci dà fastidio, dicevamo a chi in quel momento non doveva lavorare di andarsi a fare un bagno in piscina. Infatti, il film l’abbiamo girato in una villa bellissima, d’estate. Perciò capitava che mentre giravamo c’era la troupe che faceva il bagno in piscina. Poi avevamo montato un televisore, con uno stereo meraviglioso, con tutti gli strumenti di guitar hero e c’era una stanza ad hoc, così quando qualcuno non doveva lavorare giocava a guitar hero. È stata in assoluto l’atmosfera più cazzara che abbiamo mai avuto.

Antonio Manetti: Insomma, è proprio come la storia del pianista. Abbiamo girato le scene più dure all’inizio, quelle della cantina con Francesca Cuttica e lei lì ovviamente non poteva divertirsi tanto, non era facile. Invece quando abbiamo girato nella villa, lei era più tranquilla e vederla giocare a guitar hero faceva un effetto strano.

Marco Manetti: Quindi sì, d’accordissimo con Orson Welles, al cento per cento. Spesso invece i nostri produttori ci spingono allo stereotipo del regista che deve tenere la troupe. Ma io mi rendo conto che non saprei lavorare in tensione. Creerei meno. Visto che noi alla fine crediamo che il processo creativo sia un processo divertente, cerchiamo di divertirci.

I progetti più recenti, Palermo Pride e Rex

La scorsa estate avete girato un documentario in Sicilia, dal titolo provvisorio Palermo Pride, e di cui state ultimando il montaggio. Potete raccontarci qualcosa di questo film?

Marco Manetti: Noi siamo sempre stati attratti dal mezzo documentario, io in particolare. Però abbiamo sempre pensato che non fossimo adatti a farlo. Uno, perché come ci siamo detti tante volte in questa intervista, il nostro campo è la fantasia e il documentario in qualche modo va contro questa idea. Ma l’altro motivo è che il documentarista deve avere anche uno spirito che noi non abbiamo: lo spirito di rompere un po’ le palle agli altri, di far domande su argomenti di cui in realtà a uno non va di parlare, di stuzzicare, di intrufolarsi. Ho sempre sentito che il documentarista deve avere l’invadenza quale strumento indispensabile del suo mestiere. In realtà, questo documentario ci siamo trovati a farlo, nel senso che la produttrice Gloria Giorgianni, insieme a Carmelo Galati, voleva cogliere l’occasione del Gay Pride a Palermo per raccontare l’omosessualità in Sicilia. Avevano proposto questo documentario in giro, anche a Rai Cinema, dove gli hanno risposto: interessante, ma dovete trovare qualcuno per girarlo, un nome. Quando ci hanno contattato, nonostante la nostra natura poco invasiva e visto anche l’argomento, sentivo che avevo voglia di farlo. Il più grosso finanziatore di questo documentario è la IULM che è diretta da Gianni Canova. Noi abbiamo un buon rapporto con lui, gli facciamo leggere le nostre cose, lui ci fa leggere le sue. Beh, appena viene a sapere che ci siamo noi, investe dei soldi, 20mila euro. Ero contento, perché pensavo, abbiamo anche l’avallo di Gianni Canova! Quindi, alla fine abbiamo accettato decidendo però di farlo secondo le nostre caratteristiche e non di atteggiarci a qualcosa che non siamo. E ci siamo detti: ma perché dobbiamo per forza affrontare l’argomento in modo controverso, perché bisogna per forza rompere le palle con delle domande? Invece no, facciamo delle conversazioni più da noi. Così abbiamo scelto un approccio che pensiamo sia più adatto al nostro modo di essere e cioè raccontare l’aspetto quotidiano dell’omosessualità. In fin dei conti, abbiamo fatto un percorso simile a quello di Torino Boys. Ad esempio, invece di chiedere ai ragazzi palermitani che si sono sposati a New York di parlarci del problema dell’omosessualità, gli abbiamo chiesto: raccontateci il vostro matrimonio. Quello che ci siamo sentiti di trasmettere, è gioia, felicità, allegria. È stato questo il nostro modo di raccontare una storia così. Abbiamo raccontato dei personaggi, cercando di non farli diventare delle icone di un’ideologia, lasciando pure che si contraddicessero tra di loro. Ed entrando in questo progetto abbiamo capito delle cose, un aspetto del resto che è proprio della natura del documentario. Abbiamo imparato così che il coming out è un problema serio. Il fatto di dichiararsi, questo sì è un problema, perché l’omofobia crea questo imbarazzo. Va detto comunque che il gesto del coming out ha quasi sempre delle conseguenze positive, almeno dai casi che sono capitati a noi e da quanto abbiamo visto in giro. È un problema psicologico. Certo, c’è il ragazzino cacciato di casa, però ci sono anche delle famiglie siciliane molto tradizionali che poi alla fine hanno accettato la situazione.

