Cannes 2014 – Minuto per minuto

Cannes 2014 – Minuto per minuto

Approdiamo sulla Croisette accolti da un sole scintillante, arriva con noi il tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Tra i giganti cinematografici del concorso, le nuove scoperte, la Quinzaine e la Semaine de la critique, ecco a voi il Festival di Cannes 2014!

 

sabato 24 maggio | Cannes 2014
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20.28
Ecco l’elenco dei premi (qui trovate il riassunto generale anno per anno) di Cannes 2014: la Palma d’oro la vince Nuri Bilge Ceylan con Winter Sleep, il Gran Prix arride all’Italia con Le meraviglie di Alice Rohrwacher, il miglior regista è Bennett Miller, autore di Foxcatcher, gli sceneggiatori Oleg Negin e Andrey Zvyagintsev per Leviathan, gli attori Julianne Moore per Maps to the Stars e Timothy Spall per Mr. Turner. Due dei film più amati, Mommy di Xavier Dolan e Adieu au langage di Jean-Luc Godard, si dividono il Prix du Jury. Bene o male che sia, anche quest’anno Cannes è finito… [r.m.]

13.56
Tra gli ultimi fuochi festivalieri abbiamo recuperato P’tit Quinquin, la serie di Bruno Dumont in quattro episodi da cinquanta minuti l’uno che la Quinzaine ha proiettato integralmente in anteprima, visto che sarà trasmessa solo a settembre. Poco meno di tre ore e mezza che mescolano con sapienza intrigo giallo/thriller e comicità slapstick, grazie a una sceneggiatura brillante, a dialoghi spassosi e a situazioni ai limiti del surreale: il tutto condito da una violenza estrema, per una storia che parla di corpi macellati e nascosti nell’ano delle vacche, e del solito nord della Francia descritto da Dumont. Un’opera potente, il modo migliore per congedarsi dal festival. [r.m.]

13.50
In attesa della Palma d’oro, torniamo a ieri sera e segnaliamo i vincitori della sezione Un Certain Regard.
Prix Un Certain Regard: Fehér Isten (White God) di Kornél Mundruzco.
Prix du jury: Force majeure (Turist) di Ruben Östlund.
Prix spécial Un Certain Regard: The Salt of the Earth di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado.
Prix d’ensemble: Party Girl di Claire Burger, Samuel Theis e Marie Amachoukeli.
Prix du meilleur acteur: David Gulpilil per Charlie’s Country di Rolf de Heer.
Scelte della giuria a dir poco bizzarre… e ci fermiamo qui. [e.a.]

02.05
La serata di ieri si è conclusa nel migliore dei modi, con un double bill di visioni in Cannes Classics: prima è stata la volta de La paura, forse una delle opere meno viste e conosciute di Roberto Rossellini, dramma sentimentale con intrigo a pochi passi dal giallo che segna il punto di non ritorno nel matrimonio tra il regista e Ingrid Bergman. Subito dopo siamo invece corsi a godere sul grande schermo della salle du Soixantième le gesta olimpiche degli atleti che parteciparono nel 1964 ai Giochi di Tokyo: Tōkyō Orinpikku è un fluviale elogio alle Olimpiadi come momento supremo di unione (nell’agone) tra i popoli. A dirigere c’è Kon Ichikawa. Dopo cena, infine, ci siamo imbattuti nei titoli di coda di Pulp Fiction (proiettato sulla spiaggia), e non abbiamo resistito al desiderio di vederli fino in fondo. Anche perché, per volere di Quentin Tarantino, la proiezione era in 35mm! [r.m.]

 

venerdì 23 maggio | Cannes 2014
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17.25
Piccolo e preziosissimo recupero ieri sera da Cannes Classics con Jamaica Inn (La taverna della Giamaica, 1939), ultimo film inglese di Alfred Hitchcock prima che si trasferisse in America. Storia in costume di contrabbandieri tra le coste della Cornovaglia e con protagonista uno strepitoso Charles Laughton, Jamaica Inn sembra un perfetto esempio del cinema hitchcockiano pre-maturità: vi sono in effetti tutti i suoi temi classici, dall’arguto erotismo all’inseguimento dell’innocente, dallo humour tagliente a certi sottotesti omoerotici, manca però la fluidità e la personalità registica dell’autore di La finestra sul cortile, qui evidenziato in una messa in scena ancora sostanzialmente piana (tranne alcuni raffinatissimi momenti). Il restauro digitale in 4K, ad opera della Cohen Film Collection insieme al British Film Institute, sembra perfetto, tranne un’imprecisione nei minuti iniziali (leggasi: perdita di nitidezza) nel passaggio di una bobina all’altra. [a.a.]

17.18
Siamo ormai arrivati agli ultimi bagliori prima della chiusura del festival. Il momento giusto – forse – per recuperare alcuni titoli di cui s’è parlato poco: il coreano The Target di Chang (fuori competizione, Séance de minuit) e l’ungherese White God di Kornél Mundruczó. Purtroppo, siam cascati male con entrambi. The Target è un thriller slabbrato, costruito su una sceneggitura raffazzonata, e pieno di colpi di scena che scadono nel grottesco involontario; White God invece è un dramma di ribellione canina [sic!] in cui l’animle più amato dall’uomo si ribella al pessimo trattamento ricevuto. Mundruczó purtroppo architetta questa narrazione, invece che su delle suggestioni horror (che pure ci sono nell’ultima parte), su una specie di film a tesi, ricattatorio e serioso, pieno di situazioni che quasi lasciano sgomenti per quanto sono intrise di populismo a buon mercato e di invettiva da strada. [a.a.]

