Remake, Remix, RipOff

Remake, Remix, RipOff

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Remake, Remix, RipOff, il documentario diretto da Cem Kaya racconta, attraverso interviste e immagini di repertorio, l’universo del cinema popolare turco durante gli anni Settanta e Ottanta. A Locarno 2014.

L’utopia di Yesilçam

Negli anni Sessanta e Settanta, la Turchia era uno dei primi produttori di film del mondo, sebbene la sua industria cinematografica (Yesilçam) non avesse abbastanza materiale scritto con cui lavorare. Per soddisfare la domanda e i ritmi di produzione, si copiavano le sceneggiature e si realizzavano remake di film di tutto il mondo. Nacquero così le versioni turche di Tarzan, Dracula, Il mago di Oz, L’esorcista, Superman e Star Trek, per citarne solo alcuni. Il film ripercorre l’epoca d’oro del cinema popolare turco, quando i registi dovevano essere veloci, i cineoperatori pragmatici e gli attori indistruttibili. [sinossi]

Fior di Western che vedono le loro scene madri sovrastate dalle celeberrime note che compongono la colonna sonora de Il padrino scritta da Nino Rota; Rambo che deve combattere una gang di motociclisti curdi che, una volta uccisi, risorgono come zombie; infinite versioni di drammi in cui la moglie (o il marito) tradisce (o è tradito) e paga fino alle estreme conseguenze il proprio terribile sbaglio; e poi riedizioni in salsa turca di supereroi, di mostri classici del cinema horror, di Tarzan, di qualsiasi blockbuster hollywoodiano.
Potrà forse apparire impossibile alle orecchie di chi ancora non è stato edotto in tal senso, ma a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Settanta del secolo scorso c’era, a pochi passi dal confine ideale che separa l’Europa dall’Asia, un’industria cinematografica fiorente, in cui si producevano più di trecento film all’anno di qualsiasi genere, dal melodramma alla commedia, dall’horror alla fantascienza, dall’action al war-movie. Sede di questo sconosciuto reame della Settima Arte era Istanbul, dove la Yesilçam, l’industria cinematografica turca, prosperò attraendo in sala migliaia e migliaia di spettatori, e senza che al di fuori dei confini nazionali arrivasse anche la più distorta e lontana eco.

Un percorso magnifico, surreale e terribile che racconta con dovizia di particolari il regista Cem Kaya nel documentario Remake, Remix, RipOff, presentato alla sessantasettesima edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno nella sezione Histoire(s) du cinéma; orchestrando il suo lavoro senza ricorrere a particolari originalità – per quello basta e avanza il folle materiale che prende vita sullo schermo – Kaya intervalla le numerose interviste alle personalità di spicco di quell’epoca e ai (pochi) studiosi e appassionati che ne conservano viva la memoria con spezzoni di film, per i quali bisognerebbe aprire un capitolo a parte.
Com’è possibile che al di fuori della Turchia non si sia avuta l’accortezza, nel corso dei decenni, di comprendere e aprire le porte a un cinema così virulento nella sua completa e strafottente ignoranza di qualsivoglia regola commerciale, “istitutzionale”, di potere? Perché anche i più fervidi difensori del cinema popolare sono venuti meno di fronte a un materiale così travolgente, anarcoide, gloriosamente “sbagliato”?

Basterebbero i pochi fotogrammi regalati al pubblico da Kaya dei remake improbabili di First Blood, Star Wars, The Wizard of Oz, Per un pugno di dollari, per rendersi conto di come involontariamente il microcosmo dello Yesilçam abbia rappresentato un’insubordinazione all’idea stessa di Sistema, un attacco suo malgrado alle regole del copyright, all’arte filtrata attraverso i canali di scolo della “legalità” cinematografica. Certo, si parla di opere spesso dozzinali e di registi che non accederanno mai all’empireo della storia del cinema, ma per intuizioni visionarie, capacità di scardinare la prassi e ritmi produttivi (ci sono attori che in venti anni hanno recitato in più di 1700 film e registi che dirigevano un film a settimana), una riscoperta appare come minimo doverosa.
Al di là del puro divertimento che si prova durante la visione di Remake, Remix, RipOff, cui presta un notevole servizio il montaggio sardonico dello stesso regista, il documentario può essere il primo passo in direzione di un recupero critico essenziale, e che può finalmente ridurre lo scarto che si è sempre avvertito nel rapporto tra la cinefilia occidentale e il cinema turco, del quale si è sempre dato risalto solo alle protuberanze più direttamente “autoriali”. In attesa che Dünyayı Kurtaran Adam (letteralmente L’uomo che ha salvato il mondo, ma più noto con il titolo inglese Turkish Star Wars) diventi un oggetto di culto anche a Londra, Berlino, Roma, New York e Parigi, ovviamente.

Info
Remake, Remix, RipOff sul sito del Festival di Locarno.
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