L’homme qu’on aimait trop

L’homme qu’on aimait trop

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Con L’homme qu’on aimait trop André Téchiné rilegge un celebre fatto di cronaca nera trasformandolo in un mistery intrigante, il cui sapido intreccio si scioglie però come neve al sole quando deve fare i conti con “la storia vera” da cui è tratto. Fuori concorso a Cannes 2014.

Il castello di carte

Nizza, 1976, il seguito al fallimento del suo matrimonio, Agnès Le Roux fa ritorno dall’Africa e si ricongiunge con la madre Renée, proprietaria del Casino Le Palais de la Méditerranée. La ragazza si innamora ben presto di Maurice Agnelet, avvocato e fidato consigliere di Renée, ma anche noto playboy arrivista e senza scrupoli. [sinossi]

Un mistero irrisolto, un fascinoso “homme fatal”, un famigerato caso di cronaca nera risalente alla fine degli anni ’70 e ambientato nell’universo dei casinò nizzardi. Il tutto ambientato sotto il sole abbacinante della Costa Azzurra. Non c’era dunque location più adatta del Festival di Cannes per presentare, seppur fuori concorso, L’homme qu’on aimait trop, nuova pellicola firmata da André Téchiné e dedicata all’affaire Agnès Le Roux.

Al centro della vicenda, perfetta per un rotocalco estivo così come per un gustoso noir dagli inediti toni solari, troviamo la gran dame del cinema francese Catherine Deneuve, nei panni di Renée Le Roux, altera proprietaria del Casino Le Palais de la Méditerranée, da lei gestito anche grazie ai prodighi consigli dello scaltro avvocato Maurice Agnelet (Guillaume Canet). Quando la giovane figlia di lei, Agnés (Adele Haenel), fa ritorno a casa dopo una lunga permanenza in Africa e un breve matrimonio fallito, la situazione si fa esplosiva, dal momento che la ragazza intreccia una relazione con l’avvocato, dando vita ad un perverso ménage a trois che minaccia di distruggere ogni cosa. Agnés punta in realtà semplicemente ad ottenere la sua parte di eredità paterna per potersi sistemare, ma Agnelet, che è animato da un arrivismo privo di scrupoli, pensa bene di mettere madre e figlia l’una contro l’altra, utilizzando le sue doti scoperte da playboy di riviera e quelle, un po’ meno evidenti, di abile doppiogiochista. Il perfido legale non esiterà dunque a stringere affari con la mafia calabrese, pur di sottrarre alle due eredi della dinastia Le Roux ogni loro avere. La missione andrà a buon fine, ma la povera Agnés scomparirà senza lasciare traccia e proprio Agnelet sarà il principale indiziato di un crimine senza prove né cadavere.

Certo non era facile mettere in scena un thriller senza finale, ma bisogna ammettere che la tessitura approntata da Téchiné per L’homme qu’on aimait trop riesce a tenere a lungo con il fiato sospeso. Il merito è da ascrivere all’usuale cura con cui il regista di I testimoni e L’età acerba si dedica a strutturare i propri personaggi, vettori impazziti e dolenti di una tragedia ineluttabile. Una Deneuve davvero in forma smagliante, galvanizza la scena con la sua austera presenza, concedendosi anche un divertito exploit canterino, quando intona a squarciagola in un perfetto idioma nostrano “Pregherò”, mentre è accompagnata al volante dall’italico autista Mario. Ma la vera sorpresa è l’Agnés incarnata da Adele Haenel, giovane astro nascente del cinema francese e vista a Cannes anche con Les combattants, film vincitore della Quinzaine des Réalisateurs. Volto espressivo e fisicità esplosiva, l’attrice lascia il segno quando inscena una forma inattesa di seduzione tribale, esibendosi in una danza africana per il gelido avvocato (un Canet visibilmente a disagio). Non a caso il film subisce una brusca battuta d’arresto quando la Haenel esce di scena e con lei tutte le tensioni erotiche e i giochi di potere che per oltre un’ora e mezza di film si erano liberamente sguinzagliati sotto i nostri occhi.

In seguito ad una brusca ellissi temporale veniamo infatti a scoprire che Agnés è scomparsa, la madre è convinta che l’avvocato l’abbia uccisa (o fatta uccidere dalla mafia calabrese), ma il suo corpo non è mai stato ritrovato. Téchiné decide allora di sbilanciare la struttura del suo racconto per andare a chiosare su un epilogo di stampo processuale, facendo però così vacillare l’intero costrutto fino nelle fondamenta, al punto che viene da chiedersi, dato che si tratta appunto di un caso irrisolto, se non fosse stato meglio ambientare o far partire l’intero thriller proprio dalla fase “legal”. Ogni virtuosismo attoriale dunque, così come la prodiga inventiva di Téchiné, finiscono per arrestarsi e lasciare il dovuto spazio alla “storia vera” e alla sua mesta incompiutezza.

Info
L’homme qu’on aimait trop sul sito del Festival di Cannes.
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