Sogni di gloria

Sogni di gloria

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Dopo l’esordio in video di La banda del brasiliano, film di culto in Toscana e non solo, arriva in sala Sogni di gloria, l’opera seconda del collettivo John Snellinberg. Produzione più ricca e “ordinata”, ma anche meno riuscita. Con Carlo Monni (una delle sue ultime partecipazioni) e Giorgio Colangeli.

C’era un cinese a Prato

Ogni tanto rispunta fuori qualche giovane in Italia, che ha voglia di fare un cinema diverso. Non intendiamo un cinema antipatico e d’élite, bensì il frutto di un’esperienza collettiva, condivisa, in cui il gioco resta il principio fondante, ma radicato in un’apprezzabile cultura cinematografica. Il contesto italiano attuale abbonda di cinefili, meno di autori cinefili. Il collettivo John Snellinberg, gruppo di giovani indipendenti che già aveva realizzato in video con soli 2000 euro La banda del brasiliano (2010), ricorda in qualche modo la preparazione cinematografica dei Manetti Bros. Nella loro opera prima, infatti, abbondavano citazioni e nostalgie del nostro cinema italiano di genere anni ’70, e lo spirito anarcoide era il medesimo dei fratelli romani. Tuttavia, le intenzioni dei John Snellinberg sono più naif e spontaneistiche. Si tratta di un gruppo di amici che, sostanzialmente per gioco, si mettono insieme per realizzare un film, intriso di goliardia e provocazione, anche linguistica (il collettivo si muove sul territorio di Prato e dintorni, e la cultura provinciale e dialettale fa parte integrante della loro sfera creativa), raccontando in modo libero e a-grammaticale cose e umori di una notevole caratura identificativa.

In filigrana, La banda del brasiliano raccontava di disorientamento giovanile, di disoccupazione e di un paese lasciato ai giovani in eredità privo di qualsiasi prospettiva. Parlava anche, sul filo di un gioco grottesco, della trascuratezza istituzionale verso la cultura cinematografica.
Adesso i John Snellinberg arrivano all’opera seconda, Sogni di gloria, che ha già vinto il Rome Independent Film Festival e il WorldFest di Houston, realizzato con un budget più cospicuo e un contesto produttivo più composto e ordinato (produce in parte la CG Home Video). Come nel loro film d’esordio, ritroviamo Carlo Monni tra i protagonisti (una delle sue ultime partecipazioni prima della scomparsa un anno fa), e anche Giorgio Colangeli in una partecipazione straordinaria.

Per il resto, alcuni attori sono i ragazzi stessi del collettivo John Snellinberg, altri sono non professionisti, altri ancora attori e attrici di teatro vernacolare con una propria fama e riconoscibilità a livello locale. Il risultato resta ancora interessante, anche se irrimediabilmente impastato con esigenze e compromessi di natura diversa. I ragazzi egotisti e orgogliosamente indipendenti del collettivo sono usciti nel mondo reale, come sdoganati da una loro cocciuta “infanzia cinematografica”, e si sono trovati a muoversi nelle aride lande dell’attuale cinema italiano. Così il nuovo film, che pure mantiene un bello spirito tra comicità fredda e rallentata e un uso intelligente delle basse pratiche dialettali, appare anche più piegato alle logiche produttive imperanti nel nostro paese, rifugiandosi spesso in una messinscena anodina e impersonale, che pure tradisce un profondo spirito cinefilo nella composizione delle inquadrature (alcune gag si basano proprio su questo: basti pensare all’effetto comico generato dalla semplice collocazione dell’anziano che canta alla casa del popolo, in secondo piano sulla destra dell’inquadratura).