14.30
Una tragedia immobile, pulsante rabbia e disillusione è al centro di Leviathan di Andrey Zvyaginstev, pellicola che chiude oggi la selezione del concorso di Cannes 2014. Ambientato nell’estremo nord ovest della Russia, dove la notte dura solo lo spazio di pochi minuti, il film vede protagonista Kolia, un uomo dalla natura rissosa, la cui casa – dove vive con moglie e figlio adolescente – è insidiata dalle ruspe dell’arrogante sindaco locale. Kolia lotterà con tutte le sue forze per far valere le proprie ragioni, anche grazie all’aiuto dell’amico avvocato Dmitri, ma il sindaco può contare sulla corruzione sia del potere secolare (tiene in pugno anche le forze dell’ordine) che religioso. Splendidamente girato nella suggestiva location sul Mare di Bering, Leviathan è una metafora senza scampo, talvolta sarcastica talaltra esplicitamente tragica, delle soffocanti dinamiche del potere che pervadono qualsiasi aspetto della vita nella Russia contemporanea.[d.p.]

14.15
Vi avevamo parlato ieri del recupero all’ultimo secondo di The Tribe di Myroslav Slaboshpytskiy, opera che intreccia con ammirevole sagacia linguaggio cinematografico e lingua dei segni. Oggi arriva la gradita notizia della vittoria a mani basse della Semaine de la Critique: The Tribe si porta a casa il Grand Prix, il Prix Révélation e l’Aide Fondation Gan pour la diffusion. Un trionfo. Adesso non ci resta che sperare in qualche ispirato distributore italiano. A Hope di Boris Lojkine il Prix SACD. [e.a.]

10.43
Il concorso della sessantasettesima edizione del Festival di Cannes si chiude con Sils Maria di Olivier Assayas, ennesima disquisizione sulla crisi di un’attrice e sul senso dell’interpretazione. Difficile non uscire delusi da un film ottimamente girato, ben recitato ma privo di qualsivoglia complessità emotiva e strutturale. Tutto rimane in superficie, a partire dalla metafora della nube che si inerpica tra le Alpi… [r.m.]

03.23
Prima di concederci una meritata (?) cena abbiamo trascorso la serata con il cinema del passato: alle 19.00, per Cannes Classics, abbiamo goduto della visione de Il colore del melograno di Sergej Paradžanov, nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna seguendo la volontà originaria del regista sovietico. Una proiezione imperdibile, funestata purtroppo dalla sgradevole transumanza del popolo degli accreditati, in gran parte incapace, a quanto pare, di resistere in sala per più di mezz’ora. Peggio per loro. Alle 22.00 è stata invece la volta di una delle emozioni più forti di questa sessantasettesima edizione: alla Quinzaine è stato infatti presentata la versione restaurata di The Texas Chain Saw Massacre, alla presenza di Tobe Hooper e di Nicolas Winding Refn, che l’ha presentato sul palco. Hooper, accolto da una vera e propria ovazione prima del film e al termine della proiezione, era visibilmente commosso. Il film, anche a quarant’anni di distanza, resta un capolavoro sommo, in grado di anticipare da solo l’intera deriva dell’horror statunitense degli ultimi decenni. Que viva Leatherface! [r.m.]

 

giovedì 22 maggio | Cannes 2014
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18.29
In Un certain regard è stato presentato Charlie’s Country, il film in cui Rolf de Heer torna a ragionare sulla questione aborigena. Il protagonista è qui il Charlie del titolo, costretto a scontrarsi con un sistema che, nel migliore dei casi, lo vede comunque come il membro di una minoranza bisognosa di assistenza, più che di diritti e libertà. Un film depresso e divertente allo stesso tempo, che non rimarrà a tra i migliori parti creativi del cineasta australiano ma merita più di un applauso. [r.m.]

16.00
Non bisognerebbe mai snobbare il programma della Semaine de la Critique. E così abbiamo recuperato all’ultimo momento l’opera prima The Tribe, del regista e sceneggiatore ucraino Myroslav Slaboshpytskiy: un’immersione totale in un microuniverso di ragazzi sordi, tra esplosioni di violenza e disperate storie d’amore. Un’operazione che costringe lo spettatore a confrontarsi con una lingua altra e con un diverso linguaggio cinematografico. Adieu au langage? [e.a.]

15.53
Diseguale, esasperato, näif, immaturo, privo di limiti: Incompresa conferma i limiti come regista di Asia Argento, eppure viene ancora spontaneo difendere un film così sincero, fragile, squilibrato e spudoratamente autoassolutorio. Si tratta comunque di un passo verso la normalizzazione. [r.m.]

15.50
Je vous salue Sarajevo! La città più deturpata e annichilita dalla guerra nell’ex Jugoslavia torna ad essere protagonista di un film, Le ponts de Sarajevo presentato in tarda mattinata fuori concorso qui a Cannes 2014. A dirigerlo sono stati chiamati tredici registi per altrettanti episodi il cui spunto di partenza è legato al centenario dell’attentato all’erede al trono austro-ungarico Francesco Ferdinando che diede il via alla Prima Guerra Mondiale e al cosiddetto Secolo breve. I risultati sono ovviamente altalenanti e in questa sede forse è utile parlare solo degli episodi più belli, quelli diretti da Jean-Luc Godard (che continua la sua riflessione sulla fine di Sarajevo come fine dell’Europa, dell’arte e dell’umano in genere), da Cristi Puiu (che mette in scena un tenero dialogo tra una coppia sposata i cui ragionamenti sulla storia d’Europa sono infarciti di concetti grossolani e per questo divertenti) e da Ursula Meier (che con immediatezza visiva – un campo di calcio vicino a un cimitero – racconta un micro-dramma commovente e intensissimo). [a.a.]

