White God – Sinfonia per Hagen

White God – Sinfonia per Hagen

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Tra racconto per bambini e horror, film a tesi e sprazzi visionari, clamorosamente sconnesso dal punto di vista narrativo, White God dell’ungherese Kornél Mundruczó è una urticante accozzaglia di elementi tendenti pesantemente al ricattatorio. Vincitore – discutibile – del premio di Un certain regard a Cannes 2014.

Vita da cani

Privilegiando i cani di razza, una nuova legge impone una tassa sui “bastardi”. Gli animali che incorrono in questa condanna sono presto banditi e abbandonati. La tredicenne Lili si batte per proteggere il suo Hagen con l’ostilità del padre che alla fine l’ha vinta e lo abbandona in mezzo a una strada. Lili continuerà a cercare vanamente il suo cane, finché si troverà a perdere la speranza di ritrovarlo. Hagen, nel frattempo, si batte per sopravvivere. [sinossi]

Decisamente le giurie agiscono a volte secondo criteri imperscrutabili. Lo dimostra il premio principale della sezione Un certain regard andato quest’anno a White God dell’ungherese Kornél Mundruczó, film che avevamo subito bollato come uno dei peggiori della selezione. Invece la giuria presieduta dall’argentino Pablo Trapero ha preferito questo titolo ad altri molto più innovativi e coraggiosi (come ad esempio Jauja di Lisandro Alonso). E in una sezione come Un certain regard, deputata a privilegiare quelle opere che siano in grado di scombinare la norma cinematografica, White God appare, non solo immeritato vincitore, ma anche clamorosamente fuori posto…

White God non rientra nei canoni suddetti perché è tanto scombinato da risultare assurdo, sconnesso, involontariamente ridicolo e anche forzatamente violento, di una violenza che dà fastidio e risulta urticante. Il quarto lungometraggio di Kornél Mundruczó (il cui nome è legato a doppio filo con quello del Festival di Cannes, visto che qui alla Croisette ha presentato praticamente tutti i suoi film) racconta la storia di un cane, Hagen, del modo in cui viene abbandonato, delle varie disavventure che attraversa e poi della sua rivalsa nei confronti dell’uomo.
Film a tesi quant’altri mai, White God forza il suo mondo filmico in direzioni scomposte e manichee: praticamente tutta l’umanità incontrata da Hagen, ad eccezione della sua ex padroncina (la tredicenne Lili), lo odia, lo maltratta, lo abbandona, lo ferisce, lo istiga alla violenza. Tra i vari ostacoli alla sopravvivenza che Hagen incontra, si trova infatti anche ad essere prigioniero di un uomo crudelissimo che partecipa a degli incontri canini clandestini e dunque lo prepara ad essere più violento e feroce. In tal senso, Mundruczó indugia così tanto su questi momenti da risultare insostenibile e – verrebbe da dire – osceno nel ritrarre la sofferenza di un animale. Ma non siamo costretti ad assistere solamente alla violenza fisica; anche quella morale ha la sua parte: basti pensare a quanto Mundruczó insista con lunghissimi primi piani a inquadrare il povero Hagen abbandonato in mezzo a una strada (e quanto ci tenga a mostrarci la scena in continuità, senza alcuno stacco di montaggio) per capire che probabilmente in White God è mancato anche il rispetto nei confronti del suo protagonista.

Questo il fastidio morale nei confronti di White God, che si accoppia purtroppo con il fastidio che il film suscita anche cinematograficamente parlando. Diseguale dal punto di vista narrativo (per tutta la parte centrale i personaggi del padre e della figlia vengono dimenticati), persino schizofrenico nei toni registici – in cui si passa dall’ideale film educativo per bambini a momenti horror che fanno pensare a Gli uccelli di Alfred Hitchcock -, White God appare un’indefinibile e un’irrefrenabile accozzaglia di elementi sparsi qua e là, sempre alla ricerca della trovata ad effetto. Sembra in tal senso paradigmatico il visionario incipit – l’unico momento riuscito – in cui la ragazzina protagonista attraversa la città deserta e poi si trova ad essere inseguita da una muta di cani feroci. Si tratta di una sequenza che, proprio perché non spiegata, risulta spiazzante ed affascinante. Tutto l’obiettivo di Mundruczó sarà però poi teso a illustrare i motivi per cui si è arrivati fino a quel punto (i cani, maltrattati dall’uomo, hanno deciso di vendicarsi), fino addirittura a ri-mostrarci per intero la scena nella parte finale del film.

Viene in mente un capolavoro come War Horse di Steven Spielberg. Lì il regista americano prendeva il dramma di un cavallo (usando tra l’altro la computer graphic nelle scene più complesse e dolorose) nel corso di una guerra terribile per parlarci del non-senso della vita in tempi siffatti, della solidarietà che nasceva spontanea tra alcuni esseri umani – i vinti, gli sconfitti – anche grazie all’ “umanità” dell’animale protagonista.
Ma viene in mente anche Einstein and Einstein di Cao Baoping – visto recentemente al Far East – che raccontava l’orribile esistenza di un cane in una società come quella cinese che annovera questo animale tra i piatti più prelibati di certa sua tradizione culinaria. Cao però non giocava mai con “le parti basse” spettatoriali, non cercava mai di essere ricattatorio, come al contrario fa Kornél Mundruczó.

Come fiaba educativa per bambini White God non va bene perché si lancia in alcune spropositate esplosioni di violenza (e dunque è lontano anni luce da un film come War Horse); quale film hitchcockiano o horror carpenteriano fallisce perché relega i momenti di lugubre ironia solo ad una piccola parte della narrazione; come film che dovrebbe raccontare l’ingiustizia della società ungherese contemporanea (un tema di cui ha parlato il regista a proposito di questo suo lavoro) White God risulta parimenti fuori luogo e fuori contesto perché è troppo concentrato nel piacere di far soffrire lo spettatore. Insomma, tutto ci si sarebbe aspettati tranne che la vittoria di un premio così importante per questo che, tra le varie cose, ci è parso anche il peggior film di Kornél Mundruczó…

Info
White God sul sito del Festival di Cannes
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