Soul

Al Far East il terzo lungometraggio di Chung Mong-hong: eleganza stilistica e densità di riferimenti finiscono per rincorrersi, in questo allucinante thriller psicologico che pone le sue radici nella cultura e nei territori più remoti di Taiwan.

Un’anima (malata e) divisa in due

Taiwan. Il giovane cuoco Ah-Chuan sviene durante il suo lavoro. In ospedale non gli viene diagnosticato niente di grave. Dovrà solo riposare. Ma Ah-Chuan non riconosce più i suoi famigliari e non ricorda il suo passato, il suo corpo sembra posseduto da un’altra persona, quella di un assassino psicopatico… [sinossi]

Al suo terzo lungometraggio il taiwanese Chung Mong-hong dimostra di possedere un’invidiabile maturità espressiva. Ma soprattutto dimostra di saper scavare nel “perturbante”, scandagliato lungo un percorso di indubbia efficacia visiva, unendo intuizioni personali all’eco di quanto messo in scena da altri cineasti contemporanei e non, ugualmente interessati a far emergere il tema del Doppio accanto alle più oscure pulsioni dell’animo umano. Tensioni del genere fanno di Soul uno dei film migliori visti in queste prime giornate del Far East Film Festival.

Psycho-thriller inquietante e morboso costruito ai margini di un trauma infantile. Detour orrorifico nelle fitte foreste dell’isola, elette a cornice di una grandguignolesca catena di omicidi. Viaggio dai contorni vagamente metafisici in una psiche malata, apparentemente scissa in due. Ricognizione di un ambiente famigliare malsano in cui la rimozione della colpa e una lucida follia sembrano regnare incontrastate. Descrizioni del genere possono offrire un’idea, senz’altro parziale, del film di Chung Mong-hong, che già con le primissime opere (in particolare Parking, apprezzatissima black comedy) si era segnalato come una preziosa anomalia, nel panorama dei cineasti taiwanesi. Il carattere disturbante di Soul emerge sin dalle sequenze iniziali, quelle ambientate in città: un montaggio nervoso e l’attenzione fotografica per i dettagli, già inseriti in un’ottica da natura morta (esemplari, nella loro nuda crudeltà, le inquadrature del pesce agonizzante sul bancone del ristorante), introducono obliquamente lo spettatore al leitmotiv dell’opera, segnata poi da macabri richiami al passato, allusioni continue alla morte e al logorio dei corpi, percezione distorta della realtà. L’improvviso collasso psicofisico cui va incontro il solitario cuoco Ah-Chuan è il viatico di una lunga convalescenza, che assume da subito i connotati di un ritorno alle origini. Riportato dai colleghi nell’ambiente rurale da cui proviene la sua famiglia, il giovane non è più visibilmente lo stesso: una personalità omicida sembra essersi impossessata della sua mente. Ma alla sua degenerazione psichica fa da contraltare l’ancor più impressionante decisione del padre di esserne complice in tutto e per tutto, nel nome di una coesione famigliare intesa in modo distorto, ossessivo, morboso. Come a condensare i retaggi atavici di una società patriarcale completamente ripiegata su se stessa, sembrerebbe dirci il regista. E il corollario di sanguinolente uccisioni, raffigurate con qualche accenno di stilizzazione, cui segue il metodico lavoro di occultamento dei cadaveri, sembra quasi fondersi a livello formale/contenutistico con le immagini oniriche e con quei dialoghi rivelatori, non meno surreali, in cui cominciano a stagliarsi le tante ombre di un rapporto padre/figlio fondamentalmente irrisolto.

Eleganza stilistica e densità di riferimenti finiscono per rincorrersi, in questo allucinante thriller psicologico che pone le sue radici nella cultura e nei territori più remoti dell’isola. Da qualche soffusa reminiscenza lynchana e dalle frequenti riprese notturne, che lavorano in profondità sull’immaginario di partenza (particolarmente suggestive le lente risalite del vecchio, sulla monorotaia che costeggia le pendici boscose della sua proprietà), prende forma una poetica dell’oscurità (il buio della mente e quello impenetrabile della foresta) che assorbe progressivamente i protagonisti. Ma il taglio noir della vicenda, un po’ come nel cinema dei fratelli Coen, non rischia mai di fossilizzarsi in una visione attonita del Male, arricchendosi al contrario di annotazioni grottesche, ironiche (su tutte quelle relative ai due poliziotti, il campagnolo un po’ sempliciotto e quello più baldanzoso e pieno di sé, venuto ad indagare dalla città), che introducono sfumature diverse nel racconto; riuscendo così a completare la peculiare atmosfera, terrificante nel suo germogliare da stili di vita talmente ordinari, che si respira nel film.

LINK:
La pagina dedicata a Soul sul sito del Far East Film Festival
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