The Captive

The Captive

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Complesso, stratificato, dalla sceneggiatura ricca di riferimenti allogeni e con una struttura modulare fatta di ritorni, duplicazioni, moltiplicazioni di situazioni e drammi personali. Presentato a Cannes 2014, The Captive è un thriller psicologico vecchio stile, come li si faceva negli anni ’90, con uno script elaborato ma anche qualche vistosa debolezza.

Un’altra me

Matthew (Ryan Reynolds) non si da pace da quando sua figlia Cass, è stata rapita. Otto anni dopo quel tragico giorno, una serie di inquietanti indizi lo portano a credere che la figlia, ormai diciassettenne, sia ancora viva. In una terrificante corsa contro il tempo, Matthew, i detective e anche la stessa Cass dovranno svolgere ognuno la loro parte per far sì che la verità venga alla luce… [sinossi]

Ci sono dei generi cinematografici un tempo in auge, che a distanza magari di qualche anno sembrano caduti nel dimenticatoio o forse, semplicemente, si sono trasferiti sul piccolo schermo in serie Tv sempre più agguerrite e di pregevole fattura. Tra questi è possibile annoverare senz’altro il thriller processuale, in gran parte il poliziesco e di certo il thriller psicologico. Appartiene a quest’ultima categoria The Captive di Atom Egoyan, presentato in concorso a Cannes 2014 e accolto dal pubblico della Croisette con una sostanziale freddezza, reazione che solitamente caratterizza i film di genere quando inseriti in prestigiose competizioni internazionali – queste pellicole vengono sovente additate come “non da festival” e ancor meno da competizione – ma in questo caso non del tutto ingiustificata.

Thriller psicologico d’autore come li si faceva negli anni ’90, The Captive è un film complesso, stratificato, dalla sceneggiatura ricca di riferimenti allogeni e con una struttura modulare fatta di ritorni, duplicazioni, moltiplicazioni di situazioni e drammi personali.
Al centro della vicenda c’è il rapimento, ad opera di un dandy crudele e fragile (il sempre perfido Kevin Durand), della figlia novenne di una coppia, incarnata da Ryan Reynolds e Michelle Enos. A otto anni di distanza dal terribile evento, i genitori si sono separati, il padre non sa darsi pace in quanto responsabile in quel momento dell’incolumità della piccola, mentre due poliziotti (Scott Speedman e Rosario Dawson) continuano a lavorare indefessamente al caso, anche a costo di mettere a repentaglio la propria vita.
Nell’intessere il suo fitto mistero dalla natura corale, Egoyan procede incastrando tre nuclei fondamentali dell’azione (genitori, detective e il rapitore con la ragazzina) e sfalzandone le temporalità; ma non è quest’ultimo elemento – forse non del tutto necessario – a fomentare l’intrigo, quanto l’abile gioco di scrittura (la sceneggiatura è firmata dal regista insieme a David Fraser) che The Captive man a mano lascia uscire allo scoperto.

Seppur affetto da qualche ingenuità (non tutto riesce a convincere nell’intrigo e la chiosa è piuttosto deludente), lo sviluppo narrativo del film si arricchisce continuamente, riproducendosi al suo stesso interno come in un gioco inarrestabile di cerchi concentrici. A riecheggiare tra le pieghe del racconto sono temi gravosi e complessi, come il concetto di appartenenza e il complesso di Stoccolma (interessante il fatto che la rapita sia in scena fin dall’inizio, cosa insolita per film che affrontano questo tipo di storie), i legami di sangue, l’idea dell’inganno, del doppio e dell’interpretazione di un ruolo.
Tutti sono costretti infatti in qualche modo a incarnare un ruolo “altro” in The Captive: la ragazzina rapita e il rapitore costruiscono una relazione padre-figlia, i poliziotti si devono spacciare per adescatori pedofili su internet e persino da vittime di rapimento a loro volta, mentre il padre della ragazza si trova suo malgrado ad essere il principale accusato del crimine e deve infine trasformarsi egli stesso in detective.
Tutto questo gioco di incastri e di raddoppiamenti viene ancorato da Egoyan ad una semplice ma ficcante dicotomia linguistica, quella tra “trucco” (trick) e “artificio” (gimmick) dove si intende, come ben spiega la bambina al padre in una delle prime sequenze del film, nel primo caso un inganno immateriale, psicologico, mentre nel secondo una falsificazione di stampo più materiale. E su questa distinzione nodale si gioca anche l’aspetto più teorico di The Captives, perché sono in fondo proprio questi gli ingredienti basici del cinema, capace di sedurre e ammaliare rapendoci dalla realtà con una serie di meccanismi di natura psicologica ma anche meccanica, sempre pronti, come in questo caso, ad essere rimessi in moto.

Senz’altro più riuscito delle ultime due pellicole dell’autore di origine armena, pensiamo al noir pseudo erotico Chloe – Tra seduzione e inganno e al fiacco (e attualmente nelle sale) thriller rurale Devil’s Knot – Fino a prova contraria, The Captive recupera evidentemente molte delle tematiche care ad Egoyan, dall’infanzia “rubata” (Il dolce domani) al rapimento con il suo correlato di seduzione e coercizione (Il viaggio di Felicia), all’utilizzo di strumentazioni di ripresa che penetrano nell’intimità dei personaggi (Exotica). Ma in tutta questa operazione di recupero di temi propri alla sua filmografia, Egoyan sembra perdere lo smalto e la sincerità, incastrandosi da solo in una rilettura di sé stesso che, sia essa trucco o artificio, non porta il suo cinema da nessuna parte.

Info
La scheda di The Captive sul sito del Festival di Cannes.
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