The Selfish Giant

The Selfish Giant

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Un ritratto adolescenziale potentissimo, emozionante e coinvolgente, che accarezza e allo stesso tempo trafigge il cuore dello spettatore. Ecco il folgorante The Selfish Giant della britannica Barnard, presentato fuori concorso al Festival di Lecce 2014.

La rabbia giovane

Una favola contemporanea sul quattordicenne Arbor e il suo migliore amico Swifty, outsiders a scuola e poco integrati nella loro comunità. Un giorno incontrano Kitten che di mestiere fa il rottamatore. I due ragazzi, provvisti di un cavallo e di un carretto, iniziano a raccogliere metallo per lui. Swifty è contento di lavorare con un cavallo mentre Arbor, desideroso di guadagnare dei soldi e fare buona impressione su Kitten, diventa sempre più avaro e ostile. L’amicizia tra i due ragazzi inizierà a vacillare, fino a quando un tragico evento non cambierà le loro vite per sempre. [sinossi]

Se nel terzetto finalista non ci fosse stato un contendente straordinario come The Broken Circle Breakdown (in Italia distribuito con il titolo Alabama Monroe – Una storia d’amore) probabilmente, anzi sicuramente, il Premio Lux 2013 (European Parliament Film Prize) sarebbe finito nelle mani di Clio Barnard, che lo avrebbe riposto nella personale e ricca bacheca dei titoli conquistati con il suo folgorante The Selfish Giant, già vincitore, tra i tanti riconoscimenti, del Label Europa Cinema alla Quinzaine des Réalizateurs di Cannes. Ma se la scelta dei giurati è caduta sulla pellicola diretta dal collega belga Felix Van Groeningen, candidata come miglior film straniero all’ultima notte degli Oscar, allora la delusione dovrebbe lasciare spazio alla soddisfazione di avere ceduto le armi solo davanti a un simile rivale, con Miele di Valeria Golino a fare da terzo incomodo.

Presentato fuori concorso alla 15esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce in anteprima italiana, l’opera prima della regista britannica ci porta nella quotidianità apparentemente senza speranza di redenzione di una comunità socio-economicamente marginale in quel di Bradford, al seguito di due adolescenti che hanno imparato da subito la legge non scritta della sopravvivenza in una “giungla” di cemento. Intorno a loro la drammatica assenza di uno stato sociale che li rende invisibili e che, invece di tutelare, fagocita tutto e tutti, costringendo i soggetti di turno, in questo caso i due giovanissimi protagonisti, ad adottare l’avidità come ideologia politica, vista come virtù e non come vizio. La Barnard riesce a fare entrare lo spettatore nelle profondità di un “universo” asfittico, marcio e tragico, ma in realtà pieno di vita e dignità, lasciando a coloro che lo abitano uno spiraglio e un’uscita di sicurezza per mettersi alle spalle il dolore, la povertà e la sofferenza che li umilia e li schiaccia. Insomma tutto quello che ad esempio un Diokno o un Meirelles, nei rispettivi Engwentro e City of God, non hanno voluto concedere.

Il risultato è un racconto di grandissimo impatto emotivo, che destabilizza e coinvolge, capace di accarezzare e allo stesso tempo trafiggere il cuore dello spettatore, con gli ultimi venti minuti a rappresentare l’apice di un percorso drammaturgico entusiasmante. Si parte dal classico romanzo di (de)formazione per arrivare a un film sull’amicizia, sul conflitto generazionale e sull’incomunicabilità, costruito sull’architettura di un dramma che da collettivo diventa intimo. Temi, questi, universali e logori, ma che la Barnard ha saputo mirabilmente rialimentare e riproporre con pennellate personali e originali. Il tutto attraverso una sintonia armoniosa, solida e simbiotica tra la scrittura, la messa in scena e il lavoro dietro e davanti la macchina da presa. Da una parte troviamo una sceneggiatura cruda e diretta, che ha fatto dell’osservazione del reale il proprio strumento per raccontare storie di vite vissute, che sono divenute il tappeto sul quale poggiare il plot. Dialoghi secchi e senza filtri, una concatenazione forte e scorrevole degli eventi, qualche colpo di scena ben assestato alla mascella del fruitore, oltre ad una buona costruzione dei personaggi, sono i fili che vanno a tessere il suddetto tappeto. E per restare a una cinematografia geograficamente vicina, dalla quale The Selfish Giant e la sua attrice prendono non solo origine ma fonte continua di ispirazione, la mente non può non tornare alla produzione registica sulla lunga e breve distanza di Peter Mullan (da Fridge al recente Neds). Mentre dall’altra troviamo una regia efficace e in linea con la rabbia espressa dal testo, figlia di uno stile aggressivo e “sporco” come la macchina da presa instabile e nevrotica scelta dalla cineasta britannica per ingabbiare, pedinare e restare perennemente attaccata ai corpi dei due magnifici interpreti.

INFO
La scheda di The Selfish Giant sul sito del Festival del Cinema Europeo di Lecce
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