Margelle

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Dopo esser stato selezionato a diversi festival internazionali, il corto Margelle di Omar Mouldouira ha conquistato e commosso anche il pubblico della 24esima edizione del FCAAAL.

Tra fiaba e realtà

A Boujaâd, villaggio marocchino in cui nascono vari miti e leggende, Karim, un bimbo di sette anni, deve affrontare il suo mondo di paure immaginarie e reali. Come in una fiaba dovrà superare varie prove di coraggio, non ultima la discesa nelle profondità di un pozzo, al confine tra la vita e la morte, per poter riemergere ed affacciarsi all’età adulta. [sinossi]

Ci sono corti che vale la pena raccontare e Margelle di Omar Mouldouira è uno di questi, un’opera capace di trasmettere una poliedricità di suggestioni e messaggi in 29 minuti senza che lo spettatore avverta un senso di incompiuto.
Un prologo animato realizzato con la sabbia ci fa subito immergere nelle atmosfere del Marocco; con i toni e gli stilemi della fiaba, infatti, entriamo in contatto con le leggende di quei luoghi quasi fossimo dei bambini che stanno immaginando la storia mentre il genitore di turno la narra. Basta però un fotogramma e siamo subito catapultati nella realtà del villaggio di Boujaâd, filtrata attraverso gli occhi di Karim, un bambino di sette anni che deve fare i conti con le fasi di crescita, con le paure e le proiezioni sulle persone che gli gravitano attorno.
Tutti abbiamo paura dei “mostri” (raccontati, immaginati o metaforici), soprattutto da bambini, il regista francese di origine marocchina lo sa bene e sceglie di mettere in scena il mondo di un bambino e il difficile passaggio tra infanzia e pre-adolescenza affidandosi alla suggestione delle immagini, dei colori e dei suoni.

Margelle si fa forte della cultura popolare e dei legami con la tradizione per rappresentare il mondo di un bambino e, al contempo, la realtà che lo circonda vista con i suoi occhi, restituendo anche la diversità dei ruoli genitoriali. A tutti i bambini maschi in Maghreb viene posta dal padre la domanda: «Vai con la mamma o vieni con me?» ed è un momento tragico per loro, una “scelta” che segna la divisione tra maschi e femmine. La delicatezza nella scrittura e nella messa in quadro ci fa entrare in empatia con Karim, qualsiasi età si abbia, e la formazione di Mouldouira come ingegnere del suono emerge nelle scelte sonore tese a suggellare gli stati d’animo o a significare ulteriormente una scena.

Ad affascinare è anche la figura di Aicha Kandicha, una donna bellissima (capelli di seta nerissimi, occhi nocciola, viso di porcellana) che spaventa il piccolo animando il suo immaginario – mentre l’unica donna che lo rassicura è sua madre. Solitamente le donne belle sono associate a fate o principesse, in questa leggenda marocchina Aicha Kandicha sfata questo mito ed è uno di quei tasselli, insieme al pozzo nero di cui non si vede il fondo, che fa crescere.
Margelle, partendo dall’humus locale, rappresenta un momento di passaggio che accomuna ognuno di noi e ci commuove per la semplicità di sguardo di Karim, chiamato ad affrontare ciò che accade nella vita, tra amore e perdite.

Info:
La pagina dedicata a Margelle sul sito del Festival Cinema Africano d’Asia e America Latina
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  1. Trackback: La mia recensione di “MARGELLE” al FCAAAL | marylucytang

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