Vi è successa questa cosa molto particolare, che avete avuto due commissioni molto diverse nel giro di pochi mesi, quasi opposte: Rex e questo documentario.

Marco Manetti: Guarda, non lo so. Sono diverse è vero e in effetti la commissione del documentario è un po’ strana. È una commissione che è diventata giusta quasi per caso. La commissione di Rex invece è più legata a un metodo produttivo che a un approccio artistico. Non so, a volte penso che io e Antonio abbiamo un approccio molto disincantato verso il nostro mestiere di registi. Mi sento di dire anche che abbiamo un approccio più disincantato anche rispetto a molti altri nostri colleghi molto più bravi di noi. Abbiamo deciso di fare questo mestiere con tranquillità, senza pregiudizi. E quindi ci arrivano delle commissioni strane perché a noi ci si può chiedere un po’ tutto. Non sento, ad esempio, L’arrivo di Wang più personale del lavoro che faccio su Rex. Mi piace fare il regista perciò non è che vedo tutte queste differenze tra una cosa che si fa in televisione e una al cinema. Non la sento, e allora forse piano piano il mercato si sta accorgendo di questa nostra caratteristica. Fare Rex mi ha divertito e spero di farne un’altra stagione. Mi piace girare, mi piace il fatto che mi sfidino ad affrontare un sistema produttivo velocissimo e a basso budget. E per me non fa differenza lavorare al cinema oppure in TV. Anzi, penso che se fai una serie TV fai tredici film, se fai il film ne fai uno. Può essere che io sia pazzo, ma mi sembra che spesso si sia troppo presi dal curriculum. Semplicemente penso che con la serie TV si lavora di più e quindi ci si diverte di più. Certo, poi ovviamente ci sono delle differenze. Però torniamo sempre là, al discorso delle limitazioni.

Le imposizioni dei produttori sono le stesse?

Marco Manetti: Sono diverse le imposizioni. Generalmente le imposizioni per una serie TV possono essere anche più irritanti per tutta una serie di motivi. Però magari se fai un film ti capita il produttore che sa lui il film che vuole fare e non gliene frega niente di quello che vuoi fare tu. E, anche qua, credo che io e Antonio siamo riusciti a maturare negli anni un ottimo rapporto con le imposizioni. Gestiamo le cose molto facilmente e penso che si veda che facciamo sempre quello che vogliamo. A conclusione dell’intervista, mi viene da fare un piccolo panegirico di noi stessi e mi vien da dire che siamo dei registi di una libertà rara. Abbiamo un modo molto pacifico e molto collaborativo di fare sempre quello che ci pare. Certo, questo comporta anche ogni tanto un lavoro diplomatico faticoso, però forse comporta pure che noi abbiamo detto dei no che forse dei nostri colleghi, televisivi, anche più importanti di noi non avrebbero detto. Abbiamo sempre rifiutato, ad esempio, qualsiasi cosa ci proponessero per Raiuno e ce ne hanno proposte, perché sarebbe stato necessario obbedire a delle cose che non volevamo. Perciò abbiamo sempre cercato di limitare i nostri guadagni e le nostre ambizioni di gloria per stare negli spazi che ci permettevano di muoverci come piaceva a noi.

Leggi la prima parte dell’intervista, dedicata a Song’e Napule, al produttore Luciano Martino e al cinema di genere.
Leggi la seconda parte dell’intervista, dedicata alla musica e al passaggio dalla pellicola al digitale.

LINK:
Informazioni sul film a episodi DeGenerazione (1994)
I primi minuti di Torino Boys (1997) su Youtube
Un estratto dal film Cavie (2009) da Youtube
Maggiori informazioni su Cavie dal sito Horrormovie
La pagina di Rex sul sito di Raidue
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