Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano

Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano

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CG Home Video compie un’azione meritoria recuperando finalmente in dvd Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano di Luigi Comencini. Disperso da anni, uno dei migliori film dell’autore. Un racconto filosofico “poco italiano”, potente e convincente.

A ripercorrere la carriera di Luigi Comencini, rintracciandone qualche film misconosciuto o rivedendo i suoi più noti, può capitare di fare impreviste scoperte. Per esempio che forse è stato il meno “italiano” tra gli autori della sua generazione. Spesso sommariamente annoverato tra i padri storici della commedia all’italiana, a cui ha dedicato senza dubbio una parte del suo percorso artistico, in realtà Comencini si colloca più di altri suoi colleghi in una posizione più ampia e articolata, anche ben oltre l’etichetta di “regista dei bambini”, tanto veritiera quanto limitante. È innegabile infatti che il tema dell’infanzia sia ricorrente nella sua opera, ed è altrettanto innegabile che tale tema sia affrontato con una serietà e una profondità di sguardo del tutto originali (pur se in alcune occasioni con qualche cedimento al calligrafismo), ma in buona parte dei film di Comencini scorrono altre due correnti forti, capaci di accomunare realizzazioni spesso molto diverse e talvolta determinate da ragioni più industriali che artistiche.
Da un lato, un gusto internazionale per una volta non inteso in senso deleterio, bensì come apertura del linguaggio-cinema a espressività lontane da collaudate retoriche nazional-popolari: dall’altro, una costante tensione spirituale, un doloroso interrogarsi sulle ragioni di corpo e anima, profano e sacro, spirito e materia.

È possibile ricondurre, ad esempio, a una medesima ispirazione creativa due racconti cinematografici tanto distanti come Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano e Delitto d’amore? Il primo, un gradevolissimo divertissement ambientato in una Venezia settecentesca. Il secondo, un dramma di fabbrica tipicamente anni Settanta. Eppure sì, è possibile. In entrambi è ravvisabile lo stesso intenso afflato spirituale, la stessa lacerante domanda tra banalità del reale e mistero interiore. Il cinema di Comencini è spesso un cinema di strazianti addii alla vita, mai patetici e facilmente commoventi, mai corrivi e fini a se stessi (Incompreso, ancora Delitto d’amore). Messa in scena di agonie in cui domande enormi squarciano il petto di chi muore e soprattutto di chi vive.

In tal senso, la CG Home Video ha compiuto un’opera immensamente meritoria recuperando finalmente in dvd il Casanova, opera invisibile da anni, dispersa nei magazzini senza una precisa ragione, come spesso capita in questi casi. Uno dei film di Comencini più felici e compiuti, che però oltre all’apprezzabile uscita in dvd avrebbe enorme bisogno anche di un serio restauro. La copia attuale è infatti rovinata nei colori, per lo più slabbrati e tendenti a un tenue rosso-rosa, e si propone ai limiti dell’intelligibilità nelle scene buie e notturne. Perciò, evviva finalmente per il recupero del film, ma adesso il compito passa alle cineteche.
Perché Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano (1969) si profila come un tassello imprescindibile nel percorso comenciniano.

Arriva infatti quando Comencini è un autore ampiamente affermato, poco prima del suo notissimo Pinocchio televisivo con cui il Casanova condivide più di quanto appare a una prima occhiata; cade insomma nella particolare stagione creativa della soglia di maturità, quando si ha piena libertà espressiva e probabilmente non si è mai più così liberi. Prima, si è troppo giovani e i produttori impongono la loro linea: dopo, si è troppo vecchi e subentrano tutte le difficoltà del caso. Per questo il Casanova di Comencini appare libero e gioioso come pochi altri film dell’autore. Anzi, un perfetto compromesso tra le regole di un cinema tradizionale, ai limiti dell’accademismo, e la libertà di racconto. Innanzitutto, è piena espressione di un Comencini non(solo)-italiano.

Assunto il dato insignificante che il film è una coproduzione (in quegli anni accadeva spesso nel nostro cinema, e di certo non era garanzia di qualità e di approccio alternativo al nazional-popolare), in cui recitano pochissimi attori italiani, c’è un altro dato esteriore molto significativo: la versione francese dura 132′, mentre la versione italiana solo 96′. La CG Home Video ha saggiamente riproposto la versione integrale, ma sarebbe auspicabile un’edizione critica contenente entrambe le versioni, per vedere che cosa i produttori allora avessero deciso che fosse adatto al pubblico italiano, e cosa no. È curioso infatti che un film italiano abbia approntato una versione più lunga per l’estero, visto che di solito accade esattamente il contrario. Certo la figura di Giacomo Casanova gode di una popolarità in Francia forse anche superiore a quella guadagnata in Italia, ma probabilmente a guidare tale scelta furono ragioni strettamente cinematografiche. Ovvero, il film era troppo lungo e troppo poco “italiano” nel senso più deleterio del termine per poter essere speso sul mercato domestico. È immaginabile che sotto le forbici dei produttori siano cadute ampie porzioni della travagliata formazione individuale del giovane futuro libertino, e si sia conservato tutto il coté di divertissement, oltretutto estremamente pudico per un film su Casanova (il racconto si ferma esattamente nel momento in cui Casanova abbandona la tonaca e sposa il libertinaggio).

I rapporti di Comencini col cinema francese sono densi e profondi, e meriterebbero uno studio a parte proprio in relazione all’internazionalità del suo cinema. Ciò detto, non a caso Comencini scelse di girare un film su Casanova secondo un taglio deciso e singolare. Basandosi sui primi cinque capitoli delle memorie del veneziano, Comencini e Suso Cecchi D’Amico si concentrano su Casanova bambino e poi ragazzo fino ai vent’anni, trasformando una storia privata di travaglio e formazione in un racconto illuminista, in linea con la sua epoca d’ambientazione, in cui i poli drammatici in conflitto sono spirito e piacere, sesso e castità, vita/morte o morte/vita (la lacerante domanda di molto cinema comenciniano). Un vero conte philosophique, in cui ampia parte è certo delegata alla cura e ricchezza del profilmico, che però non si mostra mai come mero artificio per suscitare ammirazione nel pubblico, bensì è funzionalizzato alla definizione di un passaggio epocale nella storia dell’umanità.
Il conflitto interiore del giovane Casanova, prima abate e poi libertino, è infatti tra fede e piacere, così come in senso sociale e universale questo conflitto si manifesta in epoca illuministica tra fede e scienza. Significativi, in tal senso, appaiono infatti tutti gli episodi dedicati al faticoso emergere di una coscienza scientifica: le lenti arrivate dall’Inghilterra, le ricorrenti citazioni da Galileo, i primi fallimentari tentativi di operazioni mediche, che convivono ancora a stretto contatto coi rimedi alchemici della nonna di Casanova. E ancora, la meraviglia suscitata dal rinoceronte, frutto dei primi viaggi scientifico-esplorativi (sembra di sentire echi del gusto per l’esotico delle Lettere persiane di Montesquieu) che, mostrato negli spettacoli di piazza, pare già anticipare lo “stupore del vedere”, tipico di quei due secoli di scoperte positivistiche culminanti nell’invenzione del cinema stesso. Ancora: il racconto di una Venezia ricca e godereccia, che nel compiersi del suo momento più alto prefigura già la sua caduta, non a caso identificata nell’emergere di una nuova classe dalle umili origini, che riesce a farsi strada grazie alla propria ambizione e talento (Casanova era figlio di attori, poveri in canna).

Da conflitto individuale, insomma, il giovane Casanova emana conflitti sociali, che finiscono per evocare dolorosi quesiti universali tra corpo e spirito. Un tracciato narrativo che, come spesso in Comencini, ripercorre l’avventura della scoperta di se stessi, compito a cui viene chiamato un bambino lasciato da solo di fronte al mondo, recalcitrante ad abbandonare la dimensione del piacere in nome di moralità adulte (un universale del cinema comenciniano, da Proibito rubare al Pinocchio, a Incompreso, a Voltati Eugenio…). Il tutto, sia chiaro, fa capo a una forte quanto umile e “invisibile” personalità autoriale, che coordina una messinscena tanto potente e convincente da far passare in secondo piano tutti i limiti di una coproduzione d’epoca. A cominciare dal protagonista Leonard Whiting, reduce dal Romeo e Giulietta di Zeffirelli e tributato di una brevissima popolarità in quegli anni. Tanto fisicamente aderente al ruolo di giovane Casanova, quanto totalmente inespressivo. Così come il volto incongruo da coproduzione regna incontrastato (Lionel Stander, Senta Berger, Tina Aumont…), tutti malamente doppiati in veneziano, pure Maria Grazia Buccella che era attrice italiana.
Eppure la forza del racconto predomina, tale è la persuasività del discorso comenciniano da scavalcare le prove attoriali, l’episodicità non sempre necessaria, i difetti da confezione industriale sui quali gli autori allora avevano poca voce in capitolo. Un cinema molto più personale di quanto appaia in superficie, che scavalca pure la distinzione tra generi verso la libertà del racconto filosofico. Giusto un filo accademico, poco italiano, molto comenciniano. Curiosità: nei panni della giovane futura suora che risveglia i sensi in Casanova e gli fa gettare alle ortiche l’abito talare, recita una giovane Cristina Comencini.

Il dvd non contiene extra. Come già accennato, il film si mostra però nelle sue pessime condizioni attuali, e necessiterebbe senza dubbio di un restauro.

Info
La pagina di Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano sul sito della CG.
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