Whiplash

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Whiplash, l’opera seconda di Damien Chazelle, dai successi a gennaio al Sundance alla Quinzaine a Cannes, fino al Torino Film Festival 2014, è il viaggio di maturazione (forse) di un batterista diciannovenne che si scontra/incontra con l’istruzione selvaggia del conservatorio di Manhattan. Un’opera livida, a tratti imperfetta ma colma di furore. Dopo l’ottimo esordio Guy and Madeline on a Park Bench e prima dell’arraffa-Oscar La La Land.

Batteria non inclusa

Andrew, diciannove anni, sogna di diventare uno dei migliori batteristi di jazz della sua generazione. Ma la concorrenza è selvaggia al conservatorio di Manhattan dove si esercita con accanimento. Il ragazzo ha come obiettivo anche quello di entrare in una delle orchestre del conservatorio, diretta dall’inflessibile e feroce professore Terence Fletcher. Quando infine riesce nel suo intento, Andrew si lancia, sotto la sua guida, alla ricerca dell’eccellenza… [sinossi]

Anche quest’anno si è rinnovata la tradizione del Festival di Cannes, secondo la quale una parte della truppa statunitense presente sulla Croisette viene selezionata pescando i titoli più interessanti del Sundance Film Festival. Quest’anno il viaggio diretto dallo Utah alla Costa Azzurra è toccato a Cold in July di Jim Mickle e soprattutto a Whiplash, opera seconda di quel Damien Chazelle che cinque anni fa fece parlare di sé in lungo e in largo per l’eccellente esordio Guy and Madeline on a Park Bench, presentato al Tribeca e giunto in Italia al Torino Film Festival.
Guy and Madeline on a Park Bench era un’opera che viveva palesemente di riflessi cassavetesiani, tra ossessioni jazz e be-bop e un bianco e nero stordente: un film indie che, per una volta, esulava dallo schematismo in cui l’off-Hollywood (o presunto tale) statunitense ama crogiolarsi. Sono passati cinque anni, e con Whiplash appare evidente fin dalle primissime sequenze che Chazelle non abbia alcuna intenzione di perseverare sulla medesima strada.
Un ragazzo è chiuso in una stanza, davanti a una batteria: ci si accanisce sopra con tutta la disperazione di qualcuno che non ha null’altro al mondo. Pensa di essere solo, ma un uomo lo sta ascoltando: è uno dei professori del conservatorio in cui si svolge la vicenda, e chiede al ragazzo di eseguire un movimento tipico della batteria jazz, seguendo un tempo ben determinato. Andrew, il diciannovenne in questione, ci prova. Fallisce. Il professore insiste, e Andrew prova una seconda volta. Fallendo.

È tutto qui, in questa prima sequenza, il senso di Whiplash, romanzo di formazione pervaso da un pessimismo inusuale per un film di questo tipo: rifuggendo lo schema del professore buono/alunno indisciplinato ma talentuoso (o timido ma altrettanto traboccante talento), Chazelle mette in scena due antieroi imperfetti e con i quali risulta davvero molto difficile empatizzare. Andrew è un ragazzo supponente, privo della benché minima umiltà, pronto a tagliare dalla sua vita la ragazza con cui esce solo per poter primeggiare alla batteria; dall’altra parte dell’ideale ring si trova Terence Fletcher, duro fino al sadismo, intransigente, quasi fascista nella gestione di una creatura, l’orchestra, che considera una sua personale emanazione.
All’interno di un percorso narrativo che si standardizza con il passare dei minuti, risolvendo anche con poca lucidità alcuni degli snodi fondamentali (su tutti valga l’esempio della delazione proposta ad Andrew contro il suo professore), è comunque molto apprezzabile la scelta di Chazelle di dirigere Whiplash in territori non traboccanti di retorica. E il crescendo finale, dimostrazione incontrovertibile della maturità registica acquisita dal regista statunitense, vale da solo la visione del film, elogio all’improvvisazione e al jazz che non ha molti eguali nel cinema contemporaneo.

Info
Whiplash sul sito della Quinzaine.
Il trailer italiano di Whiplash.
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2 Commenti

  1. Spat 18/01/2015
    Rispondi

    “elogio all’improvvisazione”??? Mi dispiace dirtelo,ma non hai capito nulla del film (o io della tua chiosa finale…)

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