Timbuktu

Timbuktu

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La poetica di Sissako, da sempre attenta alle distonie e ai paradossi dell’Africa occidentale, si adatta alla perfezione a Timbuktu che, muovendosi a volo d’uccello, cerca di rintracciare le linee guida di un percorso umano sempre più desertificato.

Il dolore degli uccelli

Timbuktu è ridotta al silenzio, le porte serrate, le strade deserte. Niente più musica, niente più calcio, nemmeno una sigaretta. Terminati i colori vivaci e le risate, le donne non sono altro che ombre. Gli estremisti religiosi seminano il terrore. Lontano dal caos, sulle dune, Kidane vive una vita dignitosa con sua moglie, sua figlia e il piccolo pastore Issan, ma la sua tranquillità sarà di breve durata. Uccidendo in maniera accidentale il pescatore Amadou che aveva ucciso la vacca preferita di Issan, Kidane deve affrontare la legge di occupanti che prendono in ostaggio un islam aperto e tollerante… [sinossi]

Quando nel 1526 l’esploratore al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzan al-Fasi, noto in occidente con il nome di Leone l’Africano, raggiunse la città di Timbuktu questo fu il suo commento meravigliato ed estasiato: “qui si trova un gran stuolo di dottori, giudici, preti e altri uomini di cultura che sono mantenuti riccamente dalla generosità del re. Qui vengono portati diversi manoscritti e libri scritti da fuori della barbaria, che sono venduti qui a un prezzo più alto di qualsiasi altro bene”. Nell’epoca dei quattro sultanati, Timbuktu infatti era uno dei centri nevralgici del mondo conosciuto, luogo in cui la ricerca scientifica, lo studio delle lingue e l’approfondimento filosofico andavano di pari passo. Ben poco, purtroppo, è rimasto oggi di quell’impero del sapere: il feroce colonialismo prima e le guerre intestine poi hanno ridotto il Mali a uno spettro nel cuore dell’Africa, un luogo in cui lo scontro tra i gruppi islamisti e il Movimento Nazionali per la Liberazione dell’Azauad da un lato e il governo centrale (appoggiato anche dalla Francia e dalle forze internazionali) dall’altro sta producendo numerose vittime e un progressivo imbarbarimento delle condizioni di vita. È in questo tetro paesaggio che va a inserirsi un’opera come Timbuktu, che segna il ritorno dietro la macchina da presa per Abderrahmane Sissako, regista mauritano tra i principali cantori del cinema africano degli ultimi venti anni.

La poetica di Sissako, da sempre attenta alle distonie e ai paradossi dell’Africa occidentale, si adatta alla perfezione a Timbuktu che, muovendosi a volo d’uccello, cerca di rintracciare le linee guida di un percorso umano sempre più desertificato. E nel cuore del deserto, tra le dune, si trova uno degli ultimi avamposti di umanità, la tenda in cui vive il pastore Kidane con la sua famiglia. Qui ancora si può suonare la chitarra (solo perché nessuno si avvicina a origliare), ancora si può cantare, ancora si può vivere un’esistenza libera, pur seguendo fedelmente i dettami del Corano.
Sulla contrapposizione tra l’integralismo islamico e una lettura meno estremizzata delle parole del profeta Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muţţalīb al-Hāshimī si gioca buona parte del nucleo fondante attorno al quale si sviluppa Timbuktu: Sissako affronta la questione in maniera dicotomica, alternando un registro ironico e vagamente surreale a un altro in cui la “realtà” è registrata in maniera – apparentemente – più aderente. Sorretto da una struttura siffatta il film, in maniera inevitabile, vive su un’altalena estetica continua, oscillando tra sprazzi di ispirazione cristallina e passaggi più superficiali.
In questo senso la sequenza cardine, quella nella quale Kidane si macchia dell’omicidio di un suo vicino (il pescatore che gli ha ucciso una vacca perché aveva “sconfinato” oltre la sua rete da pesca), appare il paradigma perfetto per permettere una comprensione immediata di Timbuktu: a un piano ravvicinato che fotografa la colluttazione fa seguito uno splendido campo lunghissimo che, senza stacchi, mostra il distacco tra i due uomini. Mentre Kidane raggiunge a fatica la riva opposta, Amadou stramazza al suolo, sprofondando nell’acqua.

Riflessione doverosa ma in fin dei conti prevedibile sullo stato delle cose in Mali (ma uno sguardo simile potrebbe aprirsi a molti paesaggi africani), Timbuktu vive di squarci estetici sorprendenti e ammalianti come la partita di calcio senza pallone, la mitragliata contro i fili d’erba, la fuga della giovane Toya sulle dune di sabbia, e di trovate ai limiti del comico decisamente inaspettate, ma allo stesso tempo non rinuncia a perdersi in una metafora fin troppo evidente e bolsa. L’impressione è che i tempi di October e La Vie sur terre, i titoli con i quali Sissako iniziò a essere conosciuto nel circuito festivaliero internazionale, continuino a essere distanti.

Info
Timbuktu sul sito del Festival di Cannes.
Timbuktu sul sito di Le Pacte.
Il trailer italiano di Timbuktu.
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