Principessa Mononoke

Principessa Mononoke

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Principessa Mononoke, tra i massimi capolavori di Hayao Miyazaki, raggiunge le sale italiane grazie alla Lucky Red. Un evento imperdibile per tutti gli amanti del “dio degli anime”!

La testa del Dio e la foresta che muore

Giappone, epoca Muromachi. Il paese è travagliato da lotte intestine e mutamenti sociali che sconvolgono le vite degli uomini. In un piccolo villaggio, il giovane Ashitaka è costretto a uccidere un cinghiale divenuto Demone, ricevendone così una ferita destinata a condurlo a tragica morte. Bandito dalla sua comunità e sulle tracce dell’odio del cinghiale, Ashitaka giunge a una moderna fucina dove producendo ferro si lotta per la vita di persone reiette dei governi locali. Ma le necessarie risorse costano la consunzione della foresta, e a sua difesa insorgono le divinità della natura, che gli uomini chiamano ‘spettri’. Tra questi vi sono dei giganteschi cani selvatici, nella cui tribù milita anche una ragazza umana cresciuta tra i boschi e nota come la Principessa Spettro (Mononoke-hime in giapponese), nel cui animo si agitano le più profonde tristezza e rabbia. [sinossi]

Per quanto sia con ogni probabilità da attribuire al caso, l’uscita di Principessa Mononoke nelle sale italiane nel maggio del 2014 acquista un valore del tutto particolare se messa in relazione all’ultimo parto creativo di Hayao Miyazaki. Con l’approdo in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso settembre (dove è rimasto scandalosamente escluso dal palmarès), Si alza il vento non ha solo sancito l’ultima sortita dietro la macchina da presa per Miyazaki – almeno stando a quanto affermato in conferenza stampa –, ma ha riportato l’orologio della sua poetica indietro di più di quindici anni. Per quanto nelle miserie della critica cinematografica italiana in pochi se ne siano accorti nel corso degli anni, Principessa Mononoke segna un punto di arresto e svolta all’interno della filmografia miyazakiana: nelle storie successive alla Principessa Mononoke il pubblico non viene più lanciato nel mezzo di battaglie campali e tremori bellici, eccezion fatta per la cornice che circonda Il castello errante di Howl, senza però diventare mai realmente cardine della narrazione. Perfino il mito/incubo dello tsunami, la “grande onda” dipinta da Katsushika Hokusai che rappresenta uno dei topos narrativi di Miyazaki (in Principessa Mononoke raffigurata  nel corpo morente e furibondo del Didarabotchi, la forma che il dio-bestia assume la notte, pronto a travolgere tutto e tutti alla ricerca disperata della propria testa recisa dagli uomini dell’imperatore e da Eboshi) si estingue nella sarabanda divertita e irrefrenabile di Ponyo sulla scogliera. Eppure, come già accennato, Si alza il vento compie uno scarto indietro e avanti allo stesso tempo: Miyazaki, con uno sguardo maturo e consapevole, torna a ragionare sull’abominio della guerra, sull’amore, sul sacrificio, sul sogno infranto e infrangibile.

Torna, dunque, lo scontro tra il singolo uomo e coloro che hanno il potere di guidare le masse, elemento che proprio in Principessa Mononoke aveva toccato il suo apice concettuale: Ashitaka, il giovane che giunge nella foresta abitata dal dio-bestia e si innamora della “principessa spettro” (questo il significato del titolo originale Mononoke-hime) San, cerca una propria via alla risoluzione dei conflitti che lo erge contemporaneamente contro Eboshi, signora della Città del Ferro, contro il monaco imperiale Jiko e anche contro i samurai che vorrebbero impadronirsi della città fortificata. La sua utopia, quella di un mondo in cui l’uomo e la natura possano compenetrarsi senza doversi combattere, è la base portante, a ben vedere, del cinema di Miyazaki, e trova in Principessa Mononoke il suo canto più elegiaco e disperato allo stesso tempo.
Non è certo casuale, per il “dio degli anime”, che la storia si dipani durante l’epoca Muromachi, che dalla metà del XIV fino alla fine del XVI secolo trascinò il Giappone in un caos indistinto, lasciandolo politicamente instabile ma anche pronto a recepire e sfruttare i primi reali contatti con l’occidente (l’introduzione delle armi da fuoco e un primo timido sviluppo proto-industriale, come evidenziato nel film). Principessa Mononoke, ancor più del serial televisivo Conan, il ragazzo del futuro e di Nausicaä della Valle del vento, si segnala come una metafora del contemporaneo, uno sguardo agghiacciato eppur non privo di tenerezze sull’umanità di oggi, sulle sue distonie, sulle speranze abortite e sugli incubi che ne agitano le notti.