12.00
Eversivo, brillante e sperimentale Mommy di Xavier Dolan, presentato stamane in concorso sulla Croisette è ad oggi il film più convincente e riuscito del giovane regista canadese, che qui recupera tematiche a lui care come il rapporto madre-figlio, l’ambiguità sessuale e la vitalità irriducibile dell’adolescenza, inserendole in un contesto geografico e linguistico peculiare: quello del Québec, con il suo dialetto francofono semi-incomprensibile ma estremamente musicale. Protagonisti sono una madre (Anne Dorval) e il figlio teenager (Antoine-Olivier Pilon), affetto da iperattività comportamentale con correlati exploit violenti. Alla loro turbolenta relazione si aggiungerà quella con la problematica vicina di casa, un’insegnante affetta da balbuzie in seguito a un trauma emotivo. Mescolando I 400 colpi e Mamma ho perso l’aereo, la commedia indie con il melodramma familiare più fiammeggiante, Dolan travolge lo spettatore con un ritmo incalzante e dialoghi sferzanti, mentre mette alla prova la sua capacità di visione riducendo lo schermo ad un terzo della sua regolare dimensione (aspect ratio 1:1). Sorprendenti le interpretazioni dei tre protagonisti e Anne Dorval, che qui incarna il ruolo della madre, si candida seriamente a strappare a Marion Cotillard (protagonista di Deux jours, une nuit dei fratelli Dardenne) il premio come migliore attrice protagonista di Cannes 2014. [d.p.]

11.20
Nuova commedia impegnata popolare (e populista) per Ken Loach che con Jimmy’s Hall, presentato in concorso stamane a Cannes 2014, torna ad affrontare questioni storico-politiche irlandesi, come già aveva fatto con Il vento che accarezza l’erba, Palma d’Oro nel 2006. Convinto fautore di un cinema didattico che raccolga il favore del pubblico con le sue storie impegnate, commuoventi e in parte anche spassose, Loach racconta questa volta la vicenda di Jimmy Gralton, un attivista politico irlandese proprietario di una sala da ballo: luogo deputato al divertimento, all’arricchimento culturale e alla discussione politica. Insomma, proprio come il cinema di Loach da qualche anno a questa parte, sempre più attento a bilanciare il gusto per l’intrattenimento e il desiderio di sentirsi “impegnato” del proprio pubblico, al punto, talvolta, – come accade in Jimmy’s Hall – da disperdere la sincerità delle sue pellicole. Jimmy’s Hall risulta infatti alquanto schematico nella sua struttura, esile nella narrazione e poco interessato a enucleare dei personaggi a tutto tondo. Ma quel che conta oramai per Loach è solo il messaggio e che la sua messa in forma sia universalmente comprensibile. Gli applausi in sala, non a caso, sono stati unanimi. [d.p.]

02.50
Si conclude nel migliore dei mo(n)di possibili questa giornata (oramai in piena notte) sulla Croisette. Dopo esserci riempiti gli occhi con Godard in versione tridimensionale, ci siamo immersi nella soave animazione di Isao Takahata, The Tale of Princess Kaguya. Due ore e diciassette minuti di pura poesia, di esaltazione visiva. Ancor prima di ammirare i colori, ci perdiamo negli spazi bianchi, in questa animazione che non insegue il fotorealismo, ma che riesce a dare forma alle emozioni – ad esempio, la sequenza della corsa disperata e travolgente della principessa, furiosa come uno dei samurai di Band of Ninja di Ōshima. E poi quello sguardo fugace, alla fine. Dopo l’addio di Miyazaki, l’ultimo capolavoro di Takahata, forse l’ultimo di Godard. Si chiude un’epoca. [e.a.]

 

mercoledì 21 maggio | Cannes 2014
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17.33
Nonostante la pessima figura della sbirraglia cannense ci siamo tuffati nella proiezione di Adieu au langage di Jean-Luc Godard, il primo lungometraggio in 3D della sua carriera. Un’esperienza che riconduce ai primordi del cinema, perché non solo teorizza sul senso dell’immagine – perseguendo nella poetica già espressa nei precedenti capolavori – ma riconduce l’immagine stessa a un ruolo continuamente palingenetico, travolgendo lo spettatore con un profluvio di immagini di diversa profondità, formato, grana. Una ricostruzione totale del meccanismo ottico della visione, di fronte al quale viene naturale abbandonare ogni resistenza. Non può vincere la Palma d’Oro solo perché è cinema a uno stadio talmente avanzato da non essere ancora possibile. Il futuro anteriore, per una volta ospitato nella culla del cinema “arrivato”. Ci prendiamo il tempo necessario per elaborare meglio l’universo che ci ha irretito per poco più di un’ora. [r.m.]

15.15
Tra tanti film visti, code, lavoro in sala stampa e litri e litri di caffè, ci mancava il vis-à-vis con la polizia locale. Anzi, sarebbe meglio dire con alcuni poliziotti di Cannes, altrimenti si finisce per generalizzare… In poche righe, questo l’accaduto: ci dirigiamo verso quella che sarà la fila per la proiezione di Adieu au langage di Godard, chiediamo lumi agli addetti alle file per capire dove posizionarci e ci apprestiamo a parlottare per circa un’ora e trenta per ammazzare il tempo. Ammazza qui, ammazza là, veniamo invitati da un poliziotto a sgomberare la zona: gli spieghiamo che siamo lì per la fila e che siamo della stampa. Capisce e ci dice che possiamo restare. Riprendiamo ad ammazzare il tempo, ma per poco. Dopo alcuni minuti al posto del poliziotto “buono” arrivano quelli “cattivi”. Un cliché del genere poliziesco, evidentemente intramontabile. Con calma cerchiamo di spiegare la semplicissima situazione: “Siamo in fila per la proiezione, abbiamo già parlato col vostro collega e bla bla bla”. Sarà stato il bla bla bla, ma nel giro di circa dieci secondi piomba su un malcapitato giornalista un armadio a quattro ante che lo prende violentemente per il collo, lo sradica da terra e ringhiando a più non posso sparge minacce al vento. Istanti di pura follia. Alcuni poliziotti imitano il collega nelle minacce, tra smorfie che dovrebbe incutere timore e un vago sorrisetto di soddisfazione. Alcuni poliziotti, non tutti, altrimenti si finisce per generalizzare… [e.a.]

