Refugiado

Refugiado

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Alla Quinzaine l’argentino Diego Lerman racconta – con tutti i crismi della narrazione nazional-popolare – la storia di una donna e di suo figlio, costretti alla fuga per colpa di un uomo violento.

Me ne andrò di terra in terra…

Matias e sua madre Laura si vedono obbligati ad abbandonare la casa in cui vivono a causa delle violenze del pater familias. Matias ha otto anni e Laura invece è di nuovo incinta. Madre e figlio cominciano a deambulare in cerca di un rifugio. [sinossi]

In questa sessantasettesima edizione del Festival di Cannes in cui forse solamente dai grandi autori, Godard in primis, sono arrivati dei tentativi di ridefinizione della macchina cinematografica, è stato inevitabile assistere ad una – persino nutrita – schiera di titoli ancorati a forme narrative tradizionali, in difesa di uno status quo quasi da sottobosco. Tra questi ultimi, andrà inserito necessariamente anche Refugiado dell’argentino Diego Lerman il quale, pur dotato di una buona consapevolezza tecnico-registica, ha portato alla Quinzaine un racconto di formazione che più classico non si può: Refugiado infatti racconta la storia di un bambino che si trova costretto a vagare insieme alla madre di casa in casa, di albergo in albergo, con l’obiettivo di fuggire da un padre violento e irrazionale.

Refugiado inizia in modo spiazzante e convincente: il piccolo Matias è in un parco giochi insieme ad altri bambini e la sua solitudine viene argutamente messa in scena già lì, grazie ad alcuni accorgimenti tecnici (le urla dei bambini sono ad esempio enfatizzate ad hoc cercando di restituire l’ossessiva e animalesca ansia di divertimento; a queste vengono messe in contrapposizione alcune inquadrature sospese, quasi in slow motion, capaci di dare una precisa sensazione di horror vacui). Ben presto però tutto rientra nella norma e dunque il disagio esistenziale e quasi ontologico viene immediatamente ricondotto a delle cause concrete: il padre di Matias ha picchiato la madre e quindi bisogna fuggire da lui. I due ripareranno prima in una sorta di casa-rigufio per donne sole (in cui Matias farà amicizia con una sua coetanea condividendo con lei alcuni momenti di svago), poi in un albergo, quindi in un altro ancora, fino ad assurgere alla condizione di “rifugiati”.

Diego Lerman non sbaglia soprattutto nella descrizione dei due personaggi principali, la madre e il figlio per l’appunto, giocando in maniera oculata sul ritornante masochismo di entrambi (prima l’uno, poi l’altra sembrano sempre sul punto di cedere di fronte alle insistenze del pater familias che, tramite telefono, cerca di riavvicinarli a sé). Lerman perde però il filo inanellando situazioni che poco aggiungono all’assunto di partenza, tanto da finire come in un cul de sac (e in questo senso il finale pseudo-panteistico sembra completamente fuori tono); e, soprattutto, il regista argentino sembra più interessato a ricattare emotivamente lo spettatore che a coinvolgerlo nella situazione di disagio dei due protagonisti. La sequenza in cui madre e figlio, all’insaputa del padre, tornano momentaneamente a casa per recuperare soldi ed effetti personali appare in tal senso paradigmatica, visto che Lerman costruisce la scena su una suspence a tratti quasi insostenibile (improvvisamente si viene a scoprire che l’uomo sta risalendo nell’appartamento). Si tratta di un momento senz’altro riuscito, ma che deve la sua efficacia a delle tonalità thriller completamente aliene al resto della vicenda.

Perciò non è decisamente per titoli come Refugiado che verrà ricordata questa edizione della Quinzaine, quanto piuttosto per titoli come National Gallery di Frederick Wiseman o per l’interessante Mange tes morts di Jean-Charles Hue o, ancora e soprattutto, per Kaguya-hime no monogatari di Isao Takahata.

Info:
La pagina di Refugiado sul sito della Quinzaine des réalizateurs
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