Festival di Cannes 2014 – Bilancio

Festival di Cannes 2014 – Bilancio

Si è conclusa con l’assegnazione dei premi e con un paio di giorni di repliche il Festival di Cannes 2014. La sessantasettesima edizione, l’ultima di Gilles Jacob. Proviamo a tracciare un breve bilancio di queste due settimane sulla Croisette…

Partiamo dalla fine. Dai premi del Festival di Cannes 2014. Dalle scelte di una giuria di sicuro spessore e di spiccata personalità. La presidentessa Jane Campion, quindi Sofia Coppola, Nicolas Winding Refn, Ja Zhang-ke, Willem Dafoe e via discorrendo. Una giuria che si è divisa su molte scelte e, come spesso accade, sembra aver imboccato la strada del compromesso per il riconoscimento più importante. La Palma d’oro è andata infatti a Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan, autore già ampiamente premiato [1] e pellicola elegante, stratificata, ambiziosa e forse un po’ pretenziosa. Palma d’oro sfuggita a Jean-Luc Godard (Adieu au langage) e a Xavier Dolan (Mommy), il grande vecchio e la giovanissima speranza del cinema autoriale, premiati ex aequo in una sorta di non-scelta. Era successo, ad esempio, a Venezia 2007: Gran premio della giuria ex aequo tra Cous Cous di Abdellatif Kechiche e Io non sono qui di Todd Haynes e Leone d’oro ad Ang Lee per Lussuria – Seduzione e tradimento.
Per l’Italia un segnale incoraggiante: il Grand Prix a Le meraviglie di Alice Rohrwacher conferma il talento di un nome nuovo nel panorama italiano, una autrice spendibile anche all’estero. Avanti così.

Ancora premi. No, non il fiacco palmarès di Un Certain Regard – la sensazione è che a restare nell’immaginario festivaliero sarà Jauja di Lisandro Alonso e non White God di Kornél Mundruzco o Party Girl di Claire Burger, Samuel Theis e Marie Amachoukeli [2]. Il premio che ci interessa maggiormente è quello della Semaine de la Critique, The Tribe di Myroslav Slaboshpytskiy, opera prima che ragiona sul linguaggio cinematografico, sulla lingua dei segni, sulla condizione dei sordi in Ucraina, sul valore dell’immagine, della parola, del suono. Una rivelazione. Speriamo di (ri)vederlo nel Bel Paese.

La macchina Cannes, abnorme giocattolo che può contare su una visibilità globale e su un Palazzo del Cinema che ha i contorni dell’irresistibile centro gravitazionale, ha mostrato in questa ultima edizione di Gilles Jacob, padre/padrone sostituito da Pierre Lescure, qualche segnale di cedimento, di incertezza. L’ingranaggio organizzativo, nonostante il calo visibile degli accreditati, si è inceppato in partenza sul calendario delle proiezioni. Non ha infatti convinto la disposizione dei titoli in concorso, tra sovrapposizioni indigeste e giornate un po’ fiacche. Così, tanto per fare i pignoli.
Ancor più della gestione del calendario, ci hanno lasciato un retrogusto un po’ amaro alcune scelte, in primis il dirottamento alla Quinzaine des Réalisateurs di National Gallery di Frederick Wiseman, di Queen and Country di John Boorman e del meraviglioso The Tale of Princess Kaguya di Isao Takahata. Complimenti ovviamente alla Quinzaine, ma sommando altre collocazioni e l’eccessiva normalizzazione della sezione Un Certain Regard, appare chiara la necessità di un cambio di rotta, di un maggiore coraggio, di una volontà di ricerca che Cannes potrebbe permettersi senza alcun rischio. Ed è proprio questa tendenza conservativa ribadita dal Festival di Cannes 2014, questa ricerca affannosa di glamour (come giustificare altrimenti la presenza in concorso di The Search di Michel Hazanavicius?), l’unica vera pecca di un festival così ricco e potente da non avere al momento eguali.

Note
1. Miglior regia per Le tre scimmie (2008) e Grand Prix per Uzak (2003) e C’era una volta in Anatolia (2011).
2. Al trio di esordienti anche una spiazzante Caméra d’or.
Info
Il sito del Festival di Cannes 2014.
Il sito della Quinzaine des Réalisateurs.
Il sito della Semaine de la Critique.
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