14.05
La Storia può essere raccontata in diversi modi e con risultati assai distanti tra loro. Dopo aver gioito per Queen and Country di Boorman ed esserci abbacchiati per The Search di Hazanavicius, ritroviamo il sorriso grazie al documentario Maïdan: in poco più di due ore, con un rigoroso susseguirsi di quadri fissi, Sergei Loztnitsa ci racconta gli ultimi drammatici avvenimenti in Ucraina, la sete di verità e giustizia del popolo, gli scontri col potere. “Gli eroi non muoiono mai”. [e.a.]

14.00
Hazanavicius scava un solco profondo, praticamente un abisso, tra il suo precedente e fortunatissimo lungometraggio, The Artist, e la nuova pellicola in concorso The Search, un war movie (umanitario) pasticciato, moralmente discutibile, intriso di dozzinale retorica. Russi più cattivi che mai e funzionarie delle Nazioni Unite ingenue e piacenti. Un disastro. [e.a.]

13.41
Altra delusione dal cinema cinese, dopo Coming Home di Zhang Yimou. Solleva davvero parecchi dubbi infatti Fantasia di Wang Chao, presentato nella sezione Un certain regard, che sembra speculare proprio a Coming Home nel suo fittizio eccesso di melodramma. Là dove Zhang Yimou ha scelto di ambientare il suo film negli anni ormai rigidamente tipizzati della Rivoluzione Culturale, Wang Chao prende un’ambientazione contemporanea urbana super-inquinata, presenta dei personaggi depressi e chiusi nel loro piccolo mondo e ammanta il tutto con la malattia del padre. Solitudine, prostituzione, feti morti, piccole risse di strada: Fantasia sembra la parodia del cinema cinese d’autore post-89, da Zhang Yuan a Jia Zhangke. Un disastro. [a.a.]

02.14
Nella notte segnaliamo anche la visione alla Quinzaine di Whiplash, opera seconda di quel Damien Chazelle che alcuni anni fa sorprese in positivo con l’ottimo esordio Guy and Madeline on a Park Bench. Anche qui è il jazz a farla da padrone, con il giovane protagonista intenzionato a diventare il miglior batterista di New York e quindi, con ogni probabilità, del mondo. Non tutto fila via liscio come l’olio, ma Chazelle dimostra di essere un ottimo metteur en scéne, e l’esaltante crescendo finale smorza qualsiasi tentativo di critica. [r.m.]

01.55
Ricorderemo a lungo la proiezione del sagace e nostalgico Queen and Country, con presenza sul palco del grande John Boorman e dei tre giovani protagonisti, in primis l’ottimo Caleb Landry Jones, già in Antiviral e qui in versione novello Mickey Rooney. Boorman ci regala il sequel di Anni Quaranta, una sorta di Frenesie militari in salsa anglosassone. Vitale, romantico, a tratti irresistibilmente spassoso, Queen and Country smonta senza timori il nazionalismo d’antan. [e.a.]

01.45
Eccoci finalmente davanti a un pc, dopo una giornata intensa di proiezioni. Intanto vi aggiorniamo sull’esordio alla regia di Ryan Gosling, Lost River, presentato nella sezione Un Certain Regard. Gosling è anche sceneggiatore e produttore e può fare affidamento su un cast di livello: Saoirse Ronan, Eva Mendes, Barbara Steele (!!), Christina Hendricks, il meraviglioso bimbetto Landyn Stewart e via discorrendo. Narrativamente non tutto funziona, ma il film è visivamente sorprendente, ambizioso, abbacinante – Lynch, Refn e Jodorowsky tra le fonti di ispirazione. [e.a.]

 

martedì 20 maggio | Cannes 2014
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13.37
Decisamente prevedibile il nuovo film di Zhang Yimou, Coming Home, presentato in mattinata fuori concorso. Prevedibile nel modo in cui recupera la figura di Gong Li e la mette in un contesto da fine-Rivoluzione Culturale, infarcendo il tutto di grossolano melodramma. Tutte le potenzialità politiche sono attentamente annullate (nessuno ci dice per quale motivo il marito di Gong Li sia stato imprigionato negli anni della Rivoluzione Culturale), così come i possibili contrasti tra personaggi vengono agilmente rimossi (la figlia che denuncia il padre non ha poi nessun confronto con la madre). Il cinema di Zhang Yimou è ormai – volutamente e consapevolmente – prigioniero di propositi larmoyant ammantati di decorativismo. Non c’è forse nulla di peggio. [a.a.]

10.38
La giornata è iniziata con uno degli ovvi candidati alla vittoria della Palma d’Oro, Deux jours, une nuit dei fratelli Dardenne, da sempre tra i favoriti sulla Croisette. Un’opera come al solito scarna ed essenziale (persino troppo), politicamente ineccepibile ma che in questo caso stona in un paio di passaggi eccessivamente bruschi ed enfatici. Nulla che deturpi l’insieme, sia chiaro, visto che Deux jours, une nuit resta un ottimo film, ma per una volta non inseriamo il nome di Jean-Pierre e Luc Dardenne tra i nostri protégé per la vittoria finale… [r.m.]

