Transformers 4 – L’era dell’estinzione

Transformers 4 – L’era dell’estinzione

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Con Transformers 4 la saga degli Autobot segna una sorta di rinascita, ripartendo da zero o quasi. Con risultati non sempre convincenti.

Vecchi camion e nuove avventure

A seguito della distruzione di Chicago, l’umanità cerca di ricomporsi, mentre un meccanico e sua figlia scoprono un camion che si rivelerà essere Optimus Prime. Gli Autobot si stanno nascondendo perché gli umani danno la caccia a tutti i Transformers, senza distinzione. Nel frattempo un gruppo di scienziati si spinge oltre i limiti della tecnologia umana, tanto da riuscire a resuscitare e ricostruire Megatron, che prende il nuovo nome di Galvatron. [sinossi]

Tornano gli Autobot, con una saga nuova di zecca (o quasi), pronti ad affrontare nuove peripezie ad alto tasso di adrenalina anche senza Shia LaBeouf, impegnato nella ricerca di una propria dimensione da attore sia in patria (Lawless, The Company You Keep) che oltreoceano, con i due Nymphomaniac di Lars Von Trier. Se ne va dunque il protagonista dei primi tre Transformers, grazie al quale la saga si era mossa a metà tra il puro esercizio spettacolare e la supposta rivincita del mondo nerd, e arriva Mark Wahlberg, di nuovo sotto l’egida di Michael Bay dopo l’esperienza vissuta sul set di Pain & Gain.
In un certo qual modo il personaggio di Wahlberg, il meccanico squattrinato Cade Yeager, rappresenta una versione adulta (quantomeno da un punto di vista anagrafico) del Samuel Witwicky di LaBeouf: nella sua spasmodica ricerca di un modo di vivere che sia del tutto autonomo dal sistema senza per questo dovervisi opporre Cade incarna in pieno l’american way of life allo stesso tempo esaltato e deriso da Bay nell’intero arco della sua carriera. Non è certo un caso che tocchi a lui, dunque, vivere le perigliose avventure insieme agli Autobot capitanati da Optimus Prime, in questo coadiuvato dalla figlia adolescente e dal di lei ragazzo.

Non c’è molto da raccontare della trama di Transformers 4, ed è in fin dei conti giusto e prevedibile che sia così: la trasformazione dei robot della Hasbro in eroi di una multimilionaria epopea cinematografica basava le proprie fondamenta sull’idea – rivelatasi vincente al botteghino – che l’aspetto immaginifico dei protagonisti, la loro capacità di mutare il proprio metallo in forme sempre nuove e i combattimenti bastasse da sola a giustificare la messa in scena delle loro azioni.
È proprio seguendo questo pensiero a suo modo filosofico che Transformers 4 dimentica per strada qualsiasi tipo di introspezione dei personaggi – Cade, sua figlia e il ragazzo di quest’ultima agiscono sempre come mero veicolo verso lo spettacolo, senza mai indagare motivazioni che vadano al di là del salvare la pelle o dare una mano a Optimus Prime – accelerando in direzione dello stupore spettatoriale. L’immagine per l’immagine, rivendicazione di una necessità al “meraviglioso” che viene prima di qualsiasi altra considerazione sulla macchina-cinema.

Basandosi su questi fatti non deve dunque stupire la falange sempre più corposa e compatta di esegeti dell’opera di Bay, considerato alla stregua di un folle resistente contro le derive sempre più standardizzate della produzione hollywoodiana. Ciò che stupisce, nell’approcciarsi a Transformers 4, non è l’ammirazione verso un blockbuster da godere (questo sì) esclusivamente sul grande schermo, ma l’impressione persistente che da più parti si pretenda di inquadrarne le fattezze al di fuori dell’industria a stelle e strisce, quasi si trattasse di un’opera destinata a rivoluzionare chissà quali prassi stratificate dell’universo statunitense.
Al di là dei meriti registici di Bay, in parte meno visibili del solito a causa di un’ispirazione carente proprio laddove dovrebbe deflagrare l’afflato spettacolare, Transformers 4 rappresenta invece in tutto e per tutto la quintessenza della Hollywood degli ultimi anni, anche nella scelta di spostare l’occhio dalle parti del lontano oriente, nello specifico a Hong Kong. Si sorride alla fugace di Michael Wong o Ray Lui, così come ad alcune spacconate di Wahlberg, al luciferino e imperdibile Stanley Tucci o ai dissidi interni tra gli Autobot, ma si rimane sempre nel campo del già visto.
L’irruzione in scena dei Dinobot è l’unico vero slancio verso qualcosa di imprevisto, ma arriva tardi, e non riesce a rimediare ai buchi di immaginario che si sono aperti nel tessuto ordito da Bay. Transformers 4 forse segna un nuovo inizio nella ricca saga di Optimus Prime e dei suoi accoliti, ma non dona nuova vita a un ingranaggio visionario che rischia la sclerosi. A voler aggiungere conflitto a conflitto, nella battaglia a colpi di immaginario Transformers 4 perde sia lo scontro con Pacific Rim di Guillermo Del Toro che, ancor di più, quello contro Godzilla di Gareth Evans. In attesa della guerra che Optimus Prime scatenerà contro i suoi dei…

Info
Il trailer di Transformers 4.
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