Ashitaka, come descritto nello splendido incipit, è membro dell’ultima tribù Emishi, popolazione che abitava il nord-est dell’isola di Honshū, in quella regione oggi nota come Tōhoku e che ospita anche la prefettura di Fukushima (a proposito di Tsunami e di incubi generati dall’incapacità dell’uomo di rispettare e riconoscere il potere della natura…): discendenti della cultura Jōmon e strettamente imparentati con gli Ainu – minoranza etnica che popola l’isola di Hokkaidō –, gli Emishi scomparvero dal Giappone a ridosso dell’anno Mille, un paio di secoli dopo essere stati sovrastati e soppiantati dalla popolazione di Yamato dopo la guerra dei 38 anni.
Anche Ashitaka è dunque uno “spettro”, un uomo che proviene da un mondo che non c’è più, simbolo di un passato ancestrale di cui si è persa memoria ma che continua comunque a resistere. Come gli spiriti protettori della foresta, il dio-cane selvatico Moro (a cui è affidato, guarda caso, il nome di uno dei più celebri condottieri Emishi) e il dio-cinghiale Okkoto, Ashitaka sarebbe un corpo destinato alla morte e all’oblio, non fosse per la sua caparbia volontà di vivere. “Dobbiamo sopravvivere”, direbbe Nausicaä; “…il faut tenter de vivre!”, le farebbe eco Jiro… Con l’Ashitaka di Principessa Mononoke Miyazaki tratteggia in modo mai più così compiuto e onnicomprensivo il suo ideale di “eroe”: un ragazzo o una ragazza – con l’eccezione di Lupin III – Il castello di Cagliostro, Porco Rosso e Si alza il vento, i protagonisti dei film di Miyazaki non sono mai “adulti” – dai profondi valori morali, disposto a cedere tutto per la lotta che sta portando avanti e per il compagno/a che lo affianca.

Ashitaka/San dunque, primo amore non prepuberale raccontato da Miyazaki, ostacolato da una civiltà belligerante e violenta – Principessa Mononoke trabocca di arti tagliati, cadaveri, fosse comuni, sangue e ferite mai completamente rimarginate – e circondato da una foresta morente, in cui gli animali diventano “sempre più piccoli e stupidi”, come sentenzia il divino Okkoto, cieco condottiero di cinghiali destinati al massacro.
Nella magnificenza dello sguardo di Miyazaki, che contrappunta ogni singola inquadratura di Principessa Mononoke con una messa in scena epica, dolorosa, marcia funebre e al contempo inno alla resistenza, alla vita anche quando non c’è più vita, si avverte in modo sensibile il fremito dell’opera in grado di coniugare l’aspetto filosofico e politico con il popolare, senza svilirsi e allo stesso tempo evitando di arroccarsi su torri irraggiungibili. Messa alla berlina del potere ma anche elegia della socialità umana, con un’ambiguità che è una delle ricchezze infinite del film – la sfaccettata personalità di Jiko e soprattutto Eboshi, per esempio, che nega la facile consuetudine del “villain” –, Principessa Mononoke è una delle più alte riflessioni sul rapporto mai paritario tra uomo e natura che la storia del cinema possa annoverare.

Il Didarabotchi, la forma notturna del quieto e silente Shishigami (il dio-bestia), rappresenta l’apoteosi dell’immaginario legato allo shintoismo, e la messa in scena della foresta lascia a bocca aperta oggi come diciassette anni fa. Non si può dunque che applaudire alla scelta della Lucky Red di continuare a distribuire in sala le gemme purissime dello Studio Ghibli, restituendole a un pubblico sempre più appassionato in versioni che, pur destando qualche perplessità nell’adattamento dall’originale giapponese, per lo meno si dimostrano molto più fedeli rispetto a quanto avvenuto con le famigerate distribuzioni Buena Vista.
Principessa Mononoke, da questo punto di vista, potrebbe essere portato a paradigma dell’importanza di un nuovo doppiaggio: nella prima versione italiana, infatti, il finale risultava gravemente modificato, con la battuta conclusiva del bonzo Jiko che da “non si può vincere contro gli stupidi” si tramutava in “non si può vincere contro la natura”. Il nuovo doppiaggio restituisce dunque gli stupidi alla bocca di Jiko, quegli stupidi che, come sempre in Miyazaki, sono tutti coloro che combattono una causa persa in partenza, opponendosi a un potere mostruoso più grande di loro. Come Ashitaka e San, come Conan e Lana, Nausicaä, Pazu e Sheeta. E come il kodama che, anche dopo la fine del Didarabotchi e la morte/rinascita della foresta, ondeggia la testa fissando il pubblico.

Info
Il trailer originale giapponese di Principessa Mononoke.
Il trailer italiano di Principessa Mononoke.
Il trailer inglese di Principessa Mononoke.
La scheda di Principessa Mononoke sul sito della Lucky Red.
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