Men Who Save the World

Men Who Save the World

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L’opera seconda del cineasta malese Liew Seng Tat, Men Who Save the World, delude le legittime aspettative, con un pamphlet fin troppo retorico e mal strutturato. In Cineasti del Presente a Locarno e al TFF 2014.

La casa nel bosco

Gli abitanti di un bizzarro villaggio malese si uniscono per aiutare Pak Awang a spostare fisicamente una casa abbandonata dalla giungla al centro abitato, come regalo per la figlia che presto convolerà a nozze. Quello che non sanno è che nella casa ha trovato rifugio un immigrato clandestino africano. Quando il tossicomane del villaggio intravede un’ombra oscura che si muove nella casa e la prende per un fantasma, gli abitanti credono che la rilocazione della stessa abbia fatto infuriare uno spirito e si rifiutano di spostarla oltre. Una serie di piccoli incidenti porta a un susseguirsi di false accuse e situazioni turbolente. [sinossi]

Il primo problema nell’affrontare Lelaki Harapan Dunia (questo il titolo originale del film, sostituito a livello internazionale con l’inglese Men Who Save the World) non riguarda direttamente le qualità dell’opera, quanto piuttosto la sua bizzarra collocazione all’interno della sessantasettesima edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno. Qualsiasi prospettiva si scelga infatti per analizzare la questione, l’opera seconda del cineasta malese Liew Seng Tat non sembra possedere in nessun modo le peculiarità che dovrebbero al contrario contraddistinguere i titoli scelti per concorrere alla seconda sezione competitiva della kermesse svizzera, eccezion fatta per il dettaglio di essere (come già accennato) il secondo parto creativo del regista.
Men Who Save the World non può essere considerato un film di ricerca e, per quanto questa disamina apra una discussione sicuramente più fertile e ricca di spunti, non rappresenta un universo personale, distante dagli altri e unico nel suo genere. Liew Seng Tat senza dubbio pone la firma in calce a una creatura bizzarra, ma l’esasperazione grottesca, l’analisi ai limiti del goliardico – ma senza mai dismettere i panni del drammatico – di una società ancora avviluppata alle proprie credenze popolari e la messa in scena non si distaccano da opere precedenti e coeve prodotte in buon numero in oriente e nel sud-est asiatico e che proprio a Kuala Lumpur e dintorni hanno trovato alcuni dei cantori più illuminanti, in primis la cinefilia geniale e irrefrenabile di Mamat Khalid.

Anche l’affascinante Flower in the Pocket, con cui Liew esordì nel 2007, non aveva dopotutto dato l’impressione di ricercare una propria via all’interno delle dinamiche produttive ed estetiche del cinema contemporaneo: a distanza di sette anni, il trentacinquenne nativo di Kuala Lumpur conferma semmai di essere un manierista, sicuramente dotato di un’ottima preparazione tecnica – la messa in scena, stricto sensu, di Men Who Save the World, difficilmente potrebbe essere attaccata – ma ancora incapace di muoversi in totale libertà nei mondi che si ritrova a creare.
A non convincere nella sua ultima fatica, comunque, è anche e soprattutto la costruzione narrativa e, ancor più grave, l’intera idea attorno alla quale ruota il film: Men Who Save the World non sembra solo privo di identità, ma appare anche muoversi in avanti per pura forza di inerzia, deprivato sia di un senso profondo (a meno di non volersi lasciar irretire dalla vaga ipotesi di una riflessione sulla società malese) che di una narrazione in grado, per lo meno, di sopperire alle mancanze strutturali dell’opera. Il crescendo di follia che attraversa il villaggio ai bordi della foresta in cui è ambientato il film non solo sfianca fin troppo presto le resistenze dello spettatore – anche per una verve comica che si affaccia solo occasionalmente, e senza particolare efficacia – ma è anche destinato a mostrare in fretta e furia la corda, impossibilitato a rinnovarsi, a deflagrare completamente e con potenza.

Men Who Save the World rimane poco più di uno scherzo mal riuscito, barzelletta raccontata con scarsa conoscenza dei tempi comici, metafora fin troppo facile di un mondo assai più complesso, stratificato, magmatico. In attesa di scoprire in quali direzioni si muoverà il cinema di Liew Seng Tat (e con la speranza, comunque, di non dover aspettare altri sette anni), questa storia di paure ancestrali, ripicche e incapacità di accettare il diverso si risolve in una delle delusioni del Festival di Locarno. Purtroppo.

Info
Men Who Save the World sul sito del Festival di Locarno.
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