 

Lunedì 19 maggio | Cannes 2014
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00.00
A metà festival, come da tradizione, arrivano i film che iniziano a delineare un possibile palmarès: dopo Cronenberg ecco dunque Still the Water di Naomi Kawase, doloroso ma vitale coming-of-age ambientato nella sperduta isola di Amami Ōshima, all’estremo sud del Giappone. Paesaggi mozzafiato, lirismo sublime, potenza narrativa; potrebbe davvero essere la Palma d’Oro 2014… Stendiamo invece un velo pietoso sul danese When Animals Dream di Jonas Alexander Arnby, visto alla Semaine de la critique. A volte il silenzio è la scelta più saggia. [r.m.]

14.07
Come già annunciato ieri sera, abbiamo recuperato oggi Maps to the Stars, il nuovo film di David Cronenberg in corsa per la Palma d’Oro. Una fiammeggiante (in ogni senso) riflessione sul culto dell’immagine e sulla deformità sociale del microcosmo hollywoodiano, che si spinge però ben più in là dei confini della “Mecca del Cinema” per abbracciare l’intera poetica cronenbergiana, senza soffocarla né riciclarla stancamente. Un’opera fondamentale, da cui il cinema del regista canadese sembra rinascere e morire allo stesso tempo. In viaggio – chissà – verso le stelle… [r.m.]

13.40
C’è persino troppa carne al fuoco in A Girl at My Door, opera prima della regista e sceneggiatrice sudcoreana July Jung, presentata nella sezione Un Certain Regard. Una piccola città di provincia, tra mare e campagna, una ragazzina problematica (la promettente Kim Sae-ron, già vista in The Man from Nowhere e Une vie toute neuve), una famiglia violenta, l’alcolismo e una lunga serie di pregiudizi: insomma, parecchio lavoro per il nuovo capo della polizia locale, la giovane e riservata Young-nam (Bae Doo-na, come sempre intensa e magnetica). July Jung riesce comunque a districarsi tra argomenti alquanto delicati e la coppia Bae Doo-na & Kim Sae-ron funziona a meraviglia. [e.a.]

13.05
Mange tes morts. Si tratta di un insulto gitano che il regista francese Jean-Charles Hue ha usato come titolo del suo secondo film di finzione, presentato stamattina alla Quinzaine. Protagonista è per l’appunto una comunità gitana evangelica segnata dal ritorno di uno di loro, Fred, uscito dopo quindici anni di prigione. L’uomo convince il suo fratellastro diciottenne a seguirlo in una serie di scorribande notturne al di fuori della loro comunità. Ritratto intenso e drammatico della cosiddetta “gens du voyage” (il modo in cui vengono definiti i nomadi in Francia), Mange tes morts prova a giostrare tra realismo e simbolismo in un crescendo di tensione, al cui centro c’è il discorso sull’illegalità ontologica – secondo la norma francese – di questa comunità. Non tutto è riuscito, ma si tratta senz’altro di un film che bisognerà segnarsi alla fine di questa edizione del festival. [a.a.]

12.20
Dopo l’ottimo Moneyball, (in italiano L’arte di vincere) Bennett Miller torna ad afftontare il genere dello sport movie con Foxcatcher, in concorso oggi a Cannes 2014. Channing Tatum e Mark Ruffalo incarnano due lottatori, entrambi medaglia olimpica, che finiscono nella squadra personale di un eccentrico e ambiguo miliardario, interpretato da un irriconoscibile Steve Carell.
Questi instaurerà in particolare un rapporto morboso e di interdipendenza col più giovane dei due (Tatum) e una tacita ma esplosiva rivalità con l’altro.
Demistificazione definitiva del sogno americano diretta con mano sicura e con uno script millimetrico, Foxcatcher è un film spiazzante, potentissimo e crudele che sposta più in là i confini del genere di appartenenza e ipoteca un posto nel palmarès, se non altro per le eccellenti interpretazioni di Steve Carell e Mark Ruffalo. [d.p.]

 

Domenica 18 maggio | Cannes 2014
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20.21
Che festival di Cannes sarebbe se non si rimanesse fuori ad almeno una proiezione? E così è stato… A dire tutta tutta la verità non abbiamo neanche provato ad avvicinarci alla fila per la proiezione stampa di Maps to the Stars di David Cronenberg, ma in tanti – centinaia – sono rimasti fuori. Provvederemo al recupero domani, nel frattempo dilettandoci con la festa della Troma! [r.m.]

18.00
Torna il cinema rarefatto e filosofico di Lisandro Alonso, che ha presentato nel pomeriggio di oggi in Un certain regard il suo nuovo film: Jauja. Prodotto dal regista argentino insieme al suo protagonista Viggo Mortensen, Jauja mescola Storia e antiche credenze popolari, per raccontare del Capitano danese Gunnar Dinesen di stanza in Patagonia al fianco dell’esercito Argentino nel 1882, durante la “Conquista del deserto”. L’uomo ha con sé la giovane figlia e quando questa fugge insieme a un giovane soldato, si lancia alla sua ricerca smarrendosi nello spazio e nel tempo, e cercando di evitare il temibile Zuluaga, disertore sanguinario che abita quei non-luoghi. Splendidamente fotografato e denso di riferimenti cinematografici (dal cinema di Jodorovski ad Apocalypse Now, fino a Sentieri selvaggi) e filosofici (di stampo pre-socratico), Jauja è una riflessione visivamente impressionante sulla paternità e sul funzionamento della vita. [d.p.]

15.00
In tarda mattinata alla Debussy è stata la volta di Turist, il nuovo film dello svedese Ruben Östlund in concorso a Un certain regard. La crisi familiare passata al microscopio durante cinque giorni di sciate sulle Alpi, tra slavine, crisi di nervi, paesaggi mozzafiato e incapaci autisti di pullman. Una vera e propria ovazione, in buona parte meritata, ha accompagnato i titoli di coda. Ma c’è da dire che metà della sala era occupata dalle invitations della produzione… [r.m.]

