Cure – The Life of Another

Cure – The Life of Another

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A distanza di otto anni dall’esordio Andrea Staka torna dietro la macchina da presa con Cure – The Life of Another, viaggio nella psiche di un’adolescente nella Dubrovnik del 1993. In concorso a Locarno 2014.

Lo scoglio da superare

1993, dopo l’assedio di Dubrovnik: Linda, 14 anni, è tornata in Croazia con il padre dalla Svizzera. La sua nuova migliore amica, Eta, la porta in una foresta proibita sulle alture della città. Le due ragazzine si abbandonano a un gioco di scambio d’identità ossessivo e carico di sottintesi sessuali che culminerà in una caduta letale. L’indomani, Linda torna sola. A poco a poco si sostituisce a Eta nella famiglia di quest’utlima. Ivo, il ragazzo di Eta, si fa a sua volta prendere dal gioco. In un mondo di dolore dominato dalle donne e dalle perdite da loro subite durante la guerra, a Linda sta sfuggendo il controllo della situazione, ma Eta ricompare puntualmente per metterla di fronte a se stessa. [sinossi]

Otto anni, questo il lasso di tempo intercorso dall’esordio al lungometraggio di Andrea Staka (Das Fräulein) al suo ritorno dietro la macchina da presa. Quando nel 2006 la Staka trionfò a Locarno, aggiudicandosi il Pardo d’Oro, probabilmente in pochi avrebbero scommesso su un silenzio così duraturo: anche per questo attorno al nuovo approdo a Locarno, ancora una volta in concorso, con Cure – The Life of Another, è montata un’attesa così percepibile da lasciare in secondo piano buona parte degli altri titoli in corsa per la vittoria finale. Dopotutto l’interrogativo era piuttosto ovvio: in che direzione si sarebbe mosso il cinema della Staka? Sarebbe tornata a confrontarsi con gli umori e le atmosfere che permeavano Das Fräulein o avrebbe al contrario preferito voltare completamente pagina?
La risposta, come spesso accade, è possibile rintracciarla a metà tra queste due ipotesi: Cure – The Life on Another mostra molti punti in comune con il film di otto anni fa, a partire dalla riflessione sulla diaspora croata (anche la giovane Linda, come la Mirjana Karanović di Das Fräulein, ha un’esistenza che l’aspetta a Zurigo) fino alla ricerca di un punto di incontro stilistico tra minimalismo e ossessione. Eppure, alle prese con una vicenda dai controluce ben più evidentemente metaforici, la Staka sembra ricercare vie alternative, percorsi possibili per raccontare una storia di assenza, di immateriale.

Il vero protagonista di Cure – The Life of Another, non è Linda, né suo padre o la madre di Eta: è il fantasma che si perpetua sempre di fronte ai loro sguardi, l’ectoplasma che non ha nome, se non quello della Jugoslavia, del sogno interrotto, della tragedia della guerra. Come in Hold Your Breath Like a Lover del giapponese Kohei Igarashi (altro titolo presentato a Locarno, anche se nella sezione Cineasti del Presente), anche in Cure – The Life of Another viene messo in scena l’incontro tra i personaggi e i fantasmi del loro passato e del loro futuro.
Il volo di Eta dalle rocce, quella morte quasi erotica nel gioco di identità instaurato tra le due ragazze, è il preludio ad altri infiniti voli, mai destinati a un atterraggio sicuro: è su questa consapevolezza che la Staka orchestra la narrazione del film, lavorando – come è inevitabile che sia – su un canovaccio che compie ripetuti balzi temporali, in un continuo movimento “a fisarmonica” che rischia anche di diventare troppo prevedibile.

Ma laddove il lavoro della Staka mostra tutte le proprie lacune non è nella composizione del quadro o nella costruzione delle sequenze, quanto nel senso intimo e profondo che vorrebbe dare alla propria creatura: il già citato discorso metaforico non fa che appesantire in maniera per di più piuttosto gratuita l’impianto generale di Cure – The Life of Another, e non si avverte in nessun momento una pur minima urgenza espressiva. Il film scivola inoltre ben presto nel campo del morboso fine a se stesso e si assesta a pochi centimetri dal ridicolo involontario: la famiglia tutta al femminile della defunta Eta (la nonna pazzoide e severa e la madre succube della genitrice) è tratteggiata con timbri più adatti a un horror grottesco che a un dramma solo labilmente onirico.
Ciò che emerge da un marasma così confuso è un’opera incompiuta, sbalestrata, che sembra quasi un parto all’impronta e poco ragionato, e non il culmine di un lavoro certosino condotto nel corso degli anni. La Staka non sembra aver molto da dire non solo sul tema della disgregazione jugoslava, ma anche e soprattutto sul romanzo di (de)formazione della sua protagonista, la pur intensa Sylvie Marinković, e pone così la firma in calce a una delle più cocenti delusioni della sessantasettesima edizione del Festival di Locarno.

Info
Cure – The Life of Another sul sito del Festival di Locarno.
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