Mange tes morts

Mange tes morts

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Preziosa testimonianza del mondo della gens du voyage – il modo in cui vengono chiamati i nomadi in Francia – Mange tes morts di Jean-Charles Hue racconta la vicenda di una famiglia il cui fratello maggiore è l’unico ad essere consapevole della ontologica a-legalità della sua comunità. Alla Quinzaine di Cannes e al TFF 2014.

I fought the law. And the law won…

Jason Dorkel, 18 anni, appartiene alla comunità della gens du voyage. Il ragazzo si appresta a celebrare il suo battesimo cristiano quando il fratellastro più grande torna a casa dopo diversi anni di prigione. Questi trascina Jason in una serie di scorribande notturne nel mondo esterno. [sinossi]

Basterebbe un film come Mange tes morts per capire quanto il cinema francese sia incomparabilmente più attento del nostro a trattare i temi legati alle minoranze etniche e linguistiche. Ma un film così ci aiuta a capire anche quanto la Francia, al di là della sua cinematografia, mostri un’attenzione civile e sociale a queste minoranze in una forma che a noi risulta impensabile.
Il terzo lungometraggio di finzione di Jean-Charles Hue, Mange tes morts per l’appunto, racconta infatti – con profondo spirito di partecipazione – la vicenda di due fratelli che appartengono alla comunità della gens du voyage (il modo in cui vengono definiti i nomadi in Francia). Una definizione, quella della gens du voyage, a norma di legge dal 1969, che è molto più rispettosa di quanto non avvenga da noi e che consente alla comunità nomade e gitana di aver diritto a un grado minimo di riconoscimenti (quale ad esempio quello di poter sostare in spazi riservati a loro in ogni città e paese francese). Non è abbastanza, però, ci dice Jean-Charles Hue e in tal senso Mange tes morts vale anche come denuncia di una condizione che resta normativamente ai margini della legalità.

Giocando con i codici del cinema di genere e con quelli del romanzo di formazione, Mange tes morts racconta la vicenda di un ragazzo che vede tornare, dopo quindici anni di prigione, il suo fratellastro – verso cui prova da sempre una adorazione sconfinata – e che si lascerà trascinare da questi in una serie di iniziative al di là della legge, fino ad assurgere a tragiche conseguenze.
Girato con uno stile secco e montato in modo ellittico e nervoso (quasi a modello di certe esperienze della New Hollywood), Mange tes morts riesce a immergere senza difficoltà lo spettatore in questo mondo altro, fatto di violenza e di riti primitivi, ma anche di legami profondi e di tradizioni consolidate al cui centro c’è la condizione dell’uomo perduto, quel Fred (il fratellastro del protagonista) consapevole del fatto che lui e la sua comunità non hanno futuro, destinati come sono a vivere in una sorta di non-luogo e ad accettare una condizione di vita quasi costituzionalmente e ontologicamente a-legale. La stessa strutturazione dello spazio cinematografico del resto – una radura in cui convivono due comunità rivali di gens du voyage visto che l’una è di religione cattolica mentre l’altra è evangelica – contribuisce a dare un’atmosfera da post-western in cui la vita quotidiana si regge su labili e sottili equilibri.

La sensazione palese è che Jean-Charles Hue sia riuscito a descrivere un mondo come nessuno meglio di lui in passato (e in questo hanno dato un notevole contributo gli interpreti non professionisti che recitano con i loro stessi nomi) e che dunque abbia fatto tesoro di una attenzione alle varie comunità gitane che data ormai diversi anni (diciotto addirittura, da quando cioé ha conosciuto la famiglia che è protagonista di questo suo film) e che è passata anche per diverse esperienze documentaristiche prima di Mange tes morts. Quel che però in parte risulta meno riuscito è proprio l’accesso al romanzesco, in particolare in una seconda parte in cui si vira verso toni più neri senza però percorrerli fino in fondo (ad esempio non convince appieno il lungo monologo di Fred davanti ai poliziotti con le pistole spianate), in una indecisione che alla fine finisce per smorzare la forza visionaria del film.
Ciò detto ben vengano titoli di questo genere, titoli capaci di farci immedesimare in un mondo come quello dei Rom (definizione assolutamente sbagliata), che, pur vicino a noi, continua ad apparirci estremamente distante, proprio perché in Italia purtroppo non esiste una figura come Jean-Charles Hue.

Info
La pagina di Mange tes morts sul sito della Quinzaine des réalizateurs
La pagina di Mange tes morts sul sito della casa di produzione Capricci
Il trailer di Mange tes morts su Youtube
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