E se nell’opera prima tra amici, girata in video, era facile perdonare tutta l’ingenuità di un prodotto realizzato per divertimento, anzi proprio quel dilettantismo rendeva la visione fresca e piacevole, stavolta è più arduo passare sopra all’immaturità cinematografica di molte situazioni. Cambiato il contesto, cambiano anche le aspettative di chi guarda. Il dilettantismo divertito di un collettivo goliardico resta tale finché il contesto produttivo resta piccolo e intimo. Sogni di gloria cerca di agganciare invece il “modus operandi” della produzione nazionale, sposandone molte retoriche espressive, ma senza rinunciare alla naiveté del gruppo di ragazzi. Con effetti assai stridenti.

I John Snellinberg strutturano con una certa grazia un’opera divisa in due episodi, entrambi ambientati a Prato e dintorni, che vedono protagonisti due giovani, uno italiano e uno cinese. Tutti e due si chiamano Giulio (per il cinese si tratta ovviamente del nome d’adozione), e tutti e due si muovono in un contesto familiare e sociale che in qualche modo vorrebbe dar loro direttive precise e asfissianti sul destino delle loro vite. Da buoni cinefili, i ragazzi del collettivo hanno ideato il film riecheggiando la costruzione di La doppia vita di Veronica, o di L’uomo in più di Paolo Sorrentino. Omonimia, destini paralleli che già danno segnali di incrociarsi lungo il racconto, per poi chiudersi nel finale in un incontro fianco a fianco davanti a due tombe. I John Snellinberg hanno buon fiuto nel radicare in modo non banale una storia di giovani pratesi affrontando anche la “questione cinese”, mondo enorme e sconosciuto che popola da anni il tessuto sociale e lavorativo tra Prato e Firenze. Di cinema locale su questo tema ce n’è già stato, e sempre bruttarello, fondato su luoghi comuni e facile comicità. Stavolta si avverte una grazia e una delicatezza inedite, che vanno di pari passo a uno spirito corrosivo e dissacrante. Dei due episodi, è senz’altro preferibile il secondo, storia di sfide e di orgoglio al tavolo da gioco nell’ambiente delle case del popolo, in cui il cinese Giulio si trova testimone e partecipe dello scontro titanico a scopa, briscola e tressette tra Carlo Monni e Giorgio Colangeli. Il tentativo di elevare il localismo e le sue questioni iper-provinciali a microcosmo universale resta apprezzabile e condotto secondo forme comiche inedite per il nostro cinema. Qua e là sembra di vedere i fratelli Coen che fanno capolino (basti pensare al finale del primo episodio, in cui il funerale infinito è chiuso, dopo un lunghissimo silenzio, da una battuta esilarante di un torvo becchino metallaro), e la comicità dialettale, che spesso relega tali esempi di cinema a un consumo prettamente locale, è piegata stavolta a un uso nuovo ed eccentrico: la sequenza delle due anziane giocatrici di carte, che ne dicono di tutti i colori per distrarre gli avversari, è quasi da antologia. Sicuramente ci troviamo di fronte a qualcosa di inedito, dove l’originaria goliardia spontaneistica di un collettivo di amici s’incontra e si scontra con tentativi di racconti più adulti e strutturati (e produttivamente più ambiziosi), e dove il regionalismo cerca un difficile compromesso tra un’orgogliosa fedeltà a se stesso e l’aspirazione a orizzonti espressivi più ampi.

Ciò detto, al momento il compromesso appare tortuoso e poco riuscito. Il film sceglie spesso i tempi lunghi per andare incontro a forme di comicità poco percorse dal nostro cinema, ma in numerosi brani è difficile distinguere tra un tempo lungo scelto registicamente, e la goffaggine di una sequenza inutilmente allungata (soprattutto in certe ingenue sequenze in interni). Ribadiamo, si tratta di difetti che in un contesto di video underground semi-professionale sono ben accetti e anzi caldeggiati, ma che in una produzione più ricca come Sogni di gloria fanno più fatica ad amalgamarsi in un progetto più adulto e strutturato. Ma la stoffa e la cultura cinefila ci sono, senza dubbio, e la cinefilia autoriale è merce rara in Italia. Per cui forza John Snellinberg, avanti con il prossimo film!

INFO
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