Le origini del male

Le origini del male

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Le origini del male di John Pogue è un horror sul soprannaturale e i suoi detrattori che promette di rinfrancare dalla calura estiva, ma nonostante qualche atmosfera azzeccata il tutto appare un po’ trito e ripetitivo.

I soliti accordi

Quando perde il suo prezioso assegno di ricerca ad Oxford, il professor Coupland si rifugia in una tenuta diroccata fuori mano dove, aiutato da un gruppo di studenti, conduce un “esperimento” su Jane Harper, una ragazzina che cela segreti inconfessabili. I ricercatori finiranno col risvegliare forze oscure più terrificanti di quanto avrebbero mai potuto immaginare… [sinossi]

Uno dei piaceri spettatoriali che un film “di genere” non manca mai di fornire è quello di spingerci verso territori già esplorati, in situazioni dove si muovono personaggi in qualche modo a noi familiari, per poi giocare a rimescolare le carte, tra sterzate di ritmo, turning point improvvisi, tradimenti e continue riprese di quei meccanismi che in fondo sono il sale di una comunicazione, quella tra il film e il suo spettatore, dalle combinazioni linguistiche pressoché infinite. Centra in pieno il primo obiettivo (la composizione della familiarità), ma mostra non poche falle nella realizzazione del secondo (l’originalità compositiva) l’horror soprannaturale Le origini del male, opera seconda di John Pogue (Quarantena 2) lanciata nelle sale per corroborarci dalla calura estiva, promettendo qualche brivido mescolato a problematiche etiche.

A essere messo in dubbio qui è il potere della scienza, contrapposto a quello dell’occultismo e del soprannaturale in genere. Per rendere il tutto più allettante poi, la sceneggiatura, firmata dal regista insieme a Craig Rosenberg e Oren Moverman (il regista di The Messenger e Rampart) inserisce nell’amalgama anche un pizzico di tensione meta-cinematografica, che non guasta mai.
Mattatore assoluto della scena è un gigionissimo Jared Harris, nei panni di un professore universitario che, vedendosi negato da Oxford il suo prezioso assegno di ricerca, si trasferisce in una villa di campagna sufficientemente diroccata, dove proseguire indisturbato i suoi esperimenti psicanalitici su una paziente che si crede posseduta dalla temibile bambola Ivy, in grado di spostare mobili e oggetti, producendo suoni assordanti. Al fianco del prof, troviamo una coppia di fidi studenti e l’aitante operatore Brian (Sam Claflin), il cui idealismo e la cui rettitudine rischieranno di mettere a rischio la riuscita dell’esperimento.
Il cinematografaro, infatti, inizia ben presto a provare compassione e un’ambigua prossimità nei confronti della paziente, che forse è posseduta dal demonio, forse da un passato oscuro dalle chiassose manifestazioni.

Si procede dunque tra misurazioni scientifiche emule dell’incipit de L’esorcista e sedute simil-spiritiche al confine tra scienza e paranormale, mentre la pellicola di Brian impressiona il tutto tra sovra-esposizioni improvvise e inquietanti jump cut.
La location fa la sua parte, tra muri scrostati, carta da parati lacera, soffitte buie e armadi famelici (uno riesce persino a mordere la mano al prof), ma la sostanziale ripetitività delle situazioni finisce presto per mostrare la corda, lasciando che Le origini del male si palesi come un cortometraggio tirato assai per le lunghe. Certo, c’è la sempre valida giustificazione del “tratto da una storia vera” a tamponare qualche ingenuità e lungaggine, ma a dirla tutta, gli sproloqui pro-scienza di Harris e quelli pro-life del nostro regista diegetico suscitano qualche risata involontaria di troppo. A poco valgono poi le citazioni [1] di Helen Keller (la protagonista sordo-cieca, realmente esistita, di The Miracle Worker) in cui si prodiga con britannica saccenteria il docente; se il discorso alla base del film era inneggiare al pericolo come strumento di conoscenza e unico viatico a una vita piena e vera, John Pogue è incappato più volte nella direzione sbagliata.

Non resta dunque allo spettatore di Le origini del male che sollazzarsi con la sua metafora cinematografica, tra strumenti di cura che paiono un incrocio tra la lanterna magica lo zootropio e la succulenta – ma foriera di ben pochi sviluppi – contrapposizione tra il cinismo innato della scienza (incarnato dal prof e dai suoi adepti) e l’amore, altrettanto ontologico, del cinema (l’operatore bellimbusto).
Ma in fondo anche l’autoriflessività è solo un altro dei soliti ingredienti dell’horror e Le origini del male, in quanto suo rappresentante, non è dei migliori.

Note
1. Questa la citazione presente nel film: “La sicurezza è perlopiù una superstizione. Non esiste in natura, né i cuccioli di uomo riescono a provarla. Evitare il pericolo non è più sicuro, sul lungo periodo, che esservi esposti apertamente. O la vita è una avventura da vivere audacemente, oppure è niente.” (Helen Keller, da The Open Door, 1957).
Info
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