Alive

Il regista sudcoreano Park Jung-bum firma, con Alive, uno dei ritratti più accorati del proletariato visti di recente al cinema. In concorso a Locarno 2014.

La classe operaia va nelle Filippine

Lavorare, guadagnare un salario e vivere di quei soldi. Questo semplice postulato è sempre stato un problema per Jungchul, impiegato in una fabbrica di pasta di soia. Durante l’inverno, gli viene l’idea di aspettare primavera per migrare nelle Filippine, dove il clima è mite e la vita più facile. L’unica cosa che deve ancora fare per poter partire e realizzare il suo sogno, è raggiungere la quota di produzione di pasta di soia che ha promesso al suo capo. Sfortuna vuole che una muffa nera cominci a espandersi sulle migliaia di forme di pasta di fagioli di soia depositate nella camera di fermentazione… [sinossi]

“Sarebbe bello poter andare a vivere nelle Filippine. Lì fa caldo, si dorme per strada e si possono mangiare le banane”. È tutto qui, racchiuso in questa frase al limitar del naïf pronunciata dal sempliciotto Myung-hoon, il sogno dei protagonisti di Alive, il film con cui il regista sudcoreano Park Jung-bum torna alla regia dopo i fasti della sua opera d’esordio, Musanilgi (The Journals of Musan), che alcuni anni fa ottenne premi e critiche esaltanti al Festival di Rotterdam e al Tribeca; il sogno che può concedersi la classe operaia è minimo, ma allo stesso tempo altrettanto irraggiungibile.
La vita di Jungchul, che vorrebbe in realtà solo potersi permettere una casa adatta a una famiglia, è circondata da amici e parenti che anelano solo la fuga: chi a Seul, e chi, come già scritto, all’estero. Una generazione alla disperata ricerca di una diaspora che possa loro garantire una vita normale, evitando le pericolose sabbie mobili in cui sono costretti quotidianamente a sprofondare, con l’unica speranza, per l’appunto, di sopravvivere.

Alive è un’opera potente e dolorosa, tra le sorprese più piacevoli del concorso della sessantasettesima edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno, dominato solo da monoliti infrangibili (Lav Diaz, Paul Vecchiali, Pedro Costa) e assai più traballante per quel che concerne lo sguardo sul cinema del “futuro”. In tal senso Park Jung-bum, che interpreta con credibile e dolente rassegnazione anche il personaggio di Jungchul, dimostra di avere un’idea di cinema coerente e di essere in grado di gestirla senza scivolare nelle trappole dell’inesperienza.
L’incipit, durante il quale vengono introdotti i personaggi – Jungchul e l’amico Myung-hoon, la problematica sorella di Jungchul Soo-yun e sua figlia Ha-na –, esemplifica con estrema chiarezza anche timbri e cromatismi che caratterizzerano il film: un’atmosfera umbratile, che la camera di Park indaga con trattenuta pudicizia eppure senza risparmiarsi nulla, scavando con amara disillusione un’umanità destinata eternamente alla sconfitta, magari in grado di ribellarsi ma impossibilitata a trovare quei granelli di felicità che rincorre con tanta ossessionante pervicacia.

Dipanato lungo tre ore essenziali, del tutto prive di ridondanze o di reiterazioni eccessive, Alive è uno dei resoconti più spietati e strazianti degli “ultimi” sudcoreani, messi in scena con uno sguardo empatico ma allo stesso tempo ben lontano dal minimo esercizio della retorica: sequenze come quella in cui la piccola Ha-na viene rimproverata (pur con bonaria comprensione) dalla sua maestra di pianoforte perché si è presentata a lezione con le mani sporche, riescono a toccare le corde più intime di una riflessione politica stratificata, mai banale, sincera e accorata.
Alle prese con la memoria di un passato quasi marcito nella sua putrefazione, e costretto a fare i conti con un presente che non lascia molto spazio alla speranza, Jungchul è un antieroe fiero anche nella più completa delle disfatte, pronto comunque a rialzare la testa e a procedere in avanti.
Sarebbe davvero delittuoso se Alive fosse completamente snobbato dai distributori italiani, perché rappresenta una delle opere più coinvolgenti, compiute e ammalianti viste di recente nel panorama della produzione sudcoreana. Con un nome, per di più, da segnarsi per il futuro, quello della giovanissima Shin Haet-bit, che interpreta la nipote di Jungchul con una performance destinata a rimanere a lungo impressa nella memoria.

Info
Alive sul sito del Festival di Locarno.
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