I mercenari 3 – The Expendables

I mercenari 3 – The Expendables

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Tra duelli atavici, cameratismo prima negato e poi redento, sparatorie, gommoni volanti e treni lanciati a tutta velocità verso il nemico, l’entertainment non manca, almeno per chi riesce ad accontentarsi. Eppure, resta forte il sentore che I mercenari 3 sia un’occasione sprecata per sfruttare una serie di personaggi sulla carta assai più esplosivi, come hanno già ben dimostrato i due capitoli precedenti della saga.

La resurrezione della vecchia carne

Barney Ross decide che è tempo di arruolare delle giovani reclute per una missione quasi impossibile: catturare – preferibilmente vivo – Conrad Stonebanks, già co-fondatore della squadra dei mercenari e ora famigerato trafficante d’armi privo di qualsivoglia scrupolo… [sinossi]

In un’era cinematografica in cui l’action pare oramai appannaggio esclusivo dei supereroi dei fumetti, è risorto come l’araba fenice, quasi avesse sentito un richiamo ancestrale, l’eroe muscolare reaganiano, in carne, ossa e pompata muscolatura. La caducità è ora parte del suo appeal e carburante di un’ironia resa necessaria non solo dal trascorrere degli anni, ma anche dai mutamenti storico-sociali sopravvenuti e in ogni caso poi, questa figura mitologica non è che avesse altra scelta: doveva resuscitare per saziare l’eterno appetito di un’industria hollywoodiana sempre alla ricerca di qualcosa di preesistente da rigurgitare.
Viene anche da pensare poi che il recente ritorno sul grande schermo di vecchie glorie del cinema anni ’80 e ’90 (si veda il ritorno di Die Hard, la presenza della coppia Stallone/Swarzenegger in Escape Plan – Fuga dall’inferno o commedie senili come Last VegasIl grande match e Uomini di parola) sia dovuto ad alcune carenze dello star system contemporaneo, ma tant’è, in ogni caso il fatto è che I mercenari capitanati da Sylvester Stallone sono tornati sulla piazza per il terzo e purtroppo meno convincente capitolo dalla saga.
Se infatti I mercenari diretti dallo stesso Sly – con il suo usuale e riuscito mix tra patetismo, humour e azione diretta con piglio sicuro – avevano galvanizzato e spiazzato un’audience composta evidentemente non di soli fan dell’action stile eighties e il miracolo si era ripetuto anche con I mercenari 2 diretti da Simon West, lo stesso non si può dire per questa loro terza sortita della squadra, che rivela il sentore plasticoso di un’operazione soprattutto di stampo commerciale.

Diretto da Partick Hughes (regista del western australiano Red Hill) I mercenari 3 parte dall’idea alla base del precedente capitolo, ovvero abbassare la media anagrafica dei suoi protagonisti inserendo giovani leve sulla carta altrettanto spregiudicate. Il tentativo, sin troppo scoperto, è quello di ampliare il target di destinazione del franchise da quello dei bambinoni nostalgici del bel tempo che fu, agli adolescenti contemporanei, in cerca, almeno così pensa il marketing hollywoodiano, di coetanei in cui identificarsi.
Ma questa volta i quattro giovani prescelti (incarnati da Kellan Lutz, Glen Powell, Victor Ortiz e Ronda Rousey) per sostituire la vecchia squadra dopo una missione andata male, sono imberbi quanto inespessivi e i loro ruoli (uno va in moto, l’altro tira pugni, poi ci sono il nerd ipertecnologico ma atletico e la virtuosa delle arti marziali miste) assai poco sviluppati, al punto che nel corso della loro permanenza sullo schermo non si fa altro che rimpiangere il ritorno in auge dei veterani, lasciati troppo a lungo in un limbo narrativo, in attesa di entrare in azione.
Tenere da parte i veri eroi della saga è forse l’autogol più rovinoso de I mercenari 3, ma fa il paio con la clamorosa trovata di far riapparire Jet Li per mettergli tra le braccia una mitragliatrice, anziché sfruttarne le doti acrobatiche e lasciarlo volteggiare nell’aere come solo lui sa fare.

Va un po’ meglio con il villain della situazione, un carismatico Mel Gibson pronto a sfoderare il suo aplomb e l’usuale sorrisetto diabolico, ma anche a prodigarsi d’un tratto in un monologo shakespeariano dai contenuti sin troppo prevedibili e dalla lunghezza estenuante.
Lo humour c’è e in un paio d’occasioni colpisce decisamente nel segno, ma separare per lunghi tratti della pellicola l’oliata accoppiata Stallone/Statham è l’ennesima mossa falsa di una pellicola che appare in tutta evidenza slabbrata e confusa circa la direzione da imboccare. Si veda ad esempio il rocambolesco incipit con annessa la liberazione di Wesley Snipes (forse un giocoso riferimento all’esperienza carceraria da lui realmente vissuta) che sembra preludere ad un ruolo di primo piano per l’attore, poi invece rapidamente messo da parte. Snipes e Jet Li sono poi in ottima compagnia: Banderas incarna una macchietta loquace, canterina e danzereccia come nel peggiore stereotipo ispanico, mentre il buon vecchio Schwarzy e il redivivo Harrison Ford trovano qui ben poco da fare e i loro ruoli non vanno molto oltre lo status di camei prolungati. Troppe sono infatti le “presentazioni” autoconcluse dei numerosi personaggi, che vanno di pari passo con una struttura narrativa paratattica, fatta del susseguirsi potenzialmente eterno di comparsate di vecchie e nuove icone action, intente ora a dialogare senza nerbo (si registrano numerose chiacchierate lunghe e fiacche), ora a esibirsi in sparatorie dalla balistica pasticciata.
L’azione è infatti fracassona e roboante quanto basta, ma Hughes non dimostra grande talento né precisione nel coreografarla e a poco vale nascondersi dietro allo spirito da b-movie del franchise: il montaggio ultrarapido e la profusione di dettagli a tutto schermo ribadiscono in più di un’occasione una certa sciatteria registica.
Tra duelli atavici, cameratismo prima negato e poi redento, sparatorie, gommoni volanti e treni lanciati a tutta velocità verso il nemico, l’entertainment non manca, almeno per chi riesce ad accontentarsi. Eppure, resta forte il sentore che I mercenari 3 sia un’occasione sprecata per sfruttare una serie di personaggi sulla carta assai più esplosivi, come hanno già ben dimostrato i due capitoli precedenti della saga.

Non resta che riflettere dunque sul significato dell franchise e sul suo quid, sospeso tra nostalgia per un passato cinematografico glorioso (il cui substrato ideologico veniva a quel tempo assai deriso dalla critica) e la perpetua riproposizione dei suoi coriacei eroi.
I riferimenti agli anni ’80 non mancano d’altronde in I mercenari 3, così come l’aggancio con il presente: in fondo gli Stati Uniti, dopo il Vietnam (che costituiva il fardello drammatico sulle spalle di quella cosmogonia) si sono impelagati in altre guerre sporche collocate in più di un deserto mediorientale, la tecnologia provoca ancora, oggi come ieri, un misto di repulsione e fascinazione e l’eroe tutto d’un pezzo può sempre farsi giustizia da sé bypassando le tempistiche e la burocrazia del macchinoso tribunale dell’Aia.
Difficile dire se la saga de I mercenari punti davvero a instillare una riflessione su similitudini e differenze tra l’oggi e l’era reaganiana, quel che è certo però è che dagli anni ’80 si esce vivi, anche se con qualche ammaccatura.

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