14.30
Applausi di circostanza per il film argentino Refugiado, diretto da Diego Lerman e presentato alla Quinzaine in tarda mattinata. Protagonista è il piccolo Matias che insieme alla mamma fugge dal padre, violento e vendicativo, e si trova dunque in qualche modo a vivere una condizione di “rifugiato”. Qualche buono spunto registico, molto manicheismo di caratteri e con una narrazione un po’ ricattatoria. Cinema nazional-popolare dal fiato corto. [a.a.]

11.00
Finalmente degli applausi hanno risuonato nel maestoso Grand Teatre Lumiere dopo la prima proiezione mattutina. A meritarseli è stato The Homesman, seconda regia di Tommy Lee Jones dopo Le tre sepolture, in competizione per la Palma d’Oro. Protagonista è un’eccezionale (come suo solito) Hilary Swank nei panni di una tenace pioniera, nubile suo malgrado, incaricata di scortare tre donne che hanno perso la ragione in un lungo viaggio nei territori di frontiera, per condurle verso una struttura destinata ad accoglierle. Dopo aver salvato da morte certa un vagabondo (Tommy Lee Jones) lo assolderà per aiutarla nella missione. Cantore di un western crepuscolare tutto incentrato su complesse dinamiche psicologiche e sentimentali, l’interprete e regista conferma tutto il suo talento di storyteller e The Homesman, seppur debitore – specie nei contenuti – all’eccezionale miniserie Broken Trail di Walter Hill – è un film toccante, spassoso, cinico e appassionato, come i migliori western sanno essere. [d.p.]

02.50
Lunghe ed estenuanti file stasera sulla Croisette per poter assistere ad uno degli eventi più attesi del Festival: la proiezione di Welcome to New York, nuova pellicola di Abel Ferrara. Si trattava infatti un’occasione unica per poter vedere sul grande schermo il film che, in Italia come in Francia, sarà disponibile solo in VOD. Introdotto dall’autore stesso – a dire vero assai poco propenso a parlare in pubblico – insieme agli interpreti Jacqueline Bisset e un istrionico e cordiale Gérard Depardieu, il film rilegge la famigerata vicenda di violenza sessuale ai danni di una cameriera di cui si rese protagonista l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn. Dalla struttura tripartita, con una prima parte tutta ambientata nell’Hotel newyorkese dove avvenne il fatto e dedicata all’iperattività sessuale del protagonista, un secondo atto ambientato nel commissariato di polizia e un terzo nella magione dove l’accusato si ritirò con la moglie per scontare gli arresti domiciliari, Welcome to New York è la riconferma della creatività mai doma dell’autore italo-americano capace, come dimostra la sua filmografia più recente, di realizzare con budget limitati opere personalissime, vitali, pulsanti.
In ballo ci sono qui, tra le altre cose, questioni erotico-politiche internazionali, giochi di potere domestici, filosofici, globali e una satira pungente sulle metodologie delle forze dell’ordine. Ma soprattutto, Welcome to New York affronta il tema della difficoltà umana nell’accettare di incarnare un “ruolo”, sia esso pubblico o privato, un’occasione ghiotta per l’irrefrenabile e sublime talento di Gérard Depardieu. [d.p.]

02.43
In un orario poco consono torniamo per un momento a ragionare sui film della serata. Sulla Croisette è infatti approdata l’Italia, che ha presentato in concorso Le meraviglie, attesa opera seconda di Alice Rohrwacher: il racconto di una famiglia sui generis si trasforma in un amaro (eppur vitale) resoconto del disfacimento dell’Italia e della sconfitta dell’utopia sessantottina e settantasettina. Diretto con mano sempre ispirata dalla Rohrwacher, Le meraviglie è anche uno splendido ritratto dell’infanzia e dell’adolescenza e, finora, il titolo più convincente di un concorso zoppicante. Ma è ancora presto… [r.m.]

 

Sabato 17 maggio | Cannes 2014
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14.30
Una fantasmagoria pop accompagnata da una dettagliatissima fenomenologia del lavoro quotidiano: è la visione della vita e delle creazioni di Yves Sant Laurent portata in concorso a Cannes da Bertrand Bonello con Saint Laurent. Incarnato da un iper-mimetico (anche troppo) Gaspard Ulliel, il couturier francese è colto nella sua quotidianità, al tavolo da disegno, con le solerti collaboratrici, nell’intimità con il compagno Pierre (Jérémie Renier) e poi con l’amante Jacques (un poco convincente Louis Garrell), ma anche nei suoi momenti allucinatori, sovvenzionati da abuso di droghe e farmaci. Fiammeggiante e sovrabbondante Saint Laurent diventa a lungo andare tedioso nel suo riportare ciascuna situazione in ogni minimo dettaglio (specie se si tratta di una riunione degli azionisti dell’azienda dello stilista) e quando vuole distaccarsi dalla realtà, approda in più di un’occasione al ridicolo involontario. [d.p.]

14.03
Presentato in mattinata alla Quinzaine il nuovo film di Frederick Wiseman, National Gallery, dedicato al celebre museo londinese. Con uno attentissimo studio dei luoghi, delle persone che vi lavorano e ovviamente dei quadri che vi sono ospitati (in particolare con una straordinaria attenzione ai volti dipinti), Wiseman squaderna al solito superfici e facciate andando a studiare i meccanismi – sia burocratici, sia interpretativi, sia artistici – di un organismo tanto complesso. Ne viene fuori una grande lezione di storia dell’arte, a tratti anche commovente, ma forse leggermente troppo didattica. Ce ne fossero comunque di film così, in ogni festival e – verrebbe da dire – ogni giorno! [a.a.]

