Il sole negli occhi

Il sole negli occhi

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L’esordio alla regia di Antonio Pietrangeli, Il sole negli occhi, riscoperto grazie alla retrospettiva dedicata dal Festival di Locarno alla Titanus. Un gioiello di una modernità sorprendente.

Celestina e lo stagnaro

Celestina è mandata dalla campagna a Roma per lavorare come domestica. Sperduta nella città, abbandona la tristezza per inseguire il sogno fatuo di un amore… [sinossi]

C’è un istante, sublime e terribile allo stesso tempo, in cui alla Celestina interpretata da Irene Galter si sovrappone il volto e il destino della protagonista di Io la conoscevo bene, la splendida e sperduta Stefania Sandrelli/Adriana Astarelli. Nella corsa improvvisa di Celestina verso il tram in movimento, in un quartiere Flaminio quasi insostenibile nella sua luminosità, è racchiuso lo stesso eterno dolore e la consapevolezza di Adriana, che nel 1965 giungerà nella Capitale per cercare la proprio fortuna nel mondo dello spettacolo. Ma ciò accadrà solo in un’Italia stordita da un boom economico che la rese famelica, ingorda, sempre più dimentica di qualsiasi etica. Quando metterà le mani su Io la conoscevo bene Antonio Pietrangeli sarà oramai quasi al termine della carriera, mai totalmente compreso da una nazione che non poteva completamente amare un cinema così colto eppure popolare, privo di qualsiasi compromesso ma al contempo concentrato sulla volontà di interpretare il mondo circostante.
Un’attitudine, questa, che Pietrangeli mette in mostra già agli esordi, quando pone la firma in calce a Il sole negli occhi, con troppa facilità dimenticato da critica e pubblico e riscoperto durante le giornate della sessantasettesima edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno, all’interno della monumentale retrospettiva dedicata alla Titanus.

Per quanto nel 1953 Il sole negli occhi rappresenti la prima incursione dietro la macchina da presa del regista romano, non bisogna dimenticare come durante il decennio precedente Pietrangeli avesse lavorato alacremente come sceneggiatore, collaborando tra gli altri agli script di Ossessione (il cui contributo non è comunque riconosciuto nei crediti ufficiali del film, stessa sorte che gli tocca per La terra trema e Europa ’51), Ultimo incontro, La lupa, Quel fantasma di mio marito e Fabiola. La capacità di spaziare dal ritratto quasi bozzettistico della società – il personaggio di Paolo Stoppa, ossessionato dalla famiglia e incapace di godersi persino la partita di calcio alla radio – a un fermo immagine tenero e dolente sulla Roma popolana, fino a ipotizzare squarci della commedia all’italiana che stava affermandosi proprio in quegli anni, rappresentano da subito la cifra stilistica di Pietrangeli.
Per quanto il suo sia un cinema che guarda la realtà e la ricrea in scena – in questo senso sequenze come la gita a Castel Gandolfo o il ballo domenicale risultano senza dubbio illuminanti –, l’artificio del “popolare” non risulta mai né evidente né posticcio. Nello sguardo del Pietrangeli de Il sole negli occhi e di tutti i film a seguire è racchiuso una capacità di leggere il presente che diventa inevitabilmente anche una profezia puntuale su ciò che sarebbe accaduto nei decenni successivi.

La modernità del linguaggio de Il sole negli occhi è tutta qui, nella sensibilità di Pietrangeli, in grado di raccontare l’illusoria vanità di una Roma “nuova” attraverso un semplice movimento di macchina su un piazzale spazzato dal vento. Come dimostrerà anche in altre opere successive, Pietrangeli è (insieme a Ettore Scola, che appare come il naturale prosecutore del discorso poetico) il cantore più sincero e innamorato (per quanto disilluso) della Roma degli anni Cinquanta e Sessanta, come dimostrano i dettagli infiniti che si fanno largo in quella scenografia che altro non è che la “realtà”: le scritte “abbasso Lazio”, gli spassosi moniti del locale nei confronti degli avventori, come “è vietato ballare il boogie-woogie” o “è vietato sostare davanti all’orchestra”, i volantini del PCI che invadono letteralmente i quartieri popolari. È la Roma di piazza Cantù, dell’orchestrina di piazza Esedra, di piazza Bologna, del Nomentano, del Salario, di Monti Parioli, del Flaminio: una città ripopolata da un’immigrazione interna sempre più continua e incessante.
I dialetti diversi parlati da Celestina e dalle altre ragazze che lavorano come domestiche non sono un elemento di divisione, ma un ulteriore collante sociale, unione dal basso contro le angherie e le meschinità di una borghesia fallita, grassoccia, priva di morale. Solo nell’unione tra le ragazze sfruttate, come sentenzia lo splendido finale in campo lungo, può venire la rivalsa contro una società chiusa e retrograda. Un messaggio di straordinaria lucidità politica che si sparge ne Il sole negli occhi senza mai prendere il sopravvento sull’amore per la narrazione, per il dettaglio, per il dialogo. Un cinema che in Italia quasi nessuno sa più fare, oppure, più fatalmente, che nessuno vuol più produrre.

Info
Il sole negli occhi sul sito del Festival di Locarno.
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