Bastardo

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Bastardo di Nejib Belkadhi vince come Miglior Lungometraggio Finestre sul Mondo alla 24esima edizione del Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina.

La giungla umana 

Mohsen vive in un quartiere degradato. Uomo senza origini e senza storia ha subito da sempre l’esclusione e il rifiuto da parte dei suoi vicini. Quando fa installare sul tetto di casa un antenna GSM, la sua vita cambia. Quest’operazione lo rende ricco e quindi invidiato da tutti, in particolare dal cattivo Larnouba, suo amico d’infanzia, ras del quartiere che non vede di buon occhio l’improvvisa popolarità di Mohsen. [sinossi]

Cosa significa tematizzare il “potere”?
Non è facile parlarne in un modo che possa colpire, adoperando anche alcune dinamiche drammaturgiche già conosciute, come il rapporto vittima-carnefice (e il suo capovolgimento), ma sappiamo bene che il confine tra le due parti è molto labile.
Nejib Belkadhi riesce a conquistare pubblico e giuria alla 24esima edizione del Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina grazie alla sua opera prima, Bastardo, in cui potere, odio e amore si fondono, ognuno con le proprie sfumature, in un mix duro e al contempo umano.
Protagonista del film è Mohsen (Abdel Moneem Chouayat), soprannominato “bastardo” perché trovato in fasce in un cassonetto; con un’ellissi temporale lo ritroviamo adulto nel suo quartiere, dove paga il prezzo della sua origine e la maggior parte degli abitanti lo chiama “bastardo” nell’accezione dispregiativa del termine, come se non conoscessero il suo vero nome. Sembrerà una banalità, ma al nome corrisponde una identità e l’humus (dis)umano tratteggiato da Belkadhi esprime con forza e lucidità come questa identità sia negata. A far la parte del leone sono Larnouba (Chedly Arfaoui), istigato alla violenza dalla madre, e il “gioco” forte-debole, pronto a ribaltarsi in un batter d’occhio.

Un punto nodale che la pellicola affronta sotto forma di metafora è l’avvento della modernizzazione coi suoi effetti positivi e pericolosi. In un ambiente povero, dove il trasporto è ancora rurale e i cui abitanti devono rendere conto al cattivo di turno per sopravvivere, l’installazione di un antenna GSM sulla casa di Mohsen ribalta la situazione dei ruoli e fa conoscere alla gente anche la possibilità di comunicare oltre il perimetro della loro terra. Questo atto fa vedere l’uomo sotto una nuova ottica, tutti iniziano quasi a idolatrarlo vedendolo come il loro benefattore e trasferiscono automaticamente l’idea di “capo” da Larnouba a Mohsen.

«Il gregge ha bisogno del suo popolo». Quando una logica è consolidata, è difficile sradicarla e anche il più buono di cuore, forse, può essere accarezzato dal fascino del potere.
Con uno stile asciutto e una fotografia degna di nota, il regista tunisino mette in quadro l’imbruttimento della società e dell’uomo – tra le scene significative ricordiamo il flashback legato all’“allevamento” di Larnouba: «dopo la carne, mastica le ossa» – gli ordina sua madre. L’interpretazione dell’attore è proprio tesa a mostrare anche fisicamente gli atteggiamenti animaleschi che un uomo può sviluppare, eppure, nonostante si cresca con certi diktat, Bastardo ci fa vedere che possono esserci degli spiragli.

Non poteva mancare un riferimento alla cultura popolare, affidato in particolare al personaggio di Bent Essengra (Lobna Noomene), la donna che sin da bambina convive con le formiche che le camminano sul corpo e sul volto, una donna che sa donare amore senza riceverlo.
Mohsen è, invece, attratto dall’idea di bellezza, incarnata da una donna per lui irraggiungibile (se non sui cartelloni pubblicitari) e che lo ha ingannato.

Fotogramma dopo fotogramma Bastardo si rivela un film sofisticato, capace di bilanciare con sequenze divertenti e grottesche, la messa in scena della degenerazione individuale e collettiva dovuta al denaro e al potere, in un mondo dove a predominare sono la morte e la violenza.

INFO
La scheda di Bastardo sul sito del FCAAL.
La pagina facebook di Bastardo.
Il trailer originale di Bastardo.
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