13.42
In attesa di dirvi qualcosa sui film della mattina (Saint Laurent di Bertrand Bonello e National Gallery di Frederick Wiseman) ci siamo gustati uno dei primi personali colpi al cuore del festival: alla Salle Miramar, sede della Semaine de la critique, è stato presentato It Follows, opera seconda dello statunitense David Robert Mitchell dopo il bel teen-movie The Myth of American Sleepover. Anche in questo caso la tematica ruota attorno all’adolescenza, ma viene declinata in favore di un horror angoscioso e non privo di ironia, che riflette – al contrario – sulla paura del contagio dell’AIDS, attraverso una metafora utilizzata con estrema intelligenza. Nel corso degli anni potrebbe diventare un vero e proprio cult-movie. Noi, nel nostro piccolo, glielo auguriamo… [r.m.]

03.32
Aggiornamento in notturna (e tra meno di sei ore ci aspetta Frederick Wiseman!) per dire due parole due su Relatos salvajes di Damián Szifron, presentato in concorso alla proiezione stampa della Salle Debussy: commedia sardonica e cinica in cinque storie che raccontano l’imbarbarimento dell’uomo. Si ride di gusto, anche se la sensazione forte è quella di un’opera che non avrebbe mai dovuto essere in corsa per la Palma d’Oro. Ma quest’anno, per ora, sembra essere la regola… [r.m.]

03.25
Prima di sprofondare la faccia nel cuscino, torniamo indietro di qualche ora. Accolto da un buon numero di applausi alla fine della proiezione per la stampa, Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan conferma le ambizioni del pluripremiato cineasta turco, anche se ci lascia parecchi dubbi: sagace ma prolisso, straniante ma anche straziante, Winter Sleep dilata eccessivamente dialoghi e narrazione, come in una sorta di prova di forza autoriale. [e.a.]

00.30
Dopo aver affrontato le derive della fede nei tempi e nei luoghi del capitalismo più estermo in Lourdes, Jessica Hausner approda ora sulla Croisette con Amour Fou, selezionato in Un certain regard. Irriverente presa in giro degli ideali romantici, il film, vagamente ispirato alla storia di Henrich Von Kleist, racconta di un giovane poeta in cerca di una degna compagna per realizzare il suo unico desiderio: una gloriosa morte attraverso un suicidio di coppia. Dopo aver incassato il rifiuto della bella Marie, incalzerà la moglie di un economista altolocato, Heinriette, che di lì a poco si scoprirà affetta da una grave malattia. Ma il vero male incurabile, secondo la regista austriaca, è proprio il Romanticismo, qui demistificato con un sarcasmo sottile e una messinscena frontale e lineare che ricorda la produzione più recente del maestro portoghese Manoel De Oliveira. Per rincarare la dose di cinismo riversata nei confronti dell’alta borghesia prussiana, la Hausner adotta poi una fotografia contrastata spiazzante, che lascia stagliare i propri personaggi, come figurine bidimensionali, sullo sfondo di carte da parati dai disegni geometrici ossessivi. Forse meno compiuto e di certo meno “classico” di Lourdes, Amour fou serba momenti di raro acume e riconferma il talento di una delle autrici europee più interessanti in circolazione. [d.p.]

 

Venerdì 16 maggio | Cannes 2014
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19.00
Anche i grandi festival devono pagare il pedaggio. La presenza sulla Croisette di Dragon Trainer 2, con tanto di proiezione al Grand Théâtre Lumière, ci serve almeno per confermare la cronica pigrizia dei blockbuster d’animazione, rigorosamente in computer grafica e 3D. Questo sequel è tecnicamente ineccepibile quanto narrativamente frettoloso e prevedibile. Scalerà il box office e avremo anche il terzo capitolo. Tra qualche giorno, fortunatamente, sarà il turno di Kaguyahime no monogatari. Grazie Quinzaine. [e.a.]

15.10
Applausi decisamente eccessivi per il Mathieu Amalric in doppia veste – regista e attore – che ha presentato in Un certain regard La chambre bleue, riscrittura da un romanzo di Simenon. Con un occhio ovviamente al cinema di Chabrol e l’altro a quello del tardo Truffaut (La signora della porta accanto, Finalmente domenica), Amalric fa la maniera della maniera della Nouvelle Vague e mette in scena un dramma che insegue sin troppo pedissequamente le atmosfere simenoniane. Un esercizio di stile in fin dei conti, in cui funziona bene l’inizio (con un certosino lavoro sui dettagli), ma che pian piano si canonizza fino ad annullarsi registicamente e narrativamente con la lunga sequenza del processo. Sono lontani purtroppo i tempi di Tournée… [a.a.]

14.34
In Salle Bazin è da poco terminata l’anteprima stampa di Red Army, ottimo documentario che Gabe Polsky ha dedicato alla nazionale sovietica di Hockey su ghiaccio a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, considerata universalmente la squadra più forte della storia dello sport con puck e bastone. Un viaggio non solo nelle vicende sportive e umane dei suoi atleti protagonisti, ma anche nella storia della Guerra Fredda e nel dissolvimento dell’URSS, cui ha fatto seguito una gestione dello Stato forse ancor meno trasparente e democratica. Un’opera avvincente e a suo modo divertente, che conferma il talento di Polsky: peccato che, a meno di miracoli, qui sulla Croisette saranno in pochi a recuperarlo. [r.m.]

13.33
Il danese Kristian Levring cerca di offrire uno sguardo nordico al western con The Salvation, una delle séance de minuit di questa edizione di Cannes. Un racconto basico interamente costruito sui cliché dello spaghetti western, che funziona soprattutto per una buona caratterizzazione dei personaggi e per la brulla ambientazione. Nulla di memorabile, ma ci si diverte [r.m.]

12.19
Timidi applausi hanno accolto la prima proiezione mattutina del concorso cannense. Parliamo di The Captive di Atom Egoyan, thriller psicologico su un tema caro all’autore de Il dolce domani: quello dell’infanzia rubata o interrotta. Nelle nostre sale proprio in questi giorni con il poco riuscito Devil’s Knot- Fino a prova contraria, Egoyan riflettere sul rapimento di una bambina e le sue conseguenze, raddoppia, poi moltiplica personaggi, traumi, situazioni, e avvolge il tutto attorno ad una differenza linguistica: quella tra “trucco” (trick) e “artificio” (gimmick). Con una sceneggiatura davvero ingegnosa che alterna passato e presente senza soluzione di continuità, The Captive è un thriller d’autore come si facevano negli anni ’90, ma forse il pubblico non è più in grado di accoglierlo, meno ancora lo è quello esigente del Festival di Cannes. [d.p.]

 

Giovedì 15 maggio | Cannes 2014
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23.59
In serata si è inaugurata ufficialmente anche la sezione Un certain regard, con Party Girl, opera prima diretta dal terzetto Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis, che si sono fatti accompagnare sul palco della Salle Debussy dalla troupe al completo (o quasi). Il film è, come già Bande de filles della Sciamma, il vivido ritratto di una donna che non sa – o non può – trovare un posto nel mondo che la circonda. Interpretato dall’eccellente Angélique Litzenburger, Party Girl è un lavoro non completamente compiuto ma senza dubbio interessante. [r.m.]

17.35
Cannes è il cinema del futuro e blablabla. Dato archiviato. Ma è anche (e in certe giornate soprattutto) il cinema del passato, grazie alle copie restaurate – purtroppo sempre e solo in digitale – presentate in Cannes Classics: oggi è stata la volta di Seishun zankoku monogatari, vale a dire Racconto crudele della giovinezza, straordinaria opera seconda di Nagisa Ōshima dopo l’esordio Ai to kibō no machi (Il quartiere dell’amore e della speranza), e punto di svolta del cinema giapponese a ridosso degli anni Sessanta. Un’opera immortale, girata con uno stile che prende spunto dalla Nouvelle vague per stravolgerla e inasprirne le tensioni estetiche. Come lasciarsi sfuggire una revisione su grande schermo? [r.m.]

12.48
La Quinzaine des Réalisateurs inaugura la sua edizione con la presentazione di Bande des filles, il nuovo film della cineasta francese Céline Sciamma: un romanzo di formazione adolescenziale solido, magari prevedibile nello sviluppo ma diretto con indubbio talento e in grado di trasmettere una forza sorprendente, grazie anche all’intensa interpretazione della sua giovane protagonista, l’esordiente Karidja Toure. Applausi scroscianti e convinti hanno accompagnato i titoli di coda. [r.m.]

12.00
Dopo il delirante Topsy Turvy, dedicato a Gylbert & Sullival e il Leone d’oro Il segreto di Vera Drake, Mike Leigh si dedica nuovamente al film biografico con Mr. Turner, pellicola dedicata al celebre pittore britannico presentata stamane in concorso a Cannes. Interessante riflessione sul sublime e il ridicolo, il film segue le vicende quotidiane del suo protagonista, incarnato dall’attore feticcio do Leigh, Timothy Spall, innestando la sua ricerca pittorica sui fenomeni atmosferici e i suoi rudi amori senili con sterzate improvvise di humour, giocose e spiazzanti. Nonostante una certa pedanteria dovuta all’accuratezza della ricostruzione storica – non mancano naturalmente le riproposizioni dei giochi di luce tipici dell’artista – Mr. Turner si stacca dai cliché del biopic “classico” proprio grazie alla sua sorprendente ironia, pronta a capovolgersi in autoironia. [d.p.]

 

Mercoledì 14 maggio | Cannes 2014
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21.24
Giunge anche il momento del primo film del concorso, qui a Cannes: si tratta di Timbuktu di Abderrahmane Sissako. Il regista mauritano porta in scena la follia dell’integralismo islamico attraverso un racconto a metà tra apologo morale ironico e ripresa del “reale”: il risultato convince solo a metà, tra picchi di ispirazione artistica e metafore fin troppo prevedibili. I tempi di Octobre e La Vie sur terre sembrano lontani… [r.m.]

21.15
Regista a suo modo imprevedibile Olivier Dahan, capace – con risultati spesso non esaltanti – di passare da Pollicino (2001) all’action thriller I fiumi di porpora 2 – Gli angeli dell’apocalisse (2004), dal fortunato biopic La vie en rose (2007) alla fiacca commedia pallonara Dream Team (2012). Con Grace di Monaco affronta un altro biopic ambizioso, ancora una volta sorretto da un budget elevato e da un cast internazionale: il risultato è complessivamente deludente, nonostante l’impegno di Nicole Kidman, star hollywoodiana che un tempo sembrava davvero una novella Grace Kelly. Ma verso la fine della pellicola, per alcuni istanti, Nicole sembra Grace, con quella bellezza perfetta, quella eleganza inarrivabile, innata. Almeno per una sequenza, Grace di Monaco smette di essere un film superfluo, trova una ragion d’essere. [e.a.]

17.01
Parlare con troppa leggerezza di sole scintillante è stato un grave errore, visto che nubi minacciose si addensano all’orizzonte, portando disperazione in tutti gli accreditati che ben conoscono i malrovesci temporaleschi di Cannes. Incrociamo le dita… [r.m.]

16.42
Dopo essere giunti ieri sera a Cannes, aver ritirato l’accredito ed esserci acclimatati anche quest’anno con il festival più glamour e atteso del mondo, inizia l’avventura del minuto per minuto. In questo momento è in corso in Salle Debussy la seconda proiezione stampa di Grace di Monaco, scelto (non senza polemiche) come film d’apertura. Vi sapremo dire tra non molto… [r.m.]

Info
Il sito di Cannes 2014.

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