Tamako in Moratorium

Tamako in Moratorium

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Il nuovo film di Nobuhiro Yamashita, Tamako in Moratorium, conferma le indiscutibili qualità del cineasta giapponese. Al Far East 2104.

When in doubt, eat cereal!

Tamako si è laureata, ma non ha ancora realmente capito cosa voglia fare della propria vita, e torna a casa dal padre a Kofu, nella prefettura di Yamanashi. Tamako sembra davvero brava ad annoiarsi… [sinossi]

Tamako ha ventitré anni, vive in casa con il padre (la madre dopo la separazione dal marito si è trasferita a Tokyo con il nuovo compagno) e, rubando le parole ai CCCP – Fedeli alla linea, non studia, non lavora, non guarda la tv – se non distrattamente –, non va al cinema e non fa sport. La sua giornata-tipo prevede di poltrire sotto le coperte, mangiare i lauti pasti che le cucina il padre, leggere qualche manga, schiacciare un pisolino in soggiorno, praticare zapping svogliato. Uno schema che si ripete giorno dopo giorno, che ci sia il sole o soffi un vento gelido e sferzante, anche perché nell’immobilismo post-laurea in cui è sprofondata Tamako non esiste evoluzione possibile, ma solo la reiterazione infinita, ciclo andato in corto circuito.
Tamako in Moratorium segna il ritorno alla regia di Nobuhiro Yamashita, e questo dato basterebbe a segnalarlo come una delle sortite cinematografiche più rilevanti dell’anno: presentato in Europa dapprima a gennaio al Festival di Rotterdam e quindi tre mesi dopo alla sedicesima edizione del Far East Film Festival di Udine, Tamako in Moratorium non fa che confermare il ruolo dominante ricoperto da Yamashita nel corso degli ultimi anni. Diventato improvvisamente oggetto di culto poco meno di dieci anni fa grazie al meritato successo di pubblico (in patria) e critica (in giro per il mondo) ottenuto da Linda Linda Linda, Yamashita ha sconvolto la prassi della produzione cinematografica nipponica, imponendo una svolta sensibile nella narrazione di storie rivolte a un’indagine dell’adolescenza e della gioventù nel suo complesso. Al di là di registi che si sono spinti in direzioni non dissimili, esplorando a loro volta una poetica personale (Shuichi Okita, Yosuke Fujita), anche nelle produzioni più dozzinali o commerciali non è oramai raro rintracciare squarci del cinema di Yamashita nell’approccio alla materia.

D’altro canto, contrariamente alla protagonista di Tamako in Moratorium, il cinema di Yamashita non è mai rimasto impantanato, né si è finora mai raggomitolato su se stesso: nonostante siano stati pressoché ignorati, per lo meno in Italia, dopo Linda Linda Linda (che era, è forse il caso di ricordarlo, il suo quinto lungometraggio) Yamashita ha diretto due opere di importanza cruciale come The Matsugane Potshot Affair e A Gentle Breeze in the Village, riflessioni su un Giappone in crisi di identità eppure nel quale è ancora possibile rintracciare una gentile elegia alla vita, oltre a The Drudgery Train, nuova elucubrazione sul tema del coming-of-age.
Anche Tamako in Moratorium, lo si sarà intuito, è un bildungsroman in piena regola, in cui però l’elemento climatico è sempre livellato, sottoposto a una vera e propria operazione di spoliazione. Il lavoro di sottrazione del superfluo, alla base dell’intera esperienza autoriale di Yamashita, raggiunge in questa occasione le vette più estreme: non solo Tamako in Moratorium agli occhi distratti di uno spettatore svogliato può apparire privo di un motore narrativo – celato agli occhi dal nitore stordente di una messa in scena che non ha mai bisogno di ricorrere a orpelli di alcun tipo –, ma perfino le location e i protagonisti sono ridotti all’osso, con alcuni dei personaggi relegati eternamente nel fuori campo, come la sorella di Tamako e suo marito.
Sgombrato il campo da qualsivoglia elemento di “distrazione”, Yamashita lavora su Tamako in Moratorium con la levità e la grazia che gli sono consuete, ordendo una trama semplice eppure in grado di elaborare con dettagliata precisione le psicologie dei vari personaggi. Yamashita suddivide il film in capitoli, seguendo l’alternarsi delle stagioni e registrando, con millimetrica precisione, i turbamenti di una ragazza che non sa che posto occupare nel mondo che la circonda.

“Il Giappone è senza speranza”, ripete Tamako in maniera atona ascoltando le notizie – tutt’altro che rassicuranti – che provengono dal notiziario del telegiornale, come se la sua totale mancanza di reazione di fronte alla quotidianità della nazione in cui vive fungesse da contraltare al disperato “non mollare” urlato nell’epico finale di Himizu di Sion Sono, forse il primo film ad affrontare direttamente il crollo dell’illusione dopo i fatti della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi. A tre anni di distanza dal disastro, il Giappone brancola ancora nel buio, sedotto in parte dalle facili promesse di gloria futura della destra nazionalista del Jimintō.
A brancolare nel buio è dunque anche la ventitreenne protagonista di Tamako in Moratorium, alla quale è stato di poco aiuto anche il conseguimento della laurea: mentre le sue amiche di un tempo tornano a casa solo per le vacanze, lei è lì, fissa in casa. Proprio l’ultimo incontro con una delle sue ex compagne di scuola sintetizza al meglio lo sguardo di Yamashita. Tamako è in bicicletta, e costeggiando la ferrovia nota una delle ragazze che erano tornate a casa per l’estate sulla banchina, in attesa del treno che la porterà altrove. Ha lo sguardo piangente, e quando a sua volta si accorge di Tamako, si appresta a salutare con la mano; Tamako risponde al saluto con meno veemenza, quindi si allontana in bicicletta. Yamashita gestisce questa breve e significativa sequenza in appena tre inquadrature, ed evitando qualsiasi dialogo (Tamako in Moratorium, nella sua asciuttezza, è anche completamente privo di colonna sonora extra-diegetica) riesce comunque a trasmettere un’umanità pulsante, viva, sincera, dolorosa e ironica allo stesso tempo.

Tamako in Moratorium è un film scritto in punta di penna da Kosuke Mukai, tradizionale collaboratore di Yamashita, e rappresenta un mirabile esempio di sceneggiatura in grado di sfruttare pochi spazi e ancor meno situazioni senza ricorrere mai a cliché predefiniti. Ad aggiungere forza al tutto ci pensa la notevole interpretazione di Atsuko Maeda, pop-idol già apprezzata in The Complex di Hideo Nakata e Seventh Code di Kiyoshi Kurosawa, e al lavoro con Yamashita anche in The Drudgery Train. La sua Tamako è una delle rappresentazioni più sincere, credibili e affettuose della gioventù giapponese contemporanea. E forse non solo di quella giapponese…

Info
Il sito ufficiale di Tamako in Moratorium
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