The Stone River

The Stone River

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Vita e memoria: The Stone River, nuovo documentario di Giovanni Donfrancesco, è un’elegia in immagini e suono per ricordare storie italiane d’emigrazione, lavoro, fatica, lotta per l’esistenza, diritti umani.

La voce umana

Il documentario è incentrato sul racconto di un anziano scultore che vaga nel cimitero di Hope, in un villaggio del Vermont negli Stati Uniti, dove all’inizio del secolo scorso si aprivano le cave di granito più grandi del mondo, e interroga idealmente i cavatori che da Carrara emigrarono in America. Il film è girato tra Carrara e il Vermont e si compone di documenti d’epoca. Il regista ha infatti ritrovato in un archivio 150 interviste fatte da scrittori americani negli anni ’30 agli abitanti di Hope ed ha riportato alla luce le testimonianze di quanti lavorarono alle cave… [sinossi]

Il documentario cerca nuove strade, nuove forme, s’informa, informa, si sforma. Oramai la ricerca sul cosiddetto “cinema del reale” si profila come una delle avventure cinematografiche più interessanti e intriganti degli ultimi anni. Lo sdoganamento del documentario dall’alveo del cinema per pochi è in atto da almeno un decennio, e, con risultati ancora limitati ma lusinghieri, sta ottenendo anche riscontri presso il pubblico, non soltanto per exploit polemici e populistici come nel caso dell’opera di Michael Moore. Di sicuro è un cinema che costa poco e rende molto soprattutto in termini estetici. Bassi costi, grande lavoro, il cinema che si trasforma in incontro ed esperienza umana, e spesso prodotti finali più che pregevoli, soprattutto quando tale cinema va a sfiorare la fenomenologia dell’umano, dei suoi sentimenti e del suo vissuto.

Con The Stone River di Giovanni Donfrancesco è di scena la storia, quella piccola e privata, di singoli e di una comunità circoscritta nel tempo e nello spazio, che contiene in sé reminiscenze e significati universali. L’occasione della sua uscita è scaltra e saggia al contempo; a ridosso dei festeggiamenti per il 25 aprile, il giovane autore viene a raccontarci una vicenda di emigrazione e fatica, di gioie e dolori, di vita vissuta e perduta, in quel viaggio così frequente per noi italiani a inizio secolo tra le due sponde dell’Atlantico. Storie che è sempre bene sentir ripetere, specie per un Paese come il nostro in cui l’unità nazionale è vista quasi come un optional, e l’immigrato non è propriamente amato e rispettato. Donfrancesco ha infatti compiuto un gran lavoro di ricerca sugli emigranti delle zone di Carrara tra fine Ottocento e inizio Novecento, scalpellini e lavoratori del marmo e del granito che andarono gradualmente a costituire una comunità di lavoratori emigranti a Barre, Vermont, luogo delle più grandi cave di granito del mondo. Sono storie di solitudine e di alienazione, ma anche di fratellanza e solidarietà tra lavoratori sradicati dalle loro terre. Sono storie di amore e matrimonio secondo schemi d’incontro tra uomo e donna lontani ed emozionanti. Sono storie di battaglie per i diritti, in un’America decisamente poco accogliente nei confronti degli emigranti e soprattutto nei confronti delle rivendicazioni degli operai.

Per dare forma a tali racconti, Donfrancesco ha scelto una via tutta personale al documentario. E’ una scelta stilistica e al tempo stesso una necessità. I protagonisti delle sue storie sono ovviamente quasi tutti morti, ma l’autore avrebbe potuto facilmente appellarsi all’intervista ai discendenti, agli abitanti attuali del luogo, oppure fare un uso spropositato e convenzionale della voice over di un narratore impersonale, supportata magari da una colonna visiva fatta di documenti d’epoca, foto o quant’altro. The Stone River è fatto invece di parole originali, mutuate su voci di discendenti. Partendo dal volto di un anziano scultore che si aggira nel cimitero di Barre, dove sono sepolti i veri protagonisti delle varie storie, il film fa un uso intelligente e suggestivo della voice over, che legge lettere originali d’inizio secolo tramite le voci dei discendenti. Le immagini si soffermano sui volti dei discendenti, ormai a loro volta anziani, calati nei paesaggi del Vermont di volta in volta nevosi, crepuscolari, malinconici. Oppure mostrano l’uomo al lavoro, arte tanto nobile quanto rimossa dalla rappresentazione, sia cinematografica sia di altre forme d’espressione. Così, frammento dopo frammento, il racconto assume il passo di un poema epico ed elegiaco, dove ogni singolo individuo, voce narrante e narrata, si mostra come anello di una catena mitica e universale. Archetipi familiari e realtà sociale. C’è chi racconta il proprio innamoramento, chi la fatica del lavoro, chi le insorgenti malattie a causa della costante inalazione di polvere di granito, chi i primi abbozzi di lotte operaie, represse dalla violenza delle istituzioni con accuse di anarchia e antiamericanismo. Il racconto della catena dell’essere, pubblico e privato, genealogico e universale.

La strada di Donfrancesco al documentario non è del tutto nuova, ma si scosta decisamente dalle convenzioni a cui si è abituati. Certo, tutto è assai più preordinato e piegato alla volontà di un autore. Non siamo di fronte alla cattura di realtà di un “cinéma-vérité”, in cui il filmmaker va in giro in cerca di una realtà nel suo dispiegarsi qui ed ora. Oltre al lavoro di ricerca, di sicuro il più accurato e puntuale in The Stone River appare quello di montaggio video e audio. La materia è piegata alla precisa volontà di un autore, mosso da intenti ben determinati e vagamente didascalici, nonostante l’ammirevole discrezione di regia nei confronti dell’oggetto narrato. Ma il grande lavoro di post-produzione, che si pone come obiettivo il racconto di memorie senza l’intervento diretto di esseri umani, bensì tramite voci “fantasmatiche”, suscita paradossalmente riflessioni appassionanti sui confini sempre più fallaci tra categorie di genere. Cos’è documentario, e cos’è fiction? Dove finisce il documentario, e dove inizia la fiction? Come molte altre opere cinematografiche degli ultimi anni, anche The Stone River interroga lo spettatore, lo sfida, per dimostrare una volta di più che il cinema è nient’altro che cinema, al di là di categorie convenzionali che semmai hanno a che fare con la merceologia, non con l’arte. A un primo sguardo sembra infatti immediato classificare il film di Donfrancesco come documentario, eppure la sua composizione audio-video si spinge verso territori poco esplorati che scavalcano pure la fiction, verso una sorta di elegia per immagini e suono. Dove tutto è vero e “di prima mano”, le voci, le parole delle lettere originali, i volti, i paesaggi e le officine. Ma dove il vero è rielaborato dalla volontà e dalla coscienza di un autore in funzione di una rammemorazione collettiva.

The Stone River pecca solo di ripetitività di struttura. Forse troppo innamorato della sua originale combinazione audio-video, Giovanni Donfrancesco la reitera e la esaspera con un eccesso di rigidità vagamente scolastica, inanellando talvolta qualche racconto di vita interscambiabile con altri. Ma la serietà e coerenza del progetto è indiscutibile, a partire dalla pura e semplice constatazione che un film italiano, su storie italiane, si trova giocoforza a essere quasi interamente raccontato da voci in lingua inglese (avi e discendenti si esprimono tutti solo con la lingua d’adozione, avendo quasi del tutto perduto la nostra lingua). E in tal senso anche il titolo del film poteva trovare una sua forma solo in lingua inglese. Emigrazione, internazionalità, racconto, al di sopra di qualsiasi barriera precostituita, anche estetica: il cinema e il suo esperanto.

Info
La scheda di The Stone River sul sito del Festival di Roma 2013.
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