Muscle Shoals

Muscle Shoals

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Greg “Freddy” Camalier confeziona con Muscle Shoals un documentario sugli studi di registrazione in Alabama che hanno visto passare la miglior musica anglosassone anni Sessanta e Settanta. Ma forse, tra tanti volti noti e interviste, quel che manca è proprio la realtà.

Vorrei cantare come Mick Jagger

Il docufilm racconta un luogo leggendario per la storia della musica mondiale: i Muscle Shoals Sound Studios. In questo posto “magico e misterioso”, a partire dalla fine degli anni ‘60, si sono incontrate le più grandi star internazionali e sono nate molte delle hit più celebri di tutti i tempi. [sinossi]

Più si viene a contatto con il cosiddetto “universo-documentario”, e più si prende coscienza della sua multiformità. Più si guarda da vicino, più lo scrutiamo al microscopio, e più vediamo emergere differenze su differenze. Anzi, ci si trova costretti a prendere dimestichezza con una più universale rarefazione nella tradizionale e superata distinzione per generi (in questo caso addirittura distinzione nell’approccio al reale, ancora più a monte del genere), verso la totale relatività fino alla ridefinizione radicale di schemi interpretativi. Non esiste più fiction e documentario; esiste soltanto il cinema, ovvero un linguaggio audiovisivo mirato al racconto. La mescolanza di codici è ormai un territorio costantemente ripercorso dal documentario degli ultimi anni, ma a convalidare tale tesi di relatività e rarefazione arriva adesso Muscle Shoals di Greg “Freddy” Camalier, ancor più significativo di altri consapevoli esperimenti di contaminazione in quanto esteriormente aderente a molte collaudate retoriche.

Muscle Shoals è un luogo di enorme importanza per la storia della musica statunitense e di conseguenza mondiale, dal momento che dagli anni Sessanta in poi ha ospitato le evoluzioni più fondamentali del rhythm&blues, funky, rock anglosassone. Il film esordisce con uno stupore collettivo, ovvero la sorpresa di tutti nel raccontare una cittadina insignificante dell’Alabama anni Sessanta, funestata anzi da violente chiusure razziali come tutto il sud a stelle e strisce in quegli anni, che pian piano si trasforma in ineludibile crocevia per tutta la musica migliore dell’epoca. Aretha Franklin, Wilson Pickett, Percy Sledge, Rolling Stones, Lynyrd Skynyrd…
Dagli studi di registrazione fondati da Rick Hall sono passate generazioni successive di grandi talenti, tutti supportati dai The Swampers, la band di studio che suonava e registrava con ogni cantante che si avvaleva degli spazi di Muscle Shoals. Il film di Camalier ripercorre questa epopea, e lo fa con tutti i crismi della grande narrazione statunitense.
Ritroviamo tutti gli strumenti più classici, e anche un po’ passivamente riapplicati, del documentario di vaglia: interviste su interviste, materiale fotografico e cinematografico di repertorio, una porzione minoritaria di girato in esterni che per lo più si concentra su malinconici paesaggi, e ovviamente un ricchissimo commento musicale. Ma a fronte di un’adesione poco inventiva all’idea più diffusa di documentario, è ravvisabile a monte una solida struttura narrativa che davvero poco ha a che fare col “cinema del reale”. Provocatoriamente, potremmo dire che in Muscle Shoals di “reale” c’è poco o nulla.

Il racconto infatti sposa senza indugi una struttura da pura e semplice saga americana, avventurosa e con tanto di posta in gioco, in cui è esaltato innanzitutto il valore più fondante della cultura oltreoceano: il mito del “self-made man”, che supera enormi avversità per imporre se stesso e vincere sulla vita (Rick Hall, che ha accumulato più sciagure di qualsiasi personaggio da melodramma di Douglas Sirk), e che nel film va a intrecciarsi a un pur appassionato excursus sul percorso parallelo che ha caratterizzato lo sviluppo del r&b e del rock rispetto a fondamentali passaggi storici degli Stati Uniti. Martin Luther King, l’integrazione razziale, gli hippy, la “cultura delle droghe”, e chi più ne ha più ne metta.
A tratti sembra di assistere alla proiezione dei negativi di Forrest Gump. Là si costruiva un’enorme saga-fiction su 50 anni di storia americana, in cui la musica ricopriva un ruolo basilare: qui, una “saga-documentario” racconta come fu creata quella stessa musica, e il contesto sociale, fonte e specchio di tale creazione, è il medesimo raccontato nel film di Robert Zemeckis.
Ma, oltre a questi macroscopici tratti da tradizionale racconto americano, a cui non rimane estranea una fascinazione malinconica tutta a stelle e strisce per la natura colta in colori crepuscolari, interviene un altro dato saliente ad allontanare Muscle Shoals dal “cinema del reale”. Per lo più il film è composto da interviste in cui i protagonisti di tante storie personali (Aretha Franklin, Wilson Pickett, Etta James…) raccontano se stessi e le loro leggendarie esperienze negli studi di registrazione, conferendo al racconto una costante immagine soggettiva, filtrata dai loro occhi. Ma il dubbio non sta in questo, ché un racconto di memorie costituirebbe comunque narrazione di un brano o più brani di realtà personale. A spostare il tessuto narrativo verso territori ibridi è lo sguardo dell’autore e le sue scelte di montaggio, che hanno assemblato interviste tutte mirate alla composizione di una sentita elegia per una meravigliosa e difficilmente ripetibile convergenza creativa, gli studi di Muscle Shoals. Domina dall’inizio alla fine, nelle parole di Mick Jagger, Keith Richards, di tutti gli intervistati, una revisione entusiastica del passato che Camalier ha deciso di sposare incondizionatamente. Non c’è una voce fuori posto, non una nota dissonante, l’unica nota suonata (la metafora è fin troppo facile) è la nostalgia e il rimpianto, e l’orgoglio per aver fatto parte di qualcosa di veramente grande. A suo modo, Muscle Shoals aderisce ad altri canoni collaudati.

Il documentario, in particolare quello americano a tematica “specialistica” (qui la musica, altrove la moda, il teatro, il cinema stesso…), tende talvolta a essere interpretato come strumento di celebrazione. Non ci interessa tanto elaborare giudizi di valore su quale sia il documentario “più buono” tra i diversi approcci. Ci interessa di più mettere in risalto l’estrema poliedricità del mezzo-cinema e la fallacia di molte definizioni, e più di ogni altra cosa la responsabilità creativa dell’autore, mai altrettanto messa in gioco come nel documentario. L’autore gira/ricerca e poi sceglie, e la sua scelta di montaggio è determinante per il taglio che il racconto poi assumerà agli occhi di chi vede. In tal senso, Camalier ha scelto più o meno consapevolmente di montare un’opera audiovisiva che si avvale di materiali originali e di repertorio, come spesso accade nel cinema documentario, ma andando più verso la direzione dell’elegia. Un’elegia in linguaggio-cinema, per l’appunto, in cui i materiali del vero sono soltanto sussidiari a un progetto diverso. Ciò detto, di elegie al cinema se ne sono viste di migliori, anche in ambito para-documentario.

Info:
Il link della distribuzione Woovie Night per vedere in quali sale si proietta Muscle Shoals
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