La città incantata

La città incantata

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Torna al cinema una delle opere più celebri di Hayao Miyazaki, La città incantata, già vincitrice dell’Orso d’Oro alla Berlinale e dell’Oscar per il miglior film di animazione.

Maiali e uomini

Un’arcana avventura attende la piccola Chihiro, che in viaggio con i genitori per trasferirsi in una nuova città finisce suo malgrado in un mondo popolato da bizzarre divinità tradizionali del Giappone. Cosa potrà mai fare la piccola Chihiro ritrovandosi d’improvviso tutta sola, con i suoi genitori trasformati in maiali, obbligata a lavorare duramente per proteggere la sua stessa esistenza? Chihiro dovrà dimostrasi capace di guadagnarsi una via per il ritorno a casa con le sue sole forze, mentre affrontando le dure prove che le si propongono dovrà tenere stretto il ricordo della propria identità. [sinossi]

Un anno a dir poco indimenticabile per gli amanti italiani dell’animazione e in particolar modo per i fedeli seguaci dello Studio Ghibli: alla presentazione dei nuovi gioielli purissimi firmati da Hayao Miyazaki e Isao Takahata (Si alza il vento, che troverà una pur troppo esigua distribuzione a settembre, e Kaguya-hime no monogatari, che ha illuminato le notti sulla Croisette) si sono infatti aggiunte le riedizioni in sala, in versione digitale, di Principessa Mononoke e La città incantata, due delle più celebri creazioni di Miyazaki. Una storia, quella dello Studio Ghibli, che prosegue nonostante la probabile defezione alla regia dei suoi padri fondatori: il 19 luglio la Toho distribuirà su suolo giapponese When Marnie Was There (Omoide no Marnie) di Hiromasa Yonebayashi, primo lungometraggio dello Studio a non essere supervisionato né da Miyazaki né da Takahata e primo film Ghibli ad assegnare il tema portante della colonna sonora a una cantante di lingua inglese, Priscilla Ahn. Il vento si alza, sarà fondamentale comprendere in quale direzione deciderà di muoversi.

Il rapporto tra l’arte di Miyazaki e Takahata e l’occidente (in particolar modo Hollywood) è sempre stato piuttosto ambiguo: costretti a riconoscere la strabordante potenza del cinema dei due maestri della terra di Yamato – più Miyazaki, a essere onesti, visto che Takahata è ancora oggi assai meno noto, anche di fronte alle platee cinefile – i votanti dell’Academy Award si sono limitati ad assegnare l’Oscar come miglior film d’animazione a Miyazaki nel 2003, quando venne premiato La città incantata, già vincitore l’anno precedente dell’Orso d’Oro alla Berlinale insieme a Bloody Sunday di Paul Greengrass. Questi due riconoscimenti, entrambi indiscutibilmente meritati (anzi, è l’ex-aequo a gridare vendetta), hanno fatto in modo che La città incantata assurgesse d’improvviso nell’immaginario collettivo al ruolo di “capolavoro” dell’intera carriera di Miyazaki. Nella stragrande maggioranza dei casi la critica che si ritrova a scrivere del “dio degli anime” elegge come credibile spartiacque all’interno della sua filmografia proprio La città incantata, fallendo e indovinando allo stesso tempo il senso che un’opera così stratificata ha assunto, forse anche suo malgrado.
La città incantata segna in effetti un punto di svolta nel percorso compiuto da Miyazaki, producendo una rivoluzione resa invisibile dalla immaginifica potenza del suo universo creativo, eppure percepibile, concreta, evidente. Con Principessa Mononoke, folgorante capolavoro che affronta tutti i temi cari all’autore – da questo punto di vista paragonabile come enciclopedia della filosofia miyazakiana solo a Nausicaä della Valle del vento –  il cinema di Miyazaki raggiunge i vertici della propria ricerca espressiva. La città incantata si muove dunque in un’altra direzione, a partire dall’epoca in cui è ambientato il film: trasgredendo a una regola non scritta del suo cinema, Miyazaki svolge la storia di Chihiro (o Sen, come si vedrà in seguito) nella contemporaneità, una scelta che riallaccia La città incantata ai soli Kiki consegne a domicilio e Ponyo sulla scogliera (per quanto riguarda le produzioni Ghibli). Ma se la storia della streghetta e quella della bambina-pesce mescolavano il mondo magico e quello “reale” senza alcuna soluzione di continuità, La città incantata opera una cesura che crea una naturale distanza con il resto dell’opera di Miyazaki.

È un tunnel di cartapesta a condurre Chihiro e i suoi genitori nella città governata da Yubaba, in una sovrapposizione di universi che non si compenetrano mai realmente l’uno nell’altro. Nel percorso di formazione di Chihiro la bambina matura le proprie scelte e la propria indole immergendosi nella fiaba, nel mondo degli spiriti e della magia, ma senza poterli portare con sé alla fine del tragitto.
A distanza di più di un decennio dalla prima visione de La città incantata, il film lascia ancora a bocca aperta lo spettatore per l’assoluta maestria di un’animazione stratificata, in cui la cura del character design e la maniacale perfezione dei fondali raggiunge livelli con i quali appare realmente arduo confrontarsi. Allo stesso tempo appare altrettanto evidente come il film non rappresenti lo zenith del viaggio cinematografico di Miyazaki: se tuttora lo si legge da più parti come IL capolavoro della sua filmografia (come se fosse possibile trovare un solo titolo in grado di sbaragliare la concorrenza) lo si deve in gran parte all’impatto mediatico che lo accompagnò all’epoca della sua uscita nelle sale. Nella sua lettura del Giappone, dell’infanzia e della concezione stessa di cinema d’animazione, La città incantata si assesta probabilmente un gradino sotto a titoli come Nausicaä della Valle del vento (prodotto, come anche Lupin III – Il castello di Cagliostro, prima della nascita dello Studio Ghibli), Il castello nel cielo, Il mio vicino Totoro, Porco rosso, Principessa Mononoke, Ponyo sulla scogliera e Si alza il vento. Ciò non toglie, ovviamente, che si abbia comunque a che fare con una delle uscite in sala imperdibili dell’anno, soprattutto per chi non avesse avuto all’epoca l’occasione di goderne la visione sul grande schermo.

Alcune delle sequenze di cui è costellata l’avventura magica di Sen (questo il nome che ottiene la bambina quando perde il precedente Chihiro, e che viene dalla pronuncia on’yomi di 千, il primo dei due kanji 千尋 che compongono Chihiro) producono anche dopo innumerevoli visioni oh di meraviglia nello spettatore, e la grazia pittorica di Miyazaki sfodera l’ennesima dimostrazione di una rara capacità di messa in scena in grado di coniugare la spettacolarità dell’immagine/movimento allo splendore pudico del minimale. E di fronte a tutto ciò operare una classifica di valori perde inevitabilmente senso, così come la miserabile indigenza umana del “premio”.  Per fortuna.

Info
La città incantata sul sito italiano dello Studio Ghibli.
Il trailer italiano de La